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Alcan, mire globali e ansie locali

di

Stefano Guerra
Sul chi vive da metà giugno, i 400 lavoratori del comparto prodotti estrusi (presse) dello stabilimento Alcan di Sierre dovranno attendere ancora qualche settimana prima di conoscere il loro destino. Le prime lettere di licenziamento non dovrebbero essere recapitate prima della fine di ottobre. Non è ancora dato sapere quante saranno, e nemmeno quante persone verranno prepensionate. Mentre il gruppo metallurgico canadese studia le possibili sinergie tra il sito di Sierre (che perderà 110 posti) e quello germanico di Singen (che ne perderà 300), i lavoratori coinvolti e le loro famiglie vivono l’attesa con apprensione e progressiva rassegnazione. area li ha avvicinati, e ha anche tastato il polso di sindacalisti, politici locali e semplici cittadini. Ore 14, fine del turno. I lavoratori delle presse escono alla spicciolata dai cancelli girevoli. Yolande fuma una sigaretta in auto. Aspetta suo marito, che nello stabilimento di Sierre ha passato 18 anni: con l’Alusuisse prima, con Algroup poi, infine con Alcan. Come ciascuno dei suoi 400 colleghi delle presse, il marito di Yolande potrebbe essere una delle 110 vittime della ristrutturazione annunciata a metà giugno dal colosso mondiale dell’alluminio (vedi box sotto). Tre mesi dopo la doccia fredda, però, non conosce ancora la sua sorte. «Prendiamo giorno dopo giorno. Fintanto che non riceviamo la lettera va tutto bene», dice Yolande. All’uscita, i lavoratori delle presse si defilano. Solo uno di loro accetta di scambiare due parole: «È stressante. Tutti si chiedono: “toccherà a me?”. Quindici anni fa avevano licenziato tante persone, ma la lettera era arrivata subito e almeno la gente si era messa subito il cuore in pace. Adesso invece sono mesi che aspettiamo e non sappiamo ancora nulla». «Tra di noi? È la catastrofe», ammette a denti stretti un giovane operaio delle presse al bancone del vicino bar L’Oasis, dove i lavoratori di Alcan Sierre usano bere un bicchiere prima di rincasare. Logorìo, paura, rassegnazione. Dentro si respira aria pesante. Anche fuori. Nella regione è difficile trovare una famiglia che non abbia (o non abbia avuto) qualcuno che lavori per Alcan o che ne dipenda più o meno direttamente via imprese subappaltatrici o commerci. In alcune di quelle minacciate dalla ristrutturazione in corso si è insinuato lo scoramento. Francine Zufferey Molina, sindacalista di Unia proveniente da una famiglia che da tre generazioni è alle dipendenze di Alusuisse-Alcan, nota che «l’impresa punta sulla sicurezza, ma le condizioni di lavoro peggiorano. E lo spirito di gruppo, di solidarietà che esisteva prima oggi non c’è più. Gli operai vivono male la tensione che regna ormai da diversi anni, hanno il morale a terra. Sappiamo di diverse famiglie che sono entrate in crisi per questo». «Per gli abitanti della regione è stato uno choc – rileva Betrand Crittin, giornalista al Journal de Sierre –. Ora prevale il fatalismo, sia tra la popolazione che tra gli operai toccati». Dei “110” e delle loro famiglie si è detto poco o nulla durante l’incontro con Michel Jacques organizzato giovedì scorso dalla Banca cantonale vallesana. Ci è voluta una domanda in extremis di un giornalista del Nouvelliste affinché il responsabile del gruppo “prodotti industriali” di Alcan e numero 3 della multinazionale canadese spiegasse che la decisione (confermata: i lavoratori verranno informati «entro fine ottobre») era «obbligatoria» visto l’ennesimo deficit (di 13 milioni di franchi) fatto registrare nel 2004 dal comparto estrusione a Sierre e il calo costante delle commesse in provenienza dall’industria ferroviaria. Davanti a un folto pubblico di imprenditori, politici locali, sindacalisti e semplici cittadini, Jacques – buon conoscitore del Vallese: lo visita con regolarità, va a sciare a Zermatt, adora l’arvine – ha raccontato di «lavorare per arricchire la società, per creare valore» e ha predetto un avvenire luminoso per il sito di Sierre nel mercato europeo dei laminati per l’industria ferroviaria. Il numero 3 di Alcan è meno ottimista per il sito di Steg, il cui contratto per la fornitura di energia elettrica scade alla fine del 2005. Le offerte ricevute finora sono dell’ordine di 6-7 centesimi per kWh, circa il doppio del prezzo attuale (3,2 centesimi): «Manterremo il sito di Steg fintanto che saremo capaci di garantirne la competitività», ha avvertito Jacques lasciando intendere tutto e il contrario di tutto e alimentando il dubbio in chi segue da vicino l’evoluzione di Alcan (come il presidente della commissione aziendale Bernard Bitz, vedi articolo accanto) che presto o tardi si verificherà un effetto domino che coinvolgerà tutti gli stabilimenti vallesani. «Se abbandonano l’elettrolisi a Steg, anche qui chiudiamo», afferma il sindaco di Chippis Roland Caloz. Messi con le spalle al muro da una multinazionale che riorienta progressivamente le sue attività verso i paesi dell’Est e del Sud1 e per la quale i siti vallesani (e non solo) sono semplici pedine su uno scacchiere globale, i sindacati arrancano. A Sierre Michel Jacques li ha accusati implicitamente di «incoraggiare il pessimismo e il disfattismo» e ha spazzato via o relativizzato di molto le loro proposte: quella della riconversione industriale con mantenimento di un volume fisso di impieghi formulata da Unia («semanticamente molto interessante, ma nella realtà non funziona») e anche quella del pensionamento anticipato avanzata dai Sindacati cristiani interprofessionali del Vallese (Sciv) («lo facciamo già, non è una novità»). Unia e Sciv finora non sono stati in grado di articolare una strategia comune. Ognuno va avanti per la sua strada. In giugno i sindacati di ispirazione cristiana avevano lanciato una petizione che aveva raccolto 4’500 firme. Poi a fine agosto hanno presentato uno studio per l’istituzione di una cassa pensione aziendale (vedi anche l’intervista a Fabienne Blanc-Kühn qui sotto). Unia continua invece ad opporsi alla soppressione di impieghi e sostiene l’idea di una riconversione del sito di Sierre che permetta di conservare i posti di lavoro attuali. Divisi, i sindacati sono accomunati da difficoltà analoghe. Prima dell’estate i lavoratori delle presse e i loro colleghi solidali avevano risposto agli appelli alla mobilitazione lanciati da Unia e partecipato in buon numero a due sospensioni del lavoro. Ma dalla fine della pausa estiva la musica è cambiata. Man mano che i giorni passano, chi è direttamente minacciato si rifugia nella rassegnazione o in una speranza disperata, e i sindacati hanno il fiato corto: «Molti si dicono che se non mostrano la faccia in azioni sindacali magari non finiranno nella lista dei 110. E poi non va dimenticato che nel Vallese non esiste una vera tradizione di conflitti collettivi: la cultura del mondo rurale è ancora molto presente e rende difficile mobilitare le persone», spiega il segretario della locale sezione di Unia Charles-Henri Rudaz. Nella sala del municipio di Chippis, a un tiro di schioppo dallo stabilimento locale di Alcan e a poche centinaia di metri da quello di Sierre, il sindaco Roland Caloz racconta ad area il lento declino economico del comune che presiede da due legislature e qualche mese: «Nel 1977 la Alusuisse portava l’82 per cento del totale delle entrate fiscali di Chippis. Poi il declino è cominciato con la chiusura dell’elettrolisi. Siamo stati costretti ad abbassare l’imposizione, a tagliare un po’ le spese. Oggi Alcan non porta che il 3-5 per cento delle entrate fiscali del comune. Fino alla seconda metà degli anni ‘80 viaggiavamo in Mercedes, oggi con una Due cavalli». La sera precedente, al termine della conferenza di Michel Jacques, con il sindaco di Sierre Manfred Stucky Roland Caloz – alla testa di un comune “operaio” di 1’500 abitanti circa, uno dei due a conduzione socialista del distretto – ha spiegato al numero 3 di Alcan che l’impresa è «una necessità assoluta» e ha ricordato a Jacques che nella regione Alcan è il primo datore di lavoro, davanti all’ospedale di Sierre. Risposta? «Non ce ne stiamo andando dal Vallese, non si preoccupi». Una promessa che vale poco per chi da anni ne ascolta di simili mentre fa le spese delle successive ristrutturazioni di Alusuisse-Algroup-Alcan. Come Enrico “Eric” Pescatore, barbiere napoletano, a Chippis dal ’70: «Dieci, quindici anni fa avevamo una ventina di clienti al giorno. Oggi sono 10 se va bene. Negli ultimi anni abbiamo perso diversi clienti tra gli operai di Alcan. Se continuano a licenziarne, ne risentiremo. Noi e gli altri commerci della zona». 1 “La stratégie d’Alcan a de quoi inquiéter les employés européens”, Le Courrier, 30 luglio 2005. box Alcan è una multinazionale con sede a Montréal. Le sue azioni sono quotate alle borse di Toronto, New York, Londra, Parigi e Zurigo. Numero due mondiale dell’alluminio dietro la statunitense Alcoa, Alcan possiede 470 stabilimenti in 56 paesi. Vi lavorano 69mila persone. Nel 2004 la sua cifra d’affari è stata di 25 miliardi di dollari. La società è suddivisa in quattro gruppi, corrispondenti ad altrettante attività: bauxite e allumina (Alcan possiede e/o sfrutta 7 miniere di bauxite, tra cui quella di Gove in Australia dell’ex Alusuisse, e 11 fabbriche di allumina; la bauxite è la roccia dalla quale si estrae l’allumina, una polvere che viene trasformata in alluminio tramite elettrolisi); metallo primario (22 fabbriche di elettrolisi in 11 paesi, oltre a una dozzina di centrali elettriche); prodotti industriali (15’550 impiegati in 34 paesi e 130 stabilimenti dai quali escono prodotti in alluminio quali laminati di vario tipo, profilati, cavi, ecc. usati nell’aeronautica, nelle industrie ferroviaria, automobilistica e dei trasporti marittimi, nell’industria elettromeccaniche, in architettura, ecc.); e imballaggi (per alimenti, farmaci, ecc). La Alcan Aluminium Valais Sa è una filiale del gruppo Alcan. Impiega 1’200 persone nei siti di Steg (fonderia ed elettrolisi per la produzione di alluminio inviati poi ai siti di Sierre e Chippis), Chippis (fonderia) e Sierre (comparto estrusione con le presse per la produzione di profilati usati soprattutto nell’industria dei trasporti; laminatoio). Nell’agosto 2004 il laminatoio nord del sito di Sierre – fiore all’occhiello degli stabilimenti vallesani, che produce laminati di qualità per carrozzerie di automobili – è stato ceduto in leasing alla costituenda Novelis, società che ha ricevuto in dote diversi laminatoi di Alcan e della francese Péchiney, acquisita nel 2003 dal gruppo canadese. Per Novelis a Sierre lavorano 320 persone. La filiale svizzera di Alcan è nata dall’assorbimento avvenuto nel 2000 della società Algroup. Promotori della fusione furono il finanziere Martin Ebner e l’allora industriale Christoph Blocher, che mettendo le mani sul pacchetto azionario e sul consiglio d’amministrazione della Alusuisse-Lonza – parte di Algroup – riuscirono a modificarne gli statuti in modo da favorire la cessione a investitori stranieri. L’Alusuisse venne fondata nel 1888 con il nome di Aiag ed è sempre stata uno dei maggiori datori di lavoro del cantone. Nel ’73 assorbì la Lonza. Dagli anni ’80 diverse ristrutturazioni portarono a un calo degli effettivi, tendenza approfonditasi a partire dal ’98 e confermata dopo la fusione con Alcan.

Pubblicato

Venerdì 23 Settembre 2005

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