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Ambienti economici

di

Giuseppe Dunghi

Fu Amerigo Vespucci, gestore di una succursale del banco dei Medici a Siviglia, a organizzare nel 1498 il terzo viaggio di Colombo. Le navi giunsero alla foce dell’Orinoco, e la grande massa d’acqua riversata in mare da quel fiume portò il genovese a comprendere di trovarsi di fronte non a un’isola ma a un continente, da lui considerato l’Asia. Vespucci, tra i primi a conoscere i risultati della spedizione, si diede subito da fare per finanziarne un’altra appena dopo, nel 1499, a cui volle partecipare personalmente. Partito dalla Spagna, toccò la costa del continente in quella che è oggi la Guiana francese e proseguì a sud fino alla foce del Rio delle Amazzoni, un’altra enorme quantità d’acqua che confermava l’esistenza di un continente, considerato anche da lui terra d’Asia.


Ma di un’altra cosa si accorse Vespucci: quella massa continentale sporgeva verso est e veniva a trovarsi al di qua della linea nord-sud 370 miglia a ovest delle isole di Capo Verde che il trattato di Tordesillas aveva tracciato nell’oceano nel 1494. A ovest di tale linea il mondo che si andava scoprendo sarebbe spettato alla Spagna, a est della linea al Portogallo. Dunque al ritorno Vespucci si rivolse al re del Portogallo e ottenne da lui il comando di una seconda spedizione, nel 1501, la quale proseguì la mappatura di quella terra spingendosi molto a sud, dove finalmente il fiorentino constatò che quel continente non aveva nulla a che fare con l’Asia. A quel punto Vespucci, che quando era al servizio della Spagna si era reso conto di navigare lungo terre spettanti al Portogallo, ora che è al servizio del Portogallo si accorge che la terra che sta alla sua destra (l’odierna Argentina) si assottiglia piegando decisamente verso ovest e di conseguenza viene a trovarsi nella zona di influenza della Spagna. Che cosa fa allora? Dopo l’arrivo a Lisbona nel 1502 si affretta a ritornare in Spagna. I regni cambiano, le banche restano.


Qualcosa di simile nella sostanza è capitato quattro secoli dopo, con la guerra del 1914-18. La Fiat, che nel 1914 aveva 4.000 operai, nel 1918 ne contava 40.510. Questo grazie alle commesse dell’esercito italiano in mezzi di trasporto, esplosivi e armi (la mitragliatrice Fiat-Revelli Mod. 1914 fu in assoluto l’arma automatica più usata nel corso della prima guerra mondiale). E come la Fiat, la Caproni Aeronautica, l’Ilva, le Acciaierie di Terni, l’Ansaldo realizzarono enormi profitti in quegli anni. I governi vanno e vengono, il capitale della Fiat dura in eterno.


Nel suo piccolo, la Mikron di Agno (il cui maggiore azionista è la holding produttrice di macchine per l’edilizia dell’ex consigliere federale Johann Schneider-Ammann) si sta comportando allo stesso modo con i 110 licenziamenti annunciati in questi giorni. Riducendo il numero dei dipendenti, in questo periodo di generalizzata crisi produttiva essa mantiene inalterato il tasso di profitto del capitale investito esportando disoccupazione in Italia. Le epidemie incominciano e finiscono, gli utili della famiglia Ammann proseguono.


Nella savana il leone assale la gazzella e la uccide per nutrirsi. Subito dopo si aggira nei dintorni la iena, che reclama la sua parte perché lei non va a caccia, le bastano gli avanzi del leone. Le imprese coloniali, le guerre, le stragi, le malattie sono il leone. Quando nei notiziari di questi giorni si proclama «una riapertura totale è più che urgente», «far ripartire l’economia è prioritario», e si parla di «esigenze degli ambienti economici», queste espressioni sono il latrato della iena.

Pubblicato

Giovedì 23 Aprile 2020

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