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Anche ai migranti piace correre

di

Manon Schick

Ho voluto testare la mia resistenza partecipando, il 27 ottobre, alla mezza maratona di Losanna. Che fatica! Ho passato tutta la gara a calcolare a quale velocità stava correndo chi si sarebbe aggiudicato il primo posto. La risposta era semplice: correva due volte più veloce di me.


Stranamente sul gradino più alto del podio non è salito un africano, ma un ucraino. Al secondo posto un eritreo. Nelle altre specialità a brillare sono stati kenioti ed eritrei, come spesso accade in queste discipline. Hanno passato la linea del traguardo incoraggiati dal tifo del pubblico vodese. Non ho potuto fare a meno di pensare che i migranti provenienti da questi stessi paesi quando sbarcano a Lampedusa non vengono accolti da urla di incoraggiamento. Certo, gli abitanti dell’isola fanno tutto il possibile per accogliere queste persone con umanità e dignità. Ma le autorità italiane mettono in atto la pratica del “push back”: la guardia costiera impedisce ai barconi di accostare e li rinvia direttamente verso la Libia. Operazioni di questo tipo avvengono lungo tutte le coste europee, dietro ordine di Bruxelles.


Quante persone sono morte durante queste rischiosissime traversate del Mediterraneo? Il naufragio avvenuto a inizio ottobre a Lampedusa, nel quale sono morti 366 migranti, ha riportato alla ribalta un fenomeno che purtroppo si ripete di frequente. Si calcolano oltre 20’000 morti in 20 anni, e si tratta solo dei casi accertati.
Tra i morti a volte ci sono anche degli atleti. Nell’aprile 2012 la somala Samia Yusuf Omar, che aveva rappresentato il proprio paese alle Olimpiadi di Pechino correndo i 200 metri, sarebbe sparita in mare durante il naufragio di un barcone che trasportava dei migranti verso l’Italia. Voleva raggiungere l’Inghilterra per partecipare ai Giochi di Londra? Non lo sapremo mai.


Di fronte a queste tragedie la Svizzera non deve rimanere a guardare a braccia conserte. Le nostre autorità non si devono liberare di ogni responsabilità con la scusa che non abbiamo a che fare con lo stesso afflusso di rifugiati dell’Italia o della Grecia. Tutta l’Europa – Svizzera compresa – deve ripensare, insieme, la sua politica migratoria e obbligare gli Stati ad essere solidali tra di loro.


Le politiche restrittive non dissuadono i migranti dal tentare di raggiungere il nostro continente. Non fanno che costringerli a scegliere itinerari più pericolosi, spingendoli a mettere le loro vite nelle mani dei passatori. È urgente che l’Unione europea modifichi le proprie pratiche. Fino a oggi ha sistematicamente escluso i diritti dei migranti dal cuore delle proprie politiche, e attribuito più risorse al controllo delle proprie frontiere esterne che alla protezione delle vite umane.


Ricordiamoci che i migranti sono esseri umani, hanno una storia, una famiglia e che a volte anche a loro piace andare a correre, la domenica.

 

Pubblicato

Mercoledì 6 Novembre 2013

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