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Amianto: la Suva cerca tracce

di

Francesco Bonsaver
Rintracciare i lavoratori italiani rientrati in patria che nell’ambito della loro esperienza professionale in Svizzera sono stati esposti all’amianto. Questo l’obiettivo della riunione organizzata dalla Suva venerdi 5 a Lugano con le associazioni ed enti italiani che possono aiutarla a stabilire dei contatti con gli interessati. Una volta individuati, bisognerà informarli dei loro diritti qualora l’esposizione all’amianto abbia avuto delle ripercussioni sulla loro salute e delle relative procedure che gli consentano di aver accesso alle indennità previste da parte della Suva. Alla tavola rotonda hanno partecipato organizzazioni sindacali italiane e svizzere, i responsabili dei patronati attivi nei due paesi, nonchè associazioni di vittime dell’amianto italiane e svizzere. Organismi che grazie alla loro presenza capillare sul territorio italiano, possono fungere da megafono per le informazioni che la Suva vuole fare arrivare ai diretti interessati. Enti che hanno dato la loro disponibilità, chiedendo però alla Suva di fornirgli in cambio tutti i dati necessari in suo possesso. Ma perchè, a decenni di distanza dal rischio di esposizione dei lavoratori e malgrado oggigiorno sia conosciuto da tutti che l’amianto può provocare seri danni alla salute tanto da condurre anche alla morte, non si ha la certezza che tutte le persone coinvolte siano debitamente informate? Alcune delle malattie provocate dall’esposizione all’amianto, quali la asbestosi e il mesotelioma, possono rivelarsi a distanza di 30 – 40 anni. Capita quindi che, dopo molti anni, all’insorgere della malattia, sia chi ne è affetto o sia il medico curante, non sappiano collocare l’esatta origine del male. Malgrado per questi tipi di malattie siano purtroppo rari i casi di riuscita della cura, la corretta identificazione della malattia collegata alla sua origine professionale dà il diritto al paziente e ai parenti di avere delle prestazioni assicurative. La Suva afferma che dai dati in suo possesso non è possibile risalire ai nominativi di tutte le persone che lavorando in Svizzera sono entrate in contatto con l’amianto. Alcune ditte elvetiche hanno collaborato attivamente nella trasmissione dei dati, altre no. Inoltre, sottolinea la Suva, essendo ormai passati molti anni, anche se si conosceva l’indirizzo delle persone rientrate in Italia, queste hanno poi spesso cambiato casa e sono quindi diventate difficilmente reperibili. Dopo vani tentativi, la Suva ha quindi richiesto la collaborazione di padronati e sindacati italiani, volta proprio a ricercare le persone che avrebbero dei diritti e non lo sanno. Da parte degli organismi italiani è stata data la garanzia di collaborazione, ma vi è stata la precisa richiesta di avere accesso ai dati della Suva. «Noi mettiamo a disposizione la nostra struttura, ma occorre che la Suva dia tutte le informazioni necessarie in suo possesso», commenta Enrico Moroni dell’Inca-Cgil di Roma. Spesso infatti, la Suva, nel caso della questione amianto, è stata molto criticata per certi suoi atteggiamenti, ed in particolare per essersi trincerata dietro il segreto della protezione dei dati. È quanto successo ad esempio alla richiesta di informazioni avanzata dal sostituto procuratore di Torino, Raffaele Guariniello, il quale in base ad un procedimento aperto per omicidio colposo per far luce su 22 casi di operai morti per malattie legate all'asbesto dopo aver lavorato in Svizzera ed essere rientrati in Italia, aveva richiesto alla Suva, tramite rogatoria, la relativa documentazione. Quest’ultima si era rifiutata di fornire i dati invocando gli “interessi essenziali della Svizzera”, una disposizione che viene applicata soprattutto per i segreti di stato. Proprio su questa questione, Fiorenzo Gioli, direttore Suva Bellinzona, fa una sorta di autocritica:«Credo che la Suva dovrebbe in parte rivedere la propria posizione rispetto alla questione dei dati». La sensazione, ed è quanto auspicano gli attori presenti alla tavola rotonda, è che finalmente, anche da parte della Suva, si voglia fare sul serio sulla questione amianto, perlomeno per quanto concerne l’informazione sui diritti assicurativi. La storia dell’amianto, legata all’impresa elvetica produttrice, la Eternit Sa appartenuta allo svizzero Stephan Schmidheiny, poi acquistata dal gruppo Holcim del fratello Thomas Schmideiny, è stata per troppo tempo avvolta da aspetti poco chiari, drammatici, mai completamente sviscerati, che non fanno di certo onore alla storia dell’imprenditoria elvetica. Arrivata la sentenza di morte Il tribunale cantonale vodese delle assicurazioni ha respinto la richiesta dei parenti di un ex operaio, deceduto nel 2003 a seguito di un tumore bronco-polmonare, nella quale si chiedeva il riconoscimento della morte derivante da una malattia professionale. L’ex operaio aveva lavorato negli stabilimenti dell’Eternit di Payerne dal 1968 al 1995, dove era stato in larga misura esposto all’amianto nel corso della sua attività lavorativa. Egli era anche un accanito fumatore, arrivando a consumare due pacchetti al giorno. Nella loro sentenza i giudici hanno specificato che sia l’esposizione all’amianto, sia il fumo delle sigarette, possono essere all’origine del tumore ai polmoni che ha portato alla morte dell’ex operaio. Cionondimeno, secondo i giudici non è possibile stabilire con certezza che si tratti di una malattia professionale dovuta all’ambiente di lavoro, presupposto che dà il diritto alle indennità da parte della Suva. Eppure, in Francia, in casi simili, delle sentenze hanno stabilito che se una persona è stata esposta per almeno dieci anni all’amianto, fumatore o non, la sua malattia viene considerata professionale. Jean–Marie Agier, l’avvocato della vedova dell’operaio, ha criticato la sentenza essenzialmente per due motivi. Dapprima il Tribunale delle assicurazioni vodese non ha voluto tener conto di alcuni elementi da lui presentati alla corte, tra i quali un’autopsia eseguita a spese dei parenti a Zurigo, dalla quale risulterebbe la presenza di amianto nel corpo della vittima. Infatti il tribunale ha tenuto conto esclusivamente della prima autopsia eseguita a Losanna per conto della Suva, nella quale invece non risultano tracce di amianto. In secondo luogo, Agier aveva fatto presente alla corte che in Francia è sufficiente un’esposizione all’amianto di dieci anni per stabilire l’origine professionale della malattia di un cancro bronco-polmonare. La Suva ha finora però sempre rifiutato il riferimento alla giurisprudenza francese. Edouard Courrat, membro della direzione generale della Suva, ha così commentato la sentenza: «La Suva è un organismo pubblico che assicura migliaia di lavoratori ed imprese. Non ha nessun interesse a negare un risarcimento a chiunque. Naturalmente, la condizione essenziale è che siano soddisfatti i requisiti di legge necessari». Requisiti di legge che, a quanto pare, si differenziano da paese a paese. Ma non solo. La Suva ha finora riconosciuto il diritto alle indennità a tre ex operai dello stabilimento di Payerne dell’Eternit. Riconoscimento avvenuto senza la necessità di dover intraprendere la via giudiziaria, ma tramite accordo extragiudiziale. Interessante osservare che uno dei tre ex operaideceduto era pure lui un fumatore ed è morto per un cancro ai polmoni. Eppure nel suo caso, la Suva gli ha riconosciuto l’indennità. Agier ha annunciato che continueranno la battaglia giuridica, inoltrando ricorso al Tribunale Federale delle Assicurazioni. In questa battaglia giuridica, sostenuti dal Comité d’aide et d’orientation des victimes de l’amiante (Caova), oltre che a far riconoscere legalmente i diritti alle indennità presso la Suva, si vuole anche rendere pubbliche le difficoltà e i drammi vissuti dalle vittime dell’amianto e dai loro parenti, facendoli emergere dal silenzio. «È importante continuare a lottare per i propri diritti, rendendoli pubblici, affinchè tutti possano averne accesso» spiega François Iselin dell’associazione Caova. Come detto, i casi di decesso dovuti ad esposizione all’amianto nella fabbrica di Payerne riconosciuti dalla Suva sono tre. Sarebbero invece molti di più, secondo Caova. La battaglia continua.

Pubblicato

Venerdì 12 Maggio 2006

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