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Ambrosetti «La cultura sindacale è diversa ma i problemi sono comuni»

di

Silvano De Pietro
Presidente nazionale della Flmo, il ticinese Renzo Ambrosetti analizza la creazione del nuovo sindacato. La stampa ha spesso parlato di «fusione» tra due sindacati. È corretto parlare di fusione? O c’è un altro termine più appropriato? Noi abbiamo sempre utilizzato la parola «integrazione». Per i media fa però più effetto parlare di fusione, ed è per questo che la stampa utilizza questo termine. Dal profilo strettamente giuridico siamo confrontati con una fusione. Si tratta però di una fusione un po’ particolare, perché appena avvenuta si dà corpo alla creazione, nell’ambito del Sip, a quattro settori con personalità giuridica propria e con propri organi dirigenti. Flmo e Sei vengono da tradizioni diverse quanto ad assetto organizzativo e politica contrattuale. Queste differenze non rendono più difficili le scelte di politica sindacale e di mobilitazione (pace del lavoro, scioperi, dimostrazioni di protesta, ecc.)? Le tradizioni e le culture di politica sindacale sono diverse, ma i problemi che si pongono sono comuni. Ci vuole quindi una risposta comune, che deve venire dalle decisioni democratiche degli organi del nuovo sindacato, tenendo conto degli interessi comuni e delle diverse sensibilità. Spesso siamo legati a stereotipi che vogliono un Sei più combattivo e una Flmo più moderata. Ma analizzando da vicino la realtà e conoscendo meglio i vari processi, ci si rende conto che le differenze in ambito contrattuale non sono poi così sostanziali. Di capacità di mobilitazione ce n’è a iosa anche nella Flmo, come pure di capacità di scioperare, in passato come oggi. Pertanto, le risposte sindacali, scelte dai lavoratori in seno agli organismi di ramo professionale, saranno quelle che si imporranno caso per caso. Il rischio di perdita d’identità e di valori propri della Flmo è completamente scongiurato? L’identità è già oggi molto ancorata al ramo professionale. Per gli orologieri di Le Locle, il sindacato Flmo (che è già di per sé una sorta di sindacato interprofessionale di diverse categorie) è orologeria e basta. Occorrerà riuscire a coniugare il senso d’appartenenza al ramo o settore, con l’appartenenza all’intera organizzazione. Ciò sarà possibile se il Sip sarà in grado di lanciare campagne che mobilitino tutti i suoi aderenti. Si tratta di un processo: un’identità non la si costruisce sulla carta, né la si realizza da un giorno all’altro. Perché quote e prestazioni vengono armonizzate gradualmente entro il 2008 (un periodo piuttosto lungo)? Non si può fare più rapidamente? La creazione del nuovo sindacato interprofessionale è un processo che durerà nel tempo. Ed è impensabile che tutto sia regolato e tutto funzioni perfettamente dal 1 gennaio 2005. Abbiamo prestazioni diverse, finanziate e regolamentate in modo diverso, che tengono conto anche delle diverse realtà dei rami professionali. Ed abbiamo quote diverse (nella Flmo non sono uguali in tutte le regioni: è comune solo la quota nazionale, alla quale ogni regione è libera di aggiungerne un’altra a dipendenza delle proprie necessità). Nel Sip bisognerà cominciare ad armonizzare le quote nazionali di Flmo, Sei, Fcta, Unia; e poi occorrerà capire quale sono le esigenze finanziarie delle regioni. Ci sono tuttavia altre prestazioni che potranno essere messe in comune più rapidamente: cassa malati, disoccupazione, assistenza giuridica e servizio vacanze. Ma assolutamente importante è che la consulenza e l’assistenza sindacale sul terreno siano garantite da subito. Nel processo di armonizzazione delle condizioni di assunzione, di gestione e di remunerazione del personale, chi ci rimetterà di più: il personale del Sei o quello della Flmo? La proposta elaborata dagli organi dirigenti stabilisce che il Sip dovrà essere un datore di lavoro interessante. Certo, questa integrazione rappresenta una sfida per tutti i dipendenti, ma il progetto non ha quale obiettivo la riduzione del personale, benché siano pensabili cambiamenti di funzione o di posto di lavoro. Teoricamente, non dovrebbe rimetterci nessuno. Sappiamo però che in tutti i processi, e anche nella normale vita professionale in un’azienda o in un’organizzazione, c’è sempre un certo «turn over» dettato da scelte individuali. È stato comunque preparato un documento sulla politica del personale, che sarà discusso e definito con i rappresentanti delle commissioni interne del personale, e conterrà i criteri, i principi e le regole corrette da applicare durante questo processo di cambiamento. Con quale criterio il personale verrà ripartito tra le regioni/sezioni, i settori, la centrale ed i servizi? In altre parole: verrà licenziato da Flmo e Sei e riassunto dal Sip? Già oggi abbiamo una ripartizione del personale tra dipendenti della centrale e delle regioni. Questo criterio rimarrà anche in futuro. Nel piano elaborato per il Sip viene lasciata alle regioni ampia autonomia operativa, e pertanto compete loro la politica del personale nel rispetto di taluni principi generali. Solo il responsabile della regione sarà assunto dalla centrale. Per quanto attiene alla centrale, una parte dei dipendenti continuerà ad operare nei servizi centrali e nell’amministrazione. Formalmente, ogni dipendente di Flmo e Sei riceverà a partire dal 1 gennaio 2005 un nuovo contratto individuale di lavoro, nell’ambito del trasferimento del rapporto di lavoro al Sip. L’opposizione della regione Ticino della Flmo alla collaborazione con il Sei, è rientrata o persiste ancora? Persiste ancora. Ma ci sono resistenze anche in qualche sezione della regione Ticino del Sei. Sono resistenze riconducibili al passato, al modo d’intendere la politica sindacale ed a qualche comportamento poco ortodosso. Non si può costruire reciproca fiducia e stima mettendo i piedi nel piatto dell’altro, non attenendosi oggi a regole che saranno anche quelle di domani nell’ambito delle competenze settoriali e di ramo professionale. Occorrerà – e qui sono sollecitati gli organi centrali, in particolare i due presidenti nazionali ticinesi – fare opera di mediazione. Alla base però della riuscita di una mediazione c’è la lealtà e la correttezza, altrimenti tutto è inutile. In Ticino, ma forse anche in altre regioni, il processo d’integrazione sarà più lento. Una cosa però sarà chiara: non possiamo far dipendere l’esito del processo di realizzazione del Sip dalle problematiche ticinesi o locali. Ci sono ancora, dal punto di vista della Flmo, questioni in sospeso? O è tutto già chiaro e deciso? Di questioni in sospeso, di problemi da risolvere ce ne saranno ogni giorno. Non è affatto vero che tutto è chiaro, tutto è deciso. Si tratta di un processo che durerà nel tempo, con l’obiettivo che tutto funzioni entro il 2008. Ci riusciremo? Non sono in grado di dirlo. Ma non è sui grandi orientamenti che i cambiamenti possono diventare problematici: è nel dettaglio che spesso ci si arena. Se però c’è la volontà di andare avanti, le necessarie soluzioni si troveranno. Già in questa fase preliminare ci sono stati momenti di crisi. È giusto che vi siano. Ma è stato possibile superarli proprio con uno spirito d’apertura e di comprensione, anteponendo sempre l’obiettivo generale al «sassolino particolare».

Pubblicato

Venerdì 14 Giugno 2002

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