Nel mondo del dopo 11 settembre 2001 stanno capitando cose quasi inimmaginabili sino ad un paio di decenni fa. A motivo della lotta contro il terrorismo globale, si sono formate coalizioni anche tra Stati che, in precedenza, si consideravano nemici acerrimi. Penso in particolare al nuovo “asse del bene” formato dalla triade Stati Uniti d’America, Russia e Cina. È come se gli attentati contro le Torre Gemelle ed il Pentagono siano diventati motivo, per i loro governi, di un radicale cambiamento di rotta, consentendo di stipulare accordi insoliti, quasi “contro natura”. Ed è chiaro che combattere la minaccia terroristica (una sfida reale che senz’ombra di dubbio coinvolge il mondo intero) fornisce ad americani, russi e cinesi il pretesto per forme inedite di collaborazione militare, economica e spionistica. Come ricordano diversi esperti in materia, il problema di questi patti trasversali sta nel fatto che sono dettati dall’opportunismo e, non da ultimo, dal bisogno di giustificare giri di vite nella politica interna. Non a caso, hanno comportato limitazioni più o meno importanti nell’esercizio dei diritti fondamentali dei cittadini, tra cui la libertà d’espressione e di stampa. È pertanto legittimo chiedersi se il palesato desiderio di contribuire al benessere ed alla sicurezza internazionali non sia, in verità, uno specchietto per allodole. In fondo, la “libera associazione” costituita di recente dalle tre nazioni più importanti del pianeta non è al servizio di disegni strategici particolari, piuttosto che davvero globali, come vorrebbero che fossero? E soprattutto non conducono a nuovi generi di divisioni e contrapposizioni tra popolazioni, culture e paesi, invece di contribuire alla concordia e alla riconciliazione? È poi tanto semplice separare i buoni dai cattivi, le pecore dalle capre, gli Stati virtuosi da quelli canaglia? Sia quel che sia: sarà la storia a giudicare l’effettiva bontà dell’operato di Bush, Putin e compagni. Il loro modo d’agire, dal mio punto di vista, evoca però attitudini che già nella Bibbia avevano cattivo corso. Anche se rivendicano la “benedizione divina” per i loro progetti di ridisegnare la cartina del pianeta, i governanti contemporanei in questione come quelli con cui si erano scontrati gli antichi profeti biblici sembrano fare i conti senza l’oste. Per il popolo d’Israele, l’oste con cui fare i conti era Dio, il Creatore del bene ed il Liberatore dal male. Egli aveva proposto un’alleanza paritetica con la sua gente, non basata su interessi di parte, bensì su principi etici e spirituali non corrotti da secondi fini. Dio chiedeva agli Israeliti di fidarsi di lui più che della loro potenza, nonché di contare sulla forza trascendentale piuttosto che su quella materiale. Forse il discorso che la Bibbia propone non è così idealistico ed insensato come appare a prima vista.

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23.01.04

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