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Alcoa guarda all'Arabia Saudita

di

Loris Campetti
Battono con un ritmo ossessivo i caschi bianchi, gialli, arancione, blu. Battono sul selciato, sulle griglie, sulle serrande dei negozi e dei garage. Scoppiano mortaretti e bombe carta, sventolano le bandiere sindacali e dei 4 mori, simbolo di una Sardegna ferita e mai doma. Gli operai dell'Alcoa che intonano l'inno della Brigata Sassari, Forza Paris, non sono che l'avanguardia di un esercito del lavoro che rischia di essere annientato dalla ferocia con cui le multinazionali cavalcano il libero mercato senza incontrare ostacoli, operai a parte: non le ferma né le riporta a più miti consigli la politica presa in ostaggio dal Gotha del liberismo, sono afone le istituzioni.
Il governo Monti è convinto che ogni imprenditore abbia il diritto di scegliere dove, come e cosa produrre per fare maggiori profitti, come fa Marchionne. Nulla ha da dire a una multinazionale americana dell'acciaio che dal '96 ha spremuto i lavoratori e lo stato con le agevolazioni ottenute sul prezzo dell'energia. Ma quando l'Unione europea è intervenuta per contestare tali presunte violazioni delle leggi del mercato, l'Alcoa non ci ha pensato su molto e ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Portovesme, nel Sulcis sardo già segnato dalla crisi industriale e dell'industria mineraria, uno dei territori più poveri d'Italia. Alcoa intende spostare la produzione in Arabia Saudita, dove i lavoratori (per lo più immigrati) costano ancor meno che in Sardegna e dove l'energia te la tirano dietro a secchiate di petrolio. Non basta: chiudere uno stabilimento importante prima di aprirne un altro vuol dire far lievitare il prezzo dell'alluminio e dunque Alcoa sta rendendo sempre più difficile la vendita dello stabilimento a un altro produttore, tenendo così alto il prezzo dell'alluminio e impendendo alla concorrenza di farsi largo al suo posto. L'Alcoa, sede istituzionale a Pittsburgh, è il terzo gruppo mondiale del settore con stabilimenti in tutti i continenti.
Da quando la multinazionale «U.S.A. e getta» (come recita uno degli striscioni sindacali che in questi giorni vengono srotalati) ha comunicato le sue intenzioni, i 500 dipendenti diretti più gli altri 300 che le ruotano intorno e già soffrono in cassa integrazione non hanno smesso un solo giorno di protestare, nel Sulcis come a Roma o a Cagliari, fino all'occupazione del traghetto con cui erano tornati in Sardegna, a Olbia, l'indomani della manifestazione davanti al Ministero dello Sviluppo produttivo, dopo aver assediato il palazzo della regione Sardegna e i palazzi romani. Non chiedono assistenza e ammortizzatori sociali, vogliono difendere il loro posto di lavoro, una rarità preziosa nel territorio. Un territorio che ha anche grandi tradizioni di lotta: è nei traghetti tra l'isola di Carloforte e Portovesme che trasportavano materiale estrattivo che c'è stato il primo sciopero ottocentesco dall'unità d'Italia. E non lontano, sempre in Sardegna a Buggerru, in seguito a un eccidio di minatori in lotta, nel 1904 prese il via il primo sciopero generale nazionale. Sanno, questi operai, che tutte le promesse di riconversioni e investimenti fatte ai lavoratori di altri settori smantellati negli ultimi anni sono rimaste parole al vento: dalle miniere, ancora nel Sulcis, al tessile a Macomer, alla chimica nel nord: dopo un anno e mezzo di occupazione dell'isola dell'Asinara, ribattezzata l'isola dei cassintegrati, gli operai della Vinyls hanno ripreso la protesta e due di loro si sono asserragliati in cima a un camino della fabbrica di Pvc dismessa, a 100 metri di altezza. La drammatizzazione della situazione occupazionale della Sardegna e l'impoverimento del territorio stanno spingendo i lavoratori degli ultimi comparti ancora attivi a radicalizzare, esasperare le forme di lotta mettendo a rischio la salute e la vita stessa. I minatori rinchiusi nell'impianto sotterraneo occupato hanno minacciato di far saltare tutto con l'esplosivo, uno di loro si è addirittura tagliato le vene.
Le ipotesi di vendita dell'Alcoa, finora, si sono rivelate pure chiacchiere. Vuoi per l'atteggiamento della multinazionale Usa, vuoi per la vacuità delle alternative. Finora i nomi che sono usciti riguardano due gruppi elvetici: la più accreditata era la Glencore, una multinazionale che in Svizzera si limita a pagare le tasse, ha fatto circolare un progetto che prevederebbe il licenziamento di 150 dei 500 dipendenti e un'agevolazione molto forte sui costi dell'energia. Secondo il Ministero guidato da Corrado Passera il progetto non starebbe in piedi, e altri credibili non si vedrebbero all'orizzonte. Qual è stata dunque la risposta del governo italiano alle richieste operaie e sindacali? Soltanto l'ottenimento da parte di Alcoa di un rallentamento dello spegnimento delle celle di fusione, già iniziato il primo settembre e che sarà comunque completato entro il mese di novembre. Ma un'acciaieria è per alcuni aspetti simile a un giornale: una volta spenta diventa quasi invendibile perché le operazioni necessarie al riavvio sono complicatissime e assai costose.
Il dramma italiano, ben descritto negli ultimi libri di Luciano Gallino, è segnato dall'assenza di una politica industriale, di un'idea di sviluppo, di un piano energetico e dei trasporti, di riconversione produttiva, di investimenti. Solo asfalto, trivellazioni e grandi opere che bruciano risorse sen-
za costruire futuro. Il governo Monti con la sua politica di tagli sta pesantemente aggravando la situazione: disoccupazione sopra il 10 per cento, quella giovanile al 35, centinaia di migliaia di posti di lavoro perduti, riduzione e privatizzazione del welfare, tagli a scuola e sanità. Con la controriforma delle pensioni e il taglio dei diritti di chi lavora si è costruito un impasto di povertà, subalternità e rabbia che rischia di far esplodere il paese, privo di sponde politiche e con una sempre più ridotta rappresentanza sociale. Ma quel che interessa al governo dei «tecnici» è solo lo spread e l'obbedienza cieca alla troika europea. Gli operai dell'Alcoa possono anche crepare, nel frattempo polizia, carabinieri e guardia di finanza non faranno mancare loro la cura del manganello. 

Pubblicato

Venerdì 14 Settembre 2012

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