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«Allons enfant...». Intervista all'editorialista Gian Pozzy

di

Generoso Chiaradonna
Sinistra battuta, divisa, conflittuale. È questo l’unico risultato netto del primo turno delle presidenziali francesi della scorsa settimana. Una sinistra frammentata a tal punto da ritrovarsi a votare al secondo turno, suo malgrado, compatta per il Presidente uscente Jacques Chirac. L’imperativo è chiaro: salvare la Repubblica e ricacciare con tutte le forze la bestia fascista e xenofoba di Jean-Marie Le Pen. Di chi la colpa di una situazione del genere? Solo della sinistra trotzkista? O piuttosto dei programmi fotocopia dei due principali candidati, il Presidente Chirac e il Primo ministro Lionel Jospin, che hanno indotto una buona parte dei francesi a disertare le urne non dando peso a una tenzone elettorale ritenuta scontata e banale? Interrogativi senza risposta. È vero. La contabilità nuda e cruda dei dati elettorali porta a ritenere responsabili della disfatta elettorale i tre candidati trotzkisti, Arlette Laguiller, Olivier Besancenot e David Gluckstein, che insieme hanno raccolto circa l’11 per cento dei consensi. Ma sarebbe troppo facile e riduttivo iniziare una caccia alle streghe di questo tipo. Certo è che quei consensi sono stati tolti al candidato socialista Jospin che, come ha fatto notare Serge July, direttore del foglio di sinistra «Libération», si è appiattito sulla piattaforma elettorale di Chirac senza quindi un vero profilo. Questo non ha permesso alla gauche plurielle, vittoriosa alle legislative di cinque anni fa, di ritrovarsi unita all’appuntamento elettorale. Per analizzare il voto francese, abbiamo posto alcune domande a Gian Pozzy, editorialista del quotidiano economico «l’agefi» ed ex caporedattore del quotidiano romando «24heures», nonché direttore della radio losannese «Lausanne Fm», conoscitore della realtà economica e sociale francese. Una débâcle senza precedenti. Questa la prima reazione a caldo della sconfitta del candidato socialista all’Eliseo Lionel Jospin. I commenti si sprecano e individuano i colpevoli nella sinistra alternativa che ha frammentato l’elettorato. Ma è vero? Il conteggio post elettorale prova che, in astratto, i candidati della sinistra alternativa hanno inciso notevolmente nella sconfitta socialista. Io direi che questa è solo una parte della spiegazione. La famosa «gauche plurielle» comprende oltre ai socialisti, i verdi e i comunisti. Dopo il voto di domenica i comunisti quasi non esistono più. I verdi hanno presentato addirittura due candidati e i trotzkisti hanno raggiunto un risultato incredibile e insperato. In tre fanno quasi l’11 per cento dell’elettorato. Sono cose che si vedevano, in Europa, solo in Italia e che ha fatto ripiombare la Francia all’epoca della Quarta Repubblica. È una situazione che non si era mai vista nel periodo della Quinta Repubblica. Ovviamente i voti si sono dispersi ed è chiaro che i tre candidati trotzkisti sono i responsabili della débâcle e, aggiungo, irresponsabili. Mi chiedo: cosa vogliono? Desiderano Le Pen alla testa della Repubblica francese? È questo che mi viene in mente dopo aver ascoltato una delle candidate trotzkiste. Infatti, Arlette Laguiller ha dichiarato che non immagina minimamente di sostenere Chirac al secondo turno. Questo vuol dire che se ne infischiano totalmente di quello che può succedere. Non ha voluto sostenere Jospin e non vuol sostenere adesso Chirac perché, per lei, Le Pen, Jospin, e Chirac sono tutti uguali. Questo è drammatico. Indirettamente sostiene Le Pen, o almeno ne fa il gioco… E sì. Perché chi ha votato trotzkista è magari lo stesso che voterà Le Pen tra due settimane. È gente delusa, amareggiata e che si sente abbandonata dal sistema e dalle istituzioni. Stanno cercando, in un certo senso, un percorso alternativo a quello dei partiti tradizionali. Quindi paradossalmente, quello dell’estrema sinistra è lo stesso bacino di riferimento di Jean-Marie Le Pen? Come sostiene Bernard Cassen di Attac è gente che ha voluto esprimere un dissenso «rumoroso»? Esattamente. E la stessa cosa sta avvenendo in Svizzera. Guardi, in Romandia, tra il canton Vaud e Ginevra c’è sempre stato un partito comunista che raccoglieva un discreto consenso. Ora i comunisti perdono quota ogni quattro anni. Di pari passo, cresce il consenso per l’Udc. È un voto di protesta per niente utile che esprime un malessere nei confronti del governo di qualunque colore esso sia. Non importa neanche per chi si vota, l’importante è che abbia idee diverse dai partiti tradizionali. In Italia è la stessa cosa. Se pensa che c’è gente che vota per Umberto Bossi. La presenza di Jean-Marie Le Pen sulla scena politica francese è vergognosa almeno quanto quella di Bossi in Italia. Purtroppo Le Pen ha molti più voti e con Bruno Mégret, l’altro candidato di estrema destra, raggiunge il 20 per cento dei voti. È una cosa incredibile. Bisogna però tenere conto che circa il 28 per cento dei francesi non è andata a votare. Il partito degli astensionisti è quello maggioritario e ciò sta indicare che agli occhi degli elettori francesi Jospin e Chirac appaiono uguali. Questo è vero. Le similitudini nei programmi elettorali hanno svantaggiato maggiormente Lionel Jospin che non ha cercato i voti a sinistra ma al centro. Bisogna però dire che Jospin, in questi 5 anni di governo, ha fatto politiche chiaramente di sinistra. La battaglia per la riduzione del tempo di lavoro, politiche sociali e familiari, ecc. Non si può accusare Jospin di non aver fatto politiche di sinistra. Di essere il Blair della situazione… Nella campagna elettorale ha avuto un atteggiamento molto ragionevole e protestante. Non è uno che si vende bene, dal punto di vista dell’immagine ovviamente. Anche se ha avuto un bilancio piuttosto positivo per la sinistra, è poco carismatico e non entusiasma la gente. Un altro problema che la sinistra non affronta e che bisogna affrontare, con le dovute accortezze, è il problema dell’immigrazione selvaggia. Jospin, come tutti i socialisti, non l’ha minimamente affrontato. Forse per paura di essere considerato razzista. Però la sinistra deve confrontarsi anche con questo. Bisogna assicurare agli immigranti una vita decente che possa evitare lo scontro e la deriva xenofoba della popolazione. Lo stesso discorso vale per Italia, Svizzera e Germania. Ma come si fa a gestire un problema del genere: evitare un’immigrazione incontrollata e favorire l’integrazione degli stranieri da sinistra? Diventa difficile. Bisogna accettare l’idea che non tutta l’Africa, Medio oriente e Sud America, possano trovare una soluzione ai loro problemi in Europa. Bisogna creare le condizioni di uno sviluppo economico, non discriminante, in loco. Nei paesi d’origine dei migranti. Immagino che questa mancanza di risposte alle preoccupazioni quotidiane dei francesi ha creato questo poco entusiasmo. In Francia l’immigrazione è associata spesso all’insicurezza delle periferie degradate. La gente comincia ad avere paura di uscire e si sente prigioniera. Questo lo ha affrontato solo Le Pen e, ovviamente, alla Le Pen. Cioè in modo becero. In Europa avanza sempre di più un malcontento sociale che sfocia in una protesta di destra. È giustificato questo? Le condizioni economiche di milioni d’europei sono sicuramente migliori di qualche anno fa… I partiti socialisti europei non hanno più la stessa clientela. Parlano, ormai, soltanto ai piccoli borghesi, agli impiegati e ai funzionari dello stato che sono sempre meno. Gli operai non votano più per la sinistra classica ma per chi gli parla in modo semplice e diretto. In Francia i Lepenisti o i trotzkisti, in Svizzera per Blocher. Questo calo di consensi è iniziato anni fa. Non si è voluto vedere che l’immigrazione selvaggia o male organizzata diventa un problema per i cittadini. Non basta dire: «facciamo entrare tutti» e poi infischiarsene di chi è arrivato. Cosa succederà alle legislative di giugno. Riuscirà la gauche francese a ricompattarsi? Questo è molto interessante. Visto che ci sarà Le Pen trionfante, ma non eletto, ci saranno moltissime occasioni di elezioni triangolari in molte città. Ci sarà la destra tradizionale di Chirac da un lato e dell’altro la sinistra di Jospin, Strauss-Khan e Chevènement; in fine il terzo polo di Le Pen della destra estrema. Questa gente, naturalmente, non si metterà mai d’accordo. L’estrema destra non avrà abbastanza voti per passare al secondo turno e proverà a patteggiare i voti con la destra moderata però, stavolta la destra gollista avrà molta più paura della destra estrema e i patteggiamenti proverà a farli con la sinistra. Questo terzo polo potrà dare, paradossalmente, un vantaggio alla sinistra, anche se frammentata. Passiamo alla fantapolitica. Se fra quindici giorni succede l’irreparabile, cioè la vittoria di Le Pen, come dovrà reagire l’Europa? Come nel caso dell’Austria? Peggio perché l’Austria non conta. Tra quelli che hanno costruito l’Europa c’è la Germania, l’Italia e la Francia. L’Italia rimane più o meno europea malgrado Bossi, La Germania lo stesso. La Francia non potrebbe più essere accettata come partner credibile. Nell’estrema destra europea esistono solo due personaggi volgarissimi, senza vergogna. Uno è Bossi e l’altro è Le Pen. Questa gente non ha nessuna decenza e non ha paura di niente. È fantascienza ma un Le Pen presidente sarebbe la fine dell’Europa. E poi è un uomo vecchio. È il passato dell’Europa. È un nazionalista che fa apparire il generale De Gaulle un europeista entusiasta. È un pensiero che dobbiamo scacciare tutti dalla testa.

Pubblicato

Venerdì 26 Aprile 2002

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