Fernanda ha saputo per caso della morte di Gil. Domenica stava leggendo i giornali su Internet quando si è imbattuta nella notizia riportata da “Globo online”, la versione elettronica del quotidiano “O Globo”: “Sindacalista assassinato nella Grande San Paolo”. “Il presidente del Sindacato dei commercianti di Osasco e Carapicuíba, Gilderson Cardoso de Santana, di 41 anni, è stato assassinato questa mattina. Il crimine è avvenuto nel club del sindacato, situato nel Parque Jandaia, a Carapicuíba, nella grande San Paolo. Nel locale si stava celebrando il Giorno internazionale della donna (...). Due uomini sono arrivati al club e hanno domandato chi era il sindacalista. Dopo essersi avvicinati alla vittima, i due hanno sparato a bruciapelo. C’è stato tumulto e i due assassini sono riusciti a scappare su una moto. Questo è il secondo assassinio di un sindacalista avvenuto questa settimana nella Grande San Paolo (...)”. Fernanda aveva visto Gil per l’ultima volta non molto tempo fa a una riunione dell’Associazione brasiliana degli esposti all’amianto (Abrea) a Osasco: «Era molto contento, come sempre, e mi diceva che il sindacato avrebbe presto avuto una nuova sede più grande. Non si sentiva minacciato e non adottava nessuna misura di sicurezza», dice Fernanda dopo aver passato parte della notte assieme ai compagni del sindacato. Simbolo della lotta per l’abolizione dell’amianto in Brasile, Fernanda Giannasi (vedasi box) aveva conosciuto Gil all’inizio degli anni ’90. Da allora lui ha sempre appoggiato le battaglie che lei e l’Abrea hanno condotto per ricostruire effetti e responsabilità delle malattie che hanno colpito gli ex lavoratori della Eternit a Osasco. «Ci prestava i locali del sindacato per le nostre riunioni, ci sosteneva con il bollettino, partecipava alle manifestazioni e facevamo assieme le ispezioni nei negozi che vendono prodotti a base di amianto». Fernanda non crede che la morte di Gil sia legata al suo impegno a fianco delle vittime del minerale cancerogeno. Però si sente lo stesso «angosciata», oltre che profondamente addolorata per la morte di un compagno e amico. Ne ha tutte le ragioni. L’assassinio di Gil è l’ultimo capitolo di una serie di minacce (anche di morte) e di intimidazioni che negli ultimi mesi si sono intensificate. A inizio dicembre il Ministero del lavoro nel quale è impiegata le impedisce di imbarcarsi su un volo per Pernambuco, dove avrebbe dovuto ispezionare una fabbrica di amianto-cemento; un’altra ispezione le è vietata una decina di giorni dopo; il 20 febbraio il Ministero le comunica che non è più autorizzata ad effettuare ispezioni sui luoghi di lavoro, relegandola di fatto nel suo ufficio di San Paolo; a fine gennaio, tre ispettori vengono assassinati mentre si recano a una piantagione di soia dove decine di persone starebbero lavorando in condizioni di schiavitù; quattro giorni dopo, Fernanda riceve una lettera anonima dai toni minacciosi. E a metà febbraio è costretta a presentarsi in tribunale per difendersi dall’accusa di aver offeso l’onore di Almir Pazzianotto Pinto, un ex ministro del lavoro che l’ha denunciata per aver reso noti i suoi legami con un sindacato fondato dalla multinazionale dell’amianto Saint-Gobain e da sempre ostile alle rivendicazioni delle vittime dell’asbesto. L’azione in giustizia nei confronti di Fernanda Giannasi – che ora è bloccata: il giudice Joao Carlos Da Rocha Mattos che presiedeva la Corte è finito in carcere accusato di gravi atti di corruzione in combutta con il crimine organizzato – è l’ennesima prova del potere delle multinazionali e delle lobby dell’amianto in un paese, il Brasile, che è il quarto produttore mondiale del minerale cancerogeno. Nella prima parte dell’intervista concessa ad area (la seconda sarà pubblicata la prossima settimana), Fernanda Giannasi dice di sentirsi «insicura e angosciata» di fronte alle crescenti intimidazioni che sta subendo e spiega il contesto nel quale esse hanno luogo. Fernanda Giannasi, come si sente in questo momento? Mi sento insicura, angosciata. Il 19 febbraio ho sollecitato protezione da parte del Ministero del lavoro. La cosa importante per me era avere delle garanzie per poter svolgere il mio lavoro, soprattutto quando si tratta di uscire da San Paolo. Benché abbia le prove di quanto mi sta succedendo, il Ministero finora non ha adottato nessuna misura. Mi rivolta constatare che quelli che fino a un anno fa sono stati compagni nella lotta contro l’amianto, la discriminazione, l’ingiustizia, ora non fanno nulla, non si preoccupano. Io mi sento tradita dai vecchi compagni. L’arrivo al potere di Lula dunque non ha cambiato nulla nella lotta per l’abolizione dell’amianto e per un giusto indennizzo agli ex lavoratori ammalati? No, anzi. Un esempio. Prima dell’elezione di Lula in Brasile c’erano 20 leggi approvate che mettevano al bando l’amianto a livello municipale e statale (2 sono stati revocati), altri 26 progetti di legge in discussione nel paese e 6 progetti (poi riuniti in uno solo) di deputati al Congresso. Praticamente tutti erano progetti del Partito dei lavoratori (Pt) di Lula. In un anno non sono stati fatti passi avanti. L’attuale presidente del congresso, che è di Osasco, ha lottato con me contro le lobby dell’amianto. È da un anno che si rifiuta di parlarmi e va dicendo che la governabilità esige che il problema venga affrontato con pazienza. Prima dell’arrivo al potere di Lula nelle battaglie per le vittime dell’amianto avevo l’appoggio dei sindacati e del Pt. Ora siamo rimasti soli. I sindacati vicini al nuovo governo fanno il suo gioco, rinunciano a certe battaglie in modo da evitare situazioni difficili da gestire. I politici non parlano. Tutto questo è frustrante poiché questi ex lavoratori – vecchi e malati – stanno finalmente cominciando a prendere coscienza delle cause della loro situazione. Da un anno a questa parte la questione dell’amianto è sparita dal dibattito pubblico. A inizio febbraio lei ha ricevuto una lettera anonima che è una dimostrazione delle poderose e in parte occulte forze che stanno dietro all’industria dell’amianto in Brasile. Cosa dice la lettera e qual è il messaggio che le si vuol mandare? Il proposito è sicuramente quello di intimidirmi. La lettera è stata recapitata al mio domicilio quattro giorni dopo l’assassinio dei miei tre colleghi di lavoro (vedasi articolo sopra). Sono otto pagine nelle quali si attribuisce a me e all’Abrea la responsabilità del declino dei profitti dell’industria brasiliana dell’asbesto. Si dice che il Brasile, soprattutto negli ultimi due anni, ha perso molti soldi a causa di una campagna di diffamazione che noi staremmo promuovendo. Alla fine della lettera si afferma che, assieme al governo, potrebbero essere intraprese azioni volte ad «estinguere atti isolati di certe persone che lavorano in certi ministeri». A me sembra un manifesto nazionalista, perché poi si afferma che noi faremmo delle azioni contrarie allo Stato di diritto. E per loro “Stato di diritto” significa che l’amianto è legale, che l’amianto si può utilizzare in modo sicuro. Alcuni colleghi a cui ho mostrato la lettera mi hanno detto che la sua forma e il suo contenuto ricordano i metodi (quelle minacce velate, non chiare) usati durante la dittatura militare. In sé questa lettera non avrebbe grande peso, ma inserita nel contesto (la morte dei miei tre colleghi, il processo penale) ce l’ha. La sua impronta nazionalista mi fa paura, poiché richiama all’esistenza di settori reazionari – legati al crimine organizzato – che stanno cercando di destabilizzare il governo Lula. Il contenuto della lettera è simile alle accuse che, poco prima dell’elezione di Lula, mi sono state rivolte da un deputato portavoce della poderosa lobby dell’amianto dello Stato di Goiás (dove è concentrata l’attività mineraria legata all’estrazione di amianto bianco o crisotilo, ndr). Durante una seduta del parlamento questo deputato mi ha trattata da “pubblicista isterica”. In dicembre sono fallite le trattative fra l’Abrea e le multinazionali dell’amianto (Eternit, Brasilit e la loro joint-venture Eterbras, tutte sussidiarie del gruppo francese Saint-Gobain). Dopo anni di discussione non è stato possibile trovare un accordo sull’indennizzo e la sorveglianza medica degli ex lavoratori ammalati. L’azione in giustizia promossa nei suoi confronti è legata al fallimento delle trattative? Sì. Perché ho denunciato l’attitudine del sindacato “giallo” (il Sindicato dos Trabalhadores nas industrias de Ladrilhos hidraulicos e producots de cimento de Capivari) e del suo rappresentante durante i negoziati. Questo sindacato (fondato nel 1985 dalla Saint-Gobain dopo che dei lavoratori affiliati a un sindacato indipendente erano entrati in sciopero nel più grande stabilimento dell’impresa, ndr) appoggiava l’indecente proposta di indennizzo delle multinazionali, osteggiava le rivendicazioni delle vittime rappresentate dall’Abrea e si faceva passare per il rappresentante di tutti i lavoratori dell’amianto-cemento in Brasile (in un dossier distribuito alle vittime, Fernanda Giannasi segnalava che l’ex ministro Almar Pazzianotto Pinto – il suo denunciante che ora in qualità di avvocato rappresenta alcune grandi industrie – sosteneva il sindacato e che membri dell’Abrea inclusi nelle liste del sindacato hanno negato di avervi mai appartenuto, ndr). Nel 1998 la Saint-Gobain – attraverso la sua sussidiaria Eternit – la denunciò per diffamazione dopo che lei si era riferita alla “mafia dell’amianto”. Cosa intendeva? Mi riferivo al fatto che la Eternit proponeva accordi extra-giudiziari indecenti con ex lavoratori ammalati facendo ricorso al parere di dottori di università pubbliche che non erano sopra le parti come venivano presentati, ma ricevevano soldi per condurre ricerche che dimostrassero che l’amianto non era pericoloso se usato in modo sicuro. All’inizio dei negoziati, nel 1998, ho inviato un e-mail denunciando la cooptazione dell’ente pubblico da parte delle multinazionali dell’amianto. Ho denunciato pure i ricatti ai quali quest’ultime sottoponevano le vittime. Agli ex lavoratori ammalati, le multinazionali dicevano infatti: o voi accettate queste proposte oppure noi faremo ricorso ai migliori avvocati per impedire degli indennizzi più alti. Questo intendevo dire con “mafia dell’amianto”. 1 - continua Simbolo della lotta per l’abolizione dell’amianto in Brasile, tenace difensore dei lavoratori vittime delle polveri del minerale cancerogeno, Fernanda Giannasi nasce a Riberao Preto (San Paolo) 45 anni fa. Nipote di italiani, nel 1981 si laurea in ingegneria civile e si trasferisce a San Paolo dove vive tuttora. Dal 1983 è ispettrice del Ministero del lavoro. Assieme ad alcuni suoi colleghi, a metà degli anni ’80 entra in contatto con operai ammalatisi dopo aver inalato per anni polveri di amianto in diverse imprese, fra le quali la Brasilit e la Eternit (allora ancora nelle mani di Stephan Schmidheiny). Nella seconda metà degli anni ’80 denuncia irregolarità, sensibilizza gli operai sui rischi del minerale cancerogeno e ottiene l’adozione di misure di sicurezza (uso di mascherine, umidificatori, lavanderie per ripulire le tute dalle polveri, ecc.) in nove imprese dello Stato di San Paolo. Fernanda Giannasi è stata fra i promotori, nel 1994, del Congresso internazionale dell’amianto a Osasco (San Paolo) che ha dato origine al Ban Asbestos Network, rete internazionale di informazione e denuncia formata da organizzazioni non governative, gruppi di esposti, sindacati e movimenti sociali che si battono per un mondo senza amianto. Sempre nel 1994 il Ministero del lavoro la trasferisce a Osasco dove lavora fino al ’99 prima di rientrare a San Paolo. A Osasco incontra numerosi ex lavoratori malati del più grande stabilimento Eternit del paese. Con loro verso la fine del 1995 fonda l’Associazione brasiliana degli esposti all’amianto (Abrea), che oggi conta circa 1’500 membri e diversi gruppi locali. Dal 1996 Fernanda Giannasi coordina la Rete virtuale di cittadini per la messa al bando dell’amianto in America latina. La determinazione e la competenza con cui si batte per organizzare le vittime e per promuovere leggi che vietino il minerale cancerogeno anche in Brasile le sono valsi numerosi riconoscimenti in patria e all’estero, ma anche l’ostilità di multinazionali e lobby pro-amianto. Nel 1998 la Eternit la accusa di diffamazione, fra le altre cose per aver denunciato gli accordi extra-giudiziari che l’impresa ha concluso con ex lavoratori ammalati. Qualche mese dopo un tribunale di San Paolo la proscioglie ritenendo senza fondamento le accuse formulate nei suoi confronti. Alcuni anni fa Fernanda Giannasi si è definita così: «Sono un difensore dell’interesse pubblico e lavoro a favore della sicurezza e della salute dell’operaio».

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12.03.04

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