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Ammalati di mobbing

di

Generoso Chiaradonna
Lo scorso 13 giugno si è concluso il ciclo di seminari, promosso dal Dipartimento ticinese della sanità e socialità, patrocinato dal sindacato edilizia e industria e dalla Fondazione “promozione salute svizzera” dedicato al lavoro e al malessere sul luogo di lavoro. Il tema di questa quarta giornata era “Prevenzione sul lavoro: quali ipotesi?”. Relatori della giornata sono stati Renato Gilioli, neuropsichiatra presso la Clinica del lavoro di Milano e Laurent Vogel, docente universitario e ricercatore presso il Bureau technique syndical européen di Bruxelles. Gli interventi dei due ospiti hanno in pratica chiuso il ciclo che ha avuto come tema dominante i cambiamenti dei modi di lavorare e produrre e le conseguenze che essi hanno sulla salute degli individui. Abbiamo avuto già modo di sottolineare dalle pagine di questo giornale i pericoli insiti nella flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro. Questa è un’ulteriore occasione per ribadire il concetto. Il dott. Gilioli ha esordito portando la sua esperienza di osservatore della realtà italiana. Osservatore particolare perché lavora presso la Clinica del lavoro di Milano, una delle istituzioni più antiche in Europa in materia di cura di malattie legate al lavoro. Per Gilioli «c’è un nuovo rischio, sconosciuto finora all’attenzione della medicina del lavoro: le molestie morali». Si tratta in pratica del mobbing. «Accanto ai rischi tradizionali (chimici, fisici e biologici) per la salute del lavoratore – ha spiegato Gilioli –, i rischi psicosociali e organizzativi stanno diventando una delle principali cause di alterazione della salute sul posto di lavoro. Fra questi il “rischio relazionale” o “interpersonale” si è posto all’attenzione del medico del lavoro solo di recente, ma in modo crescente». Negli ultimi anni, il mobbing è in incremento per motivazioni di carattere macroeconomico (globalizzazione, grandi merger internazionali, fusioni, ecc.), e per il cambiamento delle tipologie di lavoro e dei correlati rischi lavorativi. I dati sono ancora pochi Le indagini scientifiche su questo tema sono per ora poche e non esaustive, ai livelli nazionale e internazionale, anche perché condotte su popolazioni con scarsa numerosità. D’altronde, il tema dei disturbi e delle patologie derivanti da, o riconducibili a, situazioni mobbizzanti pare rivestire carattere di patologia sociale dilagante, se si considerano le statistiche dell’European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, un’istituzione dell’Unione Europea, secondo la quale in Italia la prevalenza del fenomeno tra i lavoratori è del 4.2 per cento, ossia di circa 1 milione di persone coinvolte. «Una ricerca recente condotta da istituzioni bancarie – ha spiegato Gilioli – avrebbe rilevato, in quest’area, un numero molto più elevato, nell’ordine del 18 percento». Si intuisce che tutto ciò ha costi elevatissimi. Fra questi costi – individuali, aziendali e sociali –, di particolare rilevanza sono le conseguenze sulla salute riscontrate dopo un periodo di esposizione al mobbing. «Queste conseguenze – ha spiegato lo specialista di medicina del lavoro – possono manifestarsi inizialmente a carico della sfera neuropsichica, e successivamente con importanti ricadute psicosomatiche e fisiche, che comportano non solo una riduzione della capacità lavorativa fino a stati invalidanti, ma possono definire altresì un quadro di rilevante danno biologico, con risvolti di tipo esistenziale, sociale e relazionale». Servono nuove regole È pertanto quanto mai opportuno un accordo tra gli organi competenti (sindacati, datori di lavoro e Stato) che, oltre al riconoscimento del fenomeno, sviluppi linee guida per la gestione complessiva del mobbing. In pratica come, in passato sono state emanate norme per evitare o limitare il rischi di incidenti sul lavoro (infortuni), così devono essere studiate direttive per evitare che il fenomeno degeneri. Ma cos’è il mobbing? È comunemente definito come «una forma di molestia o violenza psicologica esercitata quasi sempre con intenzionalità lesiva, ripetuta in modo continuato; l’azione persecutoria è intrapresa per un periodo determinato, arbitrariamente stabilito in almeno sei mesi sulla base dei primi rilievi svedesi, ma con ampia variabilità dipendente dalle modalità di attuazione e dai tratti della personalità dei soggetti, con la finalità o la conseguenza dell’estromissione del soggetto da quel posto di lavoro». E qui il dottor Gilioli ha fatto notare che è diventato un modo “economico” per licenziare là dove, in paesi come l’Italia, esistono norme restrittive alla disdetta del rapporto di lavoro (il famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori). Gilioli lo definisce “mobbing strategico”. In questo modo, le pressioni psicologiche, da azioni che partono molto spesso dai colleghi, sono diventate uno strumento di conduzione aziendale: un modo per sbarazzarsi degli esuberi a buon mercato. Qualunque sia la provenienza di azioni di mobbing (dai colleghi o dai superiori) gli effetti sulla salute sono elevatissimi. «I primi effetti sono osservabili sulla salute delle vittime che, quasi inevitabilmente, dopo un intervallo di tempo variabile, si altera con manifestazioni nella sfera neuropsichica», spiega Gilioli. «Precoci sono i segnali di allarme psicosomatico (cefalea, tachicardia, gastroenteralgie, dolori osteoarticolari, disturbi dell’equilibrio), emozionale (ansia, tensione, disturbi del sonno, dell’umore), comportamentale (anoressia, bulimia, farmacodipendenza)». Le conseguenze sociali non sono meno devastanti, in quanto la persistenza dei disturbi psicofisici porta ad assenze dal lavoro sempre più prolungate, con “sindrome da rientro al lavoro” sempre più accentuata, fino alle dimissioni o al licenziamento. «La perdita dell’autostima e del ruolo sociale comporta insicurezza, difficoltà relazionali e, per le fasce d’età più avanzate, l’impossibilità di nuovi inserimenti lavorativi». Inoltre le persone colpite da mobbing si portano all’interno dell’ambito familiare il proprio stato di grave disagio, e non sono rari i casi di separazioni e divorzi, disturbi nello sviluppo psicofisico dei figli e disturbi nelle relazioni sociali.

Pubblicato

Venerdì 27 Giugno 2003

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