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Amianto, ombre sulla bonifica

di

Stefano Guerra
Come nel resto della Svizzera, anche in Ticino dell’amianto è stato fatto un uso diffusissimo fino alla sua proibizione tredici anni fa. Eppure il mercato ufficiale della bonifica del “minerale dai mille usi” è ridotto all’osso. Il ricorso alle ditte di risanamento autorizzate – le uniche abilitate dall’Istituto nazionale svizzero di assicurazione contro gli infortuni (Suva) ad effettuare i lavori di rimozione o messa in sicurezza di manufatti contenenti amianto – è raro. Perché? La risposta non va cercata nell’assenza di un rischio imminente per la salute di inquilini e lavoratori (se l’amianto è in buono stato e non vi è diffusione delle sue fibre, nessun pericolo). Il punto sta altrove: in una zona grigia dal punto di vista giuridico, il diffuso aggiramento delle “ditte Suva” e la conseguente elusione delle rigide norme di sicurezza da rispettare in caso di riattazione o demolizione di uno stabile contenente amianto (vedasi riquadrato sotto) si alimentano dell’ignoranza e della speculazione di alcuni proprietari di immobili e imprese edili. Concorrenza sleale «In Svizzera interna si vedono molti cantieri. In Ticino invece non c’è mercato. Eppure di amianto ce n’è come nel resto della Svizzera. Il problema è che molti lavori sono assegnati sotto banco». Roger Schneider è lo specialista in risanamento amianto della Belfor Sa di Gisikon (Lucerna), una delle due ditte specializzate della lista Suva – l’altra è la Galli + Co. di Trimmis (Grigioni) – ad avere una filiale in Ticino, a Cadenazzo. «O per ignoranza dei rischi o perché costano troppo», spiega Schneider, «in Ticino diversi lavori di bonifica non vengono notificati alla Suva». Negli ultimi anni, la Belfor Sa – che dal 1991 al 2001 ha rimosso le isolazioni in amianto da circa 850 vagoni alle Officine Ffs di Bellinzona – è dovuta intervenire «3, 4 volte, l’ultima nell’ottobre scorso nel Sopraceneri» per mettere una pezza a lavori avviati ed eseguiti in parte senza le dovute conoscenze o precauzioni. Alla concorrenza sleale è confrontata anche la Galli + Co. di Trimmis, ditta che dal 1994 ha una filiale ad Orselina. Nel 2002 il suo titolare Oskar Galli ha ricevuto due richieste di intervento per risanare le sedi di altrettante industrie, una per un edificio pubblico e diverse per abitazioni private: «Se sappiamo che c’è amianto in un edificio presentiamo un’offerta, ma spesso non ci rispondono», dice Oskar Galli. «Sentiamo dire che diverse imprese di costruzione fanno lavori di risanamento senza autorizzazione: sappiamo che in Ticino esiste un mercato nero della bonifica, anche se non ne abbiamo le prove. Per noi si tratta di una concorrenza illegale». Alimentata soprattutto dall’ignoranza («molta gente non sa che deve far capo a uno specialista: solo quando il pubblico sarà informato queste ditte illegali spariranno»), la concorrenza sleale secondo Galli non è però un fenomeno tipico del Ticino: la differenza rispetto al resto della Svizzera starebbe piuttosto nel minor livello di conoscenza dei rischi da parte degli operai sui cantieri al sud delle Alpi. Oblìo e altri rischi Per il diffuso utilizzo che se n’è fatto in passato soprattutto nel settore edile, l’amianto in circolazione in Ticino e nel resto della Svizzera è ancora parecchio. La Suva calcola che il 40 per cento degli stabili e delle superfici in tutto il paese contengono tutt’ora la sostanza cancerogena. Dopo l’ondata di operazioni di risanamento di locali pubblici intraprese nella seconda metà degli anni ’80 (fra l’altro a seguito della pubblicazione nel 1985 di un inventario di 4mila edifici floccati all’amianto da parte dell’allora Ufficio federale della protezione dell’ambiente), la questione della bonifica di tutte le altre forme di amianto debolmente agglomerato è rimasta avvolta nel silenzio: «Il rischio maggiore è (...) che ci si dimentichi della sua presenza e che si trascurino le misure indispensabili da mettere in atto nei lavori di rinnovamento e demolizione», scriveva nel luglio 2001 il Consiglio di Stato in risposta ad un’interrogazione del deputato socialista Bill Arigoni. Il rischio è da anni una realtà in Ticino. Le “misure indispensabili da mettere in atto” sono state e vengono tutt’ora trascurate non solo perché ci si dimentica della presenza di amianto o perché non se ne conosce la pericolosità. Le bonifiche a regola d’arte costano care («dalla preparazione del cantiere allo smaltimento dei rifiuti, e dipendendo dall’estensione della superficie, il costo va dai 150 ai 950 franchi per metro quadrato», nota Oskar Galli) e a volte la voglia di risparmiare prende il sopravvento: «La mancanza di conoscenze da parte dei diversi attori sembra essere all’origine di parecchie irregolarità (...) Inoltre, è a volte difficile far passare la salute dei collaboratori prima delle finanze (...). È lamentevole che per alcuni capi-cantiere sia preferibile effettuare questi lavori nei tempi più brevi, con dei costi minimi, mettendo in pericolo la salute dei lavoratori», scrivono Jean-Marc Fragnière e Sylvain L’Eplattenier dell’Institut universitaire romand de santé au travail di Losanna. “Disonestà imperante” Ignoranza e speculazione alimentano anche in Ticino la diffusa pratica dei risanamenti artigianali da parte di privati e imprese edili. Se parlare di mercato parallelo della bonifica dell’amianto è eccessivo, non si può negare un dato di fatto: le ditte “ufficiali” fanno le spese di una concorrenza sleale. L’esperienza l’ha vissuta Marco Bertani, direttore della Plafor Sa di Bedano, ditta specializzata in finiture di interni. Nel 1998, su invito della Suva che gli segnalava i clienti, aveva deciso di esplorare il mercato della bonifica dell’amianto. Dopo aver eseguito nel ’98 a Manno un intervento per l’incapsulamento di un tetto in eternit ed aver presentato fino al 2002 sette offerte per la bonifica di locali con presenza di amianto spruzzato o pavimenti in Novilon, la Plafor Sa ha dovuto gettare la spugna. In quattro anni, nemmeno un appalto: «Noi facevamo un’offerta molto dettagliata secondo le norme Suva – spiega Marco Bertani –. La cosa finiva lì. Dopo una settimana venivamo contattati per sentirci dire che eravamo dei ladri: facevamo noi la figura dei disonesti. Chi ha saputo di nostre offerte di 100mila franchi ne ha fatte di 80mila e poi per finire il lavoro è stato fatto per molto meno: abbiamo dovuto abbandonare per la disonestà imperante». «Alcune volte – prosegue Marco Bertani – abbiamo scoperto che i lavori non erano stati eseguiti secondo le norme. In un caso abbiamo fatto un sopralluogo e scoperto diversi metri cubi di amianto rimossi con una spatola e ammucchiati sul pavimento: i lavori erano già cominciati e poi hanno cercato di parare il colpo; in un altro caso, in centro a Lugano, secondo noi hanno preso degli operai stranieri e li hanno mandati a grattare l'amianto». Secondo il direttore della Plafor Sa, le ditte della Svizzera tedesca sono competitive perché «lì esiste una mentalità più sviluppata nei confronti di questo problema: ciò permette loro di avere un numero sufficiente di cantieri per ammortizzare le costose apparecchiature» necessarie per realizzare interventi di bonifica secondo le norme stabilite. Non c’è mercato L’assenza di mercato nel settore della bonifica dell’amianto in Ticino ha finora scoraggiato le imprese edili nostrane a formare degli specialisti attraverso i corsi organizzati dalla Suva. «Abbiamo riscritto due anni fa alle ditte ticinesi di posa di pavimenti per renderle attente dei pericoli. E abbiamo organizzato dei corsi di formazione, ma nessuna ditta ticinese ha risposto all’appello», afferma Adriano Pelloni dell’agenzia Suva di Bellinzona. Secondo Misha Bianchi, responsabile dell’Ufficio di consulenza per la sicurezza sul lavoro della Società svizzera impresari costruttori-sezione Ticino, le imprese edili del cantone sono state sensibilizzate alla problematica attraverso circolari, il sito internet della Ssic e i corsi per capo-cantiere: «si spiega loro come comportarsi con l’unico materiale con cui possono lavorare senza obbligo di notifica, l’eternit, e per tutto il resto li istruiamo a rendere partecipe il committente della necessità di chiamare una ditta autorizzata. Tutti ci dicono che lo sanno che devono rivolgersi a queste ditte», dice Misha Bianchi per il quale il fenomeno delle bonifiche non autorizzate in Ticino è circoscritto ai lavori “fai da te” del fine settimana, «a privati cittadini che si mettono a perforare o a raschiare lastre in eternit o altri manufatti a base di amianto». Nessuno controlla Domestico o allargato al mercato edile, il fenomeno dei risanamenti artigianali è praticamente impossibile da arginare. Se il Cantone tiene sotto controllo lo stato degli stabili di sua proprietà facendo capo alle ditte autorizzate dalla Suva in caso di necessità, il risanamento di case, palazzine e stabili privati contenenti amianto sfugge al momento attuale a qualsiasi possibilità di controllo. La Suva, dal canto suo, si limita a sorvegliare il rispetto delle disposizioni di sicurezza da parte delle ditte specializzate: «Queste ditte – rileva Adriano Pelloni – conoscono le prescrizioni, vengono controllate regolarmente e in caso di mancato rispetto delle norme vengono stralciate dall’elenco. Il controllo finora, a parte un’eccezione, ha dato sempre esiti positivi». In assenza di un obbligo legale di risanare edifici contenenti amianto e di una loro mappatura, oltre i confini del mercato legale della bonifica dell’amianto regna la libertà più assoluta. Né la Suva né i sindacati possono esercitare una vigilanza sulle pratiche non autorizzate, anche perché spesso si tratta di cantieri interni, poco visibili: «Riceviamo due o tre richieste di informazioni alla settimana, soprattutto da parte di privati che indirizziamo verso le ditte autorizzate – spiega Adriano Pelloni –. Ma per noi la cosa finisce lì: sappiamo solo per caso se e come questi lavori vengono eseguiti. È impossibile tenerli sotto controllo». «Il nostro sindacato non si è mai imbattuto in cantieri di bonifica dell’amianto non autorizzati, ed è proprio questo che mi preoccupa», rileva il segretario regionale Ticino e Moesa del Sindacato edilizia e industria Saverio Lurati. «Se lo sappiamo è per puro caso – prosegue Lurati –. Bisognerebbe sapere che c’è amianto in un certo edificio, allora sì che si potrebbe vigilare, ma questo è possibile solo se esiste un inventario esaustivo». Cosa fare? Dell’idea di un catasto degli edifici contenenti amianto in Ticino si è discusso in seno alla Rete di consulenti in materia d’amianto (o Rete InfoAmianto) istituita dal Consiglio di Stato nel luglio 2002 allo scopo di informare la popolazione sulla pericolosità dell’amianto e sulle modalità di rimozione. L’ipotesi di un censimento – parziale o a tappeto – sembra però non trovare terreno fertile : «Un catasto è costosissimo e non si vede chi potrebbe pagare», dice il coordinatore della Rete Antoine Casabianca. Meno dispendiosa del catasto appare per contro l’opzione di modificare il formulario delle domande di costruzione inserendovi una rubrica “amianto”. Ciò permetterebbe di disporre di una base di dati, seppur ridotta (riguarderebbe infatti solo gli edifici da riattare), a partire dalla quale articolare misure di controllo per far applicare le normative in materia di risanamento dell’amianto. Prima, però, bisognerà far chiarezza dal profilo legale approfondendo le opportunità offerte in questo senso dalla Legge edilizia cantonale e dalle disposizioni vigenti in materia di sanità. In attesa di sviluppi su questo fronte, la Rete InfoAmianto continua intanto a ricevere numerose richieste di informazioni: riguardano «soprattutto l’Eternit e le lastre di protezione anti-incendio» e sono state inoltrate «essenzialmente da proprietari di case e palazzine, ma anche da inquilini e vicini», dice Casabianca. Segno che finora l’informazione alla popolazione – priorità della Rete che a giorni aprirà un sito internet – è stata trascurata. Segno che quello della sensibilizzazione di proprietari di immobili, inquilini e imprese edili è il fronte principale (l’altro è quello della sorveglianza) della battaglia da condurre per arginare il fenomeno delle bonifiche non autorizzate dell’amianto in Ticino. «Nella bonifica da amianto non si sa a che punto siamo. Ci si è accontentati di qualche successo ma poi le cose sono state lasciate andare avanti senza più intervenire in modo deciso». François Iselin, architetto e professore al Politecnico federale di Losanna, è impegnato nel movimento anti-amianto dalla prima metà degli anni ’80. Allora militava per la proibizione del minerale e affinché le autorità recensissero gli edifici contenenti amianto floccato (o spruzzato). Ad oltre due lustri di distanza dal raggiungimento di questi traguardi (la proibizione è del ’90, la lista dell’’85), oggi è uno dei responsabili del Comité d’aide aux ouvriers victimes de l’amiante (Caova) di Losanna. Il fronte principale è ora quello del sostegno alle persone che hanno sviluppato una patologia a seguito dell’esposizione all’amianto. Ma un altro fronte – quello della bonifica – non è ancora stato chiuso. François Iselin, lei ha denunciato più volte l’atteggiamento delle autorità federali e della Suva che per molti anni avrebbero sottovalutato i rischi dell’amianto floccato. A che punto siamo oggi nel risanamento di questi edifici? La lista assai rappresentativa di quattromila edifici floccati all’amianto pubblicata nel 1985 dall’Ufficio federale dell’ambiente, delle foreste e del paesaggio, non è mai stata aggiornata né diffusa come si sarebbe dovuto fare. I Cantoni dovrebbero pubblicarla. Nel frattempo, però, da un lato sono stati scoperti nuovi edifici floccati all’amianto, dall’altro su molti di quelli recensiti si è intervenuto: ma queste modifiche non sono state registrate. In base alle informazioni disponibili non è possibile sapere qual è la situazione reale in Svizzera. Nella seconda metà degli anni ’80 si è sviluppata una certa sensibilità circa l’urgenza di risanare edifici con floccati d’amianto. Ma cosa ne è della bonifica di quelli contenenti altre forme di amianto (rivestimenti per pareti e pavimenti, pannelli, lastre di Eternit)? Penso che è stato fatto molto poco. Dall’inizio del secolo scorso fino al 1990 in Svizzera sono stati importati 100 chilogrammi di amianto per persona. È estremamente difficile sapere quanto ne è stato eliminato, ma sono convinto che la percentuale è bassa. La maggior parte dei materiali contenenti amianto è tutt’ora presente negli edifici. Verso la metà degli anni ’80 c’era molta pressione sugli enti pubblici, che avevano acquisito la convinzione che se non si fosse proceduto a delle bonifiche sarebbero andati incontro a dei rischi. Ma il problema dell’amianto è che la manifestazione di questi rischi, le malattie, escono decenni più tardi. E quindi ci si è accontentati di qualche successo (la proibizione dell’amianto, la pubblicazione della lista degli edifici floccati all’amianto, gli interventi urgenti di bonifica) lasciando però andare avanti le cose senza intervenire in maniera decisa. Ma fra un po’ entreremo in una nuova fase calda. Ci stiamo infatti avvicinando agli anni – fra il 2010 e il 2020 – in cui si registrerà il picco del numero di morti per tumori provocati dall’esposizione all’amianto. La tragica realtà delle persone esposte in Svizzera è coperta da un silenzio tombale. Certo, e questa è la cosa più grave. Oltre alla lista di edifici floccati all’amianto, si sarebbe potuto e dovuto elaborare una lista delle persone esposte. Noi del Caova domandiamo che esse vengano informate e che ottengano delle diagnosi mediche in tempi brevi: siamo a conoscenza di casi in cui persone esposte all’amianto hanno dovuto attendere 2, 3 anni per avere una diagnosi. Ci rendiamo conto che queste persone (chi ha manipolato amianto, chi ha vissuto con esse oppure chi ha lavorato in edifici contenenti amianto), quando viene loro diagnosticato un tumore, vivono situazioni dolorosissime, penose, e hanno enormi difficoltà a far riconoscere alla Suva che si tratta di una conseguenza dell’esposizione all’amianto. La cosa si complica poi perché molti lavoratori immigrati, dopo aver lavorato per anni negli stabilimenti della Eternit, nelle ditte di floccaggio e nei cantieri, sono rientrati nei loro paesi: far valere i loro diritti è estremamente difficile. Quale sarà il costo sociale dell’amianto nei prossimi anni in Svizzera? Sarà astronomico. In base a stime sulla situazione in Francia, si può pensare che per riparare i danni dell’amianto in Svizzera ci vorranno fra 1 e 2 miliardi di franchi. Questa cifra include in particolare i costi delle patologie legate all’amianto, della bonifica degli edifici, dello smaltimento dei rifiuti d’amianto e degli indennizzi in caso di azioni legali contro i produttori. La Svizzera è stata la culla dell’amianto: dal 1904 ne sono state manipolate quantità enormi e le patologie legate ad esso sono molto importanti. Non bisogna dimenticare poi che il costo sociale assoluto dell’esposizione da amianto deve tener conto anche di quei lavoratori (una maggioranza di quelli esposti) che non sono più in Svizzera. La Suva passa sotto silenzio questo costo sociale assoluto. Anche il costo sociale “reale”, cioè quello limitato alla Svizzera, è invisibile. Perché? La Suva si limita a valutare i casi di chi annuncia una malattia professionale sperando che questi siano ridotti al minimo. Per questa ragione in Svizzera tutta la questione è nascosta, taciuta. Per questo la Svizzera – malgrado l’enorme quantità di amianto prodotto e posato – è uno dei pochi paesi dove non sono state presentate denunce penali da parte di persone esposte. Nella regione di Payerne (dove opera uno dei due stabilimenti della Eternit, ndr) è estremamente difficile avvicinare gli esposti e le vedove delle numerose persone decedute a seguito dell’esposizione all’amianto. Non vogliono parlare. La Eternit ha una responsabilità diretta in tutto questo per avere a lungo negato i rischi, ma anche la Suva ha avuto un ruolo molto negativo. François Iselin, lei è stato al Forum sociale europeo di Firenze dove si è discusso di azioni da intraprendere a livello internazionale. Cosa si sta muovendo? L’idea dei numerosi comitati nazionali di sostegno alle vittime riuniti nel Ban Asbestos Network è di lanciare una campagna mondiale per l’indennizzazione delle vittime (ogni anno nel mondo muoiono 100mila persone per le conseguenze dell’esposizione all’amianto). Non vogliamo perderci in processi penali: sono estremamente lunghi, costosi e spesso le vittime – che non hanno nemmeno i mezzi per permetterseli – muoiono prima di un verdetto. L’obiettivo della campagna è di mettere sotto pressione le multinazionali dell’amianto – e, nel caso della Eternit, Stephan Schmidheiny – affinché paghino i danni che hanno provocato attraverso un fondo destinato a chi ne ha più bisogno, che non sono necessariamente le vittime ma i loro cari che si ritrovano – dopo la morte del capofamiglia – in situazioni di precarietà.

Pubblicato

Venerdì 9 Maggio 2003

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