«Io ormai non ne faccio più parte»; «Vado allo stadio, ma non seguo sempre la squadra. Se parlassi non sarebbe giusto nei confronti degli altri»; «Sono tranquilli, molti di loro vengono dal quartiere di via Soldini, dalla Chiasso popolare. Ma non potrei darti informazioni precise». Il telefono serve a poco. Ci sono due soli modi sicuri per avvicinare gli ultras del Football Club Chiasso: passare all’ora dell’aperitivo al Murray Field Pub (ex Gringo) o andare alla partita. Murray Field Pub giovedì 25 novembre, ore 18 Kilkenny, Guinness, Kronenbourg. Il barista spina una birra dietro l’altra. Il Pub si riempie pian piano. Alessandro è un giovane sulla ventina e uno dei trascinatori della curva sud: «La nostra linea è: nessun rapporto con la stampa. Ma in questo caso ne parlerò con gli altri. Rivediamoci fra qualche giorno». L’appuntamento è fissato: lunedì alle 17.30 al bar Svizzero, di fronte alla stazione. Alessandro però ha voglia di dire qualcosa subito: «Si parla di noi solo quando ci sono scazzottate. Perché nessuno scrive ad esempio che andiamo a nostre spese fino a Basilea per vedere la partita col Concordia?» Alessandro dà anche un consiglio: «Meglio se non vieni domenica alla partita. Sai, ci sono i tifosi del Lugano. Basta che qualcuno di noi abbia bevuto una birretta di troppo perché le cose si mettano male». Stadio comunale domenica 28 novembre, ore 13.30 L’allenatore Paul Schönwetter (con una barba di giorni) beve un caffè alla buvette. Gabriele Sandrinelli, papà di Marco, capitano dell’Fc Chiasso, dà una mano nel baretto che nella pausa fra primo e secondo tempo si affollerà all’inverosimile. Gli ultras? «Sono ragazzi tranquilli, alcuni di loro seguono la squadra anche in trasferta con un pulmino. Quest’anno si sono sempre comportati bene. A quanto mi ricordo in passato solo due o tre hanno dato qualche problema: scavalcando le reti di recinzione, oppure andando in giro con le bandierine del corner a Buochs. E poi l’anno scorso uno di loro – ma adesso non si vede più – è entrato in campo nudo durante una partita». Ma perché si chiamano “Giovani sconvolti ’97”? Interviene una signora da dietro il bancone: «Mah, a me non sembrano sconvolti. Sarà solo il nome». Fuori, gli uomini della Rainbow Sa Servizi di sicurezza fanno capannello. Sono 12, un paio più del solito per «una partita a medio rischio, o rischio normale accresciuto», precisa il responsabile Alberto Pongelli. Prima di guadagnare le rispettive posizioni gli agenti sono avvertiti: «Ragazzi, quelli del Chiasso li conosciamo, quelli del Lugano no. Quindi fate attenzione». Stadio comunale domenica 28 novembre, ore 14 Manca mezz’ora al fischio d’inizio. Paul Schönwetter (ora rasato) va sotto la curva sud. «Aiutatemi eh. Ne abbiamo bisogno». «Sì Mister, come sempre. Saremo il dodicesimo uomo», gli rispondono. «Dovete essere anche il tredicesimo», fa Pauli. «Sì, e anche il quattordicesimo», replicano dalla curva. Stadio comunale domenica 28 novembre, 14.30-16.15 La partita. Nella curva sud, quella a ridosso della collina del Penz, stanno sessanta, settanta tifosi, per lo più ragazzi (e sette, otto ragazze) fra i 15 e i 20 anni. Cantano, bevono, parlottano in gruppi ristretti. Sono raccolti dietro agli striscioni (“1997”, “Ultras liberi”) attaccati con del nastro adesivo al muretto di cemento che separa gli spalti dalla pista di atletica. Dall’altra parte del terreno da gioco, nella curva nord, gli ultras dell’Ac Lugano provocano: «Chiasso merda, Chiasso merda». Al 21esimo del primo tempo srotolano uno striscione con su scritto “1997 calci nel culo”. «Cazzo, bisognerebbe prendere un fucile», fa uno da questa parte simulando un tiro al bersaglio. Si leva il coro: «Noi siamo i rossoblù, noi siamo i rossoblù / Il Chiasso tifiamo, il Lugano odiamo / Noi siamo i rossoblù». La partita è moscia, ma i tifosi riescono a non farsi contagiare. Cantano: «Noi tifiamo per il Ciass / E semm sempru fö di strasc / Non ti lasceremo mai / Perché gli ultrà siamo noi / Siamo sempre con te / Non molliamo perché / Non ha senso per me / La mia vita senza te»; «Oh Chiasso / Resiste il mio cuore lontano da te / Solo se penso alla fica». Al 67esimo segna Beck. Gli ultras rossoblù si scatenano. Quelli del Lugano si arrabbiano e preparano la spedizione punitiva. Pochi minuti dopo, armati di tubi di ferro e col volto coperto da passamontagna, partono a passo di corsa, saltano come birilli i poveri agenti della Rainbow e piombano sugli ultras chiassesi, che si vedono chiusi a tenaglia. Un giovane tifoso rossoblù estrae un coltello a serramanico, pronto a difendersi se sarà necessario. Un gruppetto di chiassesi salta la ramina di recinzione e riesce a rifugiarsi all’esterno dello stadio. Gli altri scambiano pugni e pedate con gli avversari. Arrivano di corsa sei agenti della Polcomunale, una decina della Cantonale e cinque uomini della Rainbow. Riescono a mettersi in mezzo. Un ultrà bianconero si sgola: «Comunisti dimmerda». Un altro brandisce una cinghia. «Toglietevi il passamontagna se avete il coraggio», grida una ragazza dall’altra parte del cordone di polizia. Gli agenti ce la fanno. Gli animi si placano. Gli ultras luganesi tornano ai loro posti. La curva rossoblù si è ormai svuotata a metà. Non ci sono più gli striscioni: appena resisi conto del pericolo i tifosi chiassesi hanno strappato lo scotch con cui li avevano appesi al muretto di cemento: «Li abbiamo salvati tutti. Quella era la priorità. Sapevamo che sarebbe andata a finire così», dice uno di loro. C’è giusto il tempo di vedere il 2 a 0 di Guarà all’83esimo. E di salutare i giocatori dopo il fischio finale. Stadio comunale domenica 28 novembre, ore 14 Manca mezzora al fischio d’inizio del 95esimo derby della storia fra Chiasso e Lugano. Alessandro si avvicina, una birra in mano. Si siede su un gradino della curva sud. «Ci siamo informati. Il tuo è un giornale politico, di sinistra, vero? Senti, ne ho discusso con gli altri. Abbiamo deciso di non parlare. Con la politica noi non vogliamo avere nulla a che fare. Fra di noi c’è gente di destra e di sinistra. Ma in curva siamo tutti uniti». L’appuntamento al bar Svizzero è annullato. «Ti avrei telefonato. Tu adesso però stai pure qui a fare il tuo lavoro. Anzi, se in futuro vuoi venire a vedere altre partite ti posso fare avere un abbonamento». Una stretta di mano. «Amici come prima. Magari nella pausa ci facciamo una birra, eh?».

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17.12.04

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