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Amianto, voci dal silenzio

di

Stefano Guerra
«Ho vinto contro le statistiche e contro gli assicuratori?» Comincia con una domanda il testamento di Sandor. Quest’uomo di 62 anni si considera «un miracolato» perché gli è stato diagnosticato un mesotelioma nel luglio del 2000 e oggi è ancora vivo. Chi sviluppa questo tipo di tumore – considerato un segnale quasi inequivocabile di esposizione alle polveri di amianto – di solito muore in tempi molto più brevi. Sandor lo sa bene, per questo ha già scritto le sue ultime volontà. Sabato, alla Maison des Associations a Ginevra, l’uomo si è raccontato anche a nome di tutti coloro – esposti già deceduti, troppo deboli per testimoniare, ignari dell’origine della loro malattia oppure rinchiusi nel loro silenzio – che non hanno potuto o voluto esserci alla giornata organizzata dal Comité d’aide et d’orientation des victimes de l’amiante-Caova, dal Collectif santé, travail et mondialisation (Ctsm) e dalla rete internazionale Ban Asbestos, una giornata della quale area riferisce in due tempi: questa settimana con alcune testimonianze di vittime, parenti e attivisti; prossimamente con un’intervista a Laurie Kazan-Allen, coordinatrice del segretariato internazionale di Ban Asbestos a Londra. L’anonima battaglia di Sandor – che negli ultimi anni ha dovuto lottare non solo contro il mesotelioma ma anche contro la Suva per vedersi riconosciuta l’origine professionale della sua malattia – racchiude un dramma comune a centinaia di persone in Svizzera, paese «sottosviluppato» nell’approccio alla questione amianto, «produttore di ottimi orologi, ma dove il tempo sta scadendo» per le vittime del minerale cancerogeno, ha detto Paul Baas, oncologo e specialista in mesoteliomi all’ospedale Antoni van Leeuwenhoek di Amsterdam. È il dramma vissuto ad esempio nel totale anonimato da una parte degli ex operai dello stabilimento Eternit di Payerne: «Erano 233 nell’‘89. Di questi almeno 27 sono malati al momento attuale; almeno 17 sono morti prematuramente. Hanno perso almeno 10 anni della loro vita, 10 anni di sofferenza per loro e per i loro parenti, che poi per di più devono continuare a battersi contro la Suva», ha denunciato il coordinatore di Caova François Iselin. È il dramma se possibile ancor più anonimo di centinaia di lavoratori immigrati, rientrati al loro paese e poi ammalatisi, come gli ex operai della Eternit ricordati sabato da Fulvio Aurora dell’Associazione esposti amianto (Aea): «L’Italia dimenticata non dimentica i morti e le malattie dovute all’amianto degli emigranti della Eternit di Niederurnen e di Payerne». Quella delle vittime dell’amianto, dei loro parenti e dei militanti che li accompagnano è una battaglia per il riconoscimento condotta in posizione di retroguardia, una lotta sotterranea per far breccia in una cappa di anonimato che in Svizzera più che altrove continua a sommergere sia la nefasta eredità e attualità del minerale messo al bando definitivamente nel 1994 sia le responsabilità di chi lo ha manipolato e di chi – Suva in testa – continua a relativizzarne l’impatto sulla salute di numerosi lavoratori, ex lavoratori o persone esposte al di fuori dei luoghi di lavoro. Ed è proprio nell’ottica di un riconoscimento che nella risoluzione adottata al termine della giornata di sabato si parla fra l’altro dell’urgente necessità di migliorare l’informazione alle persone esposte, del loro diritto a un certificato di esposizione da far valere a tempo debito in caso di malattia, del diritto ad esami e cure mediche, dell’allestimento di un registro degli esposti e, infine, del diritto di esposti e famigliari ad ottenere indennizzi adeguati. Si tratta, come ha spiegato Annie Thébaud-Mony, membro di Ban Asbestos France e ricercatrice all’Institut national de la santé et de la recherche médicale (Inserm) di Parigi, di rivendicazioni da portare avanti in un contesto di «indifferenza» e di «ricatto implicito» nel nome dell’impiego e della produttività da parte delle imprese, della classe politica e anche dei sindacati, storicamente in ritardo (quando non assenti) rispetto alle vittime stesse nella lotta per bandire l’amianto e per ottenere dei risarcimenti. Che siano le vittime e non le organizzazioni dei lavoratori a far avanzare le cose lo dimostra l’esperienza di Aulnay-sous-Bois, comune della periferia parigina nel quale un gruppo di persone si sta battendo da anni sia per smantellare lo stabilimento della ditta Comptoire des minéraux et des matières premières sia per censire le vittime della cosiddetta “fabbrica dell’amianto” attiva dal 1938 al 1991 in pieno centro città. Fra queste vi è Pierre Léonard, morto nel 1995 per un mesotelioma quando aveva 49 anni. Non aveva mai lavorato a contatto con l’amianto, ma viveva vicino alla ditta. Suo cognato Gérard ha raccontato sabato come sia riuscito, attraverso una minuziosa ricostruzione della storia dell’impresa, a sconfiggere silenzio e disinformazione e a dimostrare che la stessa aveva esposto per decenni lavoratori e popolazione alle polveri cancerogene: «Gli operai lavoravano in condizioni medievali: trituravano amianto e mettevano la polvere nei sacchi. Due sopravvissuti mi hanno detto che a più di 6 metri non si vedevano l’uno con l’altro. In paese c’era polvere d’amianto dappertutto. Ci sono documenti che dimostrano che sulle tombe del cimitero si depositavano fino a 3 centimetri di polvere». «Le autorità hanno sempre lasciato fare», constata Gérard che negli ultimi anni ha registrato una cinquantina di persone affette da tumori (27 nel frattempo sono decedute) residenti in un raggio di 150 metri attorno allo stabilimento. A differenza di Pierre Léonard, il padre di Alain è morto un anno e mezzo fa a seguito di un’esposizione professionale alle polveri di amianto. Pochi anni fa era andato in pensione dopo aver lavorato per 20 anni all’Alusuisse a Sierre (Vallese). Lì era entrato a contatto con l’amianto floccato usato quale protezione anti-incendio nei forni. Un mesotelioma gli è stato diagnosticato nel 2001 e poco prima di morire ha chiesto al figlio di «fare qualcosa per gli operai che lavoravano con lui nei forni». «Adesso la mia preoccupazione – spiega il figlio Alain – è di aiutare le persone che restano dopo la morte di un loro famigliare». Come Claudia, di Olten, il cui padre è morto di mesotelioma nel 2002, undici anni dopo essere rientrato in Italia al termine di una vita (33 anni) passata alle dipendenze della Berna, ditta che produceva pezzi per camion militari. «La malattia è stata un calvario», ricorda. La famiglia ha pagato un avvocato per far valere i propri diritti presso la Suva. Ma finora gli sforzi sono stati vani. «Dopo un colloquio molto superficiale con una persona che lavorava nel reparto di mio padre la Suva ha detto a mia madre che non ha diritto a nessun risarcimento. A me non basta, perché io pretendo da un’assicurazione che informi i lavoratori sui rischi legati all’amianto e che faccia delle verifiche più approfondite». «Questo calvario non è finito qui, io non mi arrendo», conclude Claudia. Miriam invece con la Suva non ha avuto problemi. Il suo compagno, morto di mesotelioma nel 2002 a 49 anni, aveva ricevuto quasi trent’anni prima una lettera che attestava un’esposizione a prodotti pericolosi durante dei lavori da elettricista effettuati nella torre della Televisione della Svizzera romanda a Ginevra. «Il gran problema di Guy era che subiva la malattia, perché a suo tempo non aveva potuto proteggersi: diceva che non era giusto». «Diagnosticare un mesotelioma – spiega Miriam – equivale a dire: morirete. Guy almeno ha avuto la fortuna di non dover lottare anche contro la Suva. La mia lotta per lui, gliel’ho sempre promesso, sarebbe stata diminuire la sua sofferenza. Ciò è stato possibile anche grazie alla collaborazione dei medici e del personale dell’aiuto domiciliare. Una mattina si è addormentato, tranquillamente. Lui non sorrideva molto, ma quella mattina mi ha fatto il regalo più bello: un bellissimo sorriso». Come Guy, anche Jaime un anno fa è stato esposto per una settimana intera alle polveri d’amianto floccato in un cantiere al collegio di Entre-Bois a Losanna: «Avevamo chiesto se c’era amianto, ma siccome ci hanno risposto che erano già stato effettuato un defloccaggio abbiamo cominciato a lavorare. Ancora oggi aspettiamo un certificato di esposizione», spiega l’operaio. Un certificato rivendicato anche da Franco Basciani, del settore migrazione del sindacato Flmo, che dall’‘81 all’‘83 lavorò nel settore tubi della Eternit a Niederurnen. Ventitrè suoi colleghi dell’epoca nel frattempo sono morti (la Eternit riconosce ufficialmente 45 morti “da amianto” fra i suoi ex operai). «Sono qui per lottare contro l’omertà. Chi solidarizza con le aziende non aiuta le vittime dell’amianto», dice il sindacalista.

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Venerdì 8 Ottobre 2004

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