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«Al corteo ci vado». La festa dei lavoratori secondo lo scrittore Bichsel

di

Silvano De Pietro
Primo Maggio, festa del lavoro. I temi dei comizi che si tengono in tale circostanza sono tuttavia sempre più spesso politici e sempre meno sindacali. Per capire quali dinamiche sociali e politiche stanno determinando questo cambiamento, siamo andati a trovare a Soletta lo scrittore Peter Bichsel, l’ultimo grande intellettuale svizzero della sinistra e uno degli osservatori più acuti della scena politica e sociale del Paese. Signor Bichsel, le piace questo Primo Maggio? Come lo vive, o come vorrebbe che fosse? Non è mai accaduto, anche nei lontani anni Sessanta, che il Primo Maggio fosse troppo noioso. Al corteo ci andavo e ci vado volentieri. Ma per me è una festa un po’ nostalgica. Veri discorsi da Primo Maggio ormai non se ne sentono più: discorsi che additavano una questione, affermavano un paio di cose, e chiamavano alla lotta. Di regola c’era un uomo politico che parlava delle difficoltà, dei problemi. Ora il Primo Maggio ha perso lustro e tono. Forse perché non reca più l’impronta del sindacato. L’influenza politica ha fatto sì che nei discorsi del Primo maggio venissero introdotti compromessi, quali: «non possiamo», «dobbiamo tener conto di», «dobbiamo fare attenzione a questo e a quello». Non sarà sempre così, immagino: può sempre accadere che all’improvviso un movimento irrompa in questa politica ed il Primo Maggio acquisti allora un’altra importanza. Comunque, io ci vado. È un bel ricordo. Ma c’è oggi un lavoro da festeggiare? Il lavoro di chi opera con i computer o in Internet, per esempio, va festeggiato come quello degli operai sfruttati nei cantieri e nelle fabbriche? Io penso che il proletariato non esista più. Certo, nella nostra società vi sono molti poveri; ma non si sentono più proletari. E questo in parte fa anche piacere: in fondo, il liberalismo economico ha prodotto qualcosa. Già una volta ho avuto modo di dire che la democrazia oggi è soltanto la promessa che ognuno possa diventare ricco. Siamo diventati una società-lotteria. Ognuno si aspetta la fortuna di diventare milionario dall’oggi al domani. All’inizio del Novecento il proletario pensava ancora: io sono un operaio, mio padre era un operaio, mio figlio sarà un operaio. Egli lottava non per un migliore futuro personale, ma per un migliore futuro del proletariato, a cui sapeva di appartenere. Oggi non è più così. Non credo che la colpa di ciò sia il computer o il genere di lavoro: il proletariato è sempre stato un ceto sociale torturato, tormentato. Ed anche disprezzato. Ora noi abbiamo lasciato sin dagli anni Cinquanta questo proletariato agli stranieri; e gli svizzeri sono diventati, come diceva Max Frisch, un piccolo popolo di signori. Ci sono però le nuove forme di lavoro precario (a tempo parziale, su chiamata, ecc.) che producono nuovi proletari, anche tra gli svizzeri, specie se sono donne sole… Ah, certo, certo. Ma possiamo discutere a lungo su che cosa sia oggi il proletariato. Il fatto è che nelle loro teste queste persone non sono più proletarie. Nelle loro teste sono tutti futuri milionari. Chi vota più, il sabato, contro i ricchi, se si aspetta di svegliarsi multimilionario il lunedì? Questa è la società del lotto, dell’occasione fortunata. Ogni giorno viene mostrato alla gente come si possa diventare milionari per caso: perché per caso uno è un bravo calciatore, perché per caso uno canta da qualche parte una canzonetta scema, perché per caso uno finisce sui giornali per la sua bellezza, o perché per caso uno diventa presidente di consiglio d’amministrazione (nessuno più crede che i membri dei consigli d’amministrazione sappiano fare quello che dovrebbero saper fare). Credo che vi sia nella nostra società un metodo per diventare ricchi per caso. Ciò significa che può succedere a chiunque: nessuno è tagliato fuori, ognuno può diventare ricco. E questo distrugge totalmente il modello mentale del proletariato, della lotta di classe, ormai completamente assente dalla testa della gente che pensa. Questa società è anche il prodotto della globalizzazione. A lei piace la globalizzazione? Io m’immagino una globalizzazione culturale, una società mondiale solidale. In realtà la globalizzazione, quella economica, è fondamentalmente un’azione mirata contro gli Stati. Il potere ce l’hanno solo coloro che hanno il denaro. Gli Stati, invece, hanno perso potere. Mi ricordo quando, nel 1968, venivamo derisi dalla destra. Io ero alla «Weltwoche»: c’era un’enorme spaccatura nella redazione, tra chi stava molto a sinistra e chi molto a destra. Questa frazione di destra continuava a dire: «Voi, col vostro Marx di merda… Aveva descritto il tardo capitalismo, ma si era sbagliato: ora stiamo bene». Non avevamo pensato allora di rispondere che quel capitalismo degli anni Sessanta, dell’alta congiuntura, forse non era il tardo capitalismo descritto da Marx, ma qualcosa di completamente diverso (la teoria dell’impoverimento). Marx scrisse infatti che il tardocapitalismo avrebbe ridotto lo Stato a settore amministrativo dell’economia. Ora siamo però andati ben oltre. È diventato assolutamente credibile che il mondo possa funzionare senza lo Stato. Con l’economia possiamo fare tutto: produrre un po’ più di socialità, dare un’assicurazione sociale migliore ai lavoratori. Lo Stato è ancora benvenuto soltanto come committente: costruisce autostrade inutili (per esempio, l’A-5), mantiene un esercito inutile (penso non solo al nostro, ma a tutti gli eserciti) e protegge l’interesse dell’economia invece di quello del paese. Ma la sinistra, secondo lei, si comporta correttamente rispetto alla globalizzazione? Questo è un capitolo triste. L’idea dei primi socialisti, nel XIX e all’inizio del XX secolo, era l’internazionalità, nella consapevolezza che non esistevano problemi soltanto svizzeri o soltanto tedeschi, ma comuni, globali. Quella solidarietà internazionale dei socialisti è morta da tempo. Il Partito socialista perderebbe molti elettori se cominciasse a parlare di solidarietà internazionale, se dicesse che siamo tutti «Gastarbeiter». Si può invece affermare che oggi l’economia abusa di una vecchia idea socialista, quella della globalizzazione, per i suoi scopi. In un’intervista rilasciata a «La Regione Ticino» quando si ritirò dal Consiglio nazionale, l’ex-presidente del Ps Helmut Hubacher disse che negli anni Settanta e Ottanta il suo partito commise l’errore di trascurare la protezione dell’ambiente, intesa come qualità di vita anche dei lavoratori. Quale altro errore potrebbe compiere oggi la sinistra? È difficile rispondere. Vede, quando il francese Tocqueville visitò la giovane democrazia americana, ne rimase entusiasmato, ma mise in guardia e profetizzò che sarebbe finita in un sistema a due partiti. Oggi in America i partiti addirittura non esistono più, sia a parole che nei contenuti. Non c’è sinistra, non c’è destra, e non ci sono i liberali: ci sono soltanto diverse associazioni elettorali. Ora, io non voglio dire che è un errore, ma constato soltanto che anche i nostri partiti stanno completamente degenerando in associazioni elettorali: la cosa principale è essere eletti. Se un partito perde due seggi i giornalisti parlano di crollo, di frana, e gli strateghi elettorali, che in fondo decidono ogni pensiero politico, sono distrutti. Le strategie elettorali diventano sempre più importanti. Io ho fiducia, per esempio, nel nostro gruppo parlamentare del Ps: s’impegna per le cose che m’interessano e che trovo importanti. Ma sospetto di Blocher: per lui, vincere è molto più importante del contenuto. Sul suo orientamento politico di fondo non c’è nulla da ridire: ci sono sempre stati, a destra, patrioti tutti d’un pezzo. Il peggio è che lui sceglie con cura soltanto gli argomenti che possono far vincere. E quando in politica tutto si riduce a vincere, come in America… Non riesco a capacitarmi che abbiano un presidente molto, molto stupido. Ma non credo che un presidente democratico si sarebbe comportato diversamente da Bush. Purtroppo. Ma allora, secondo lei la protezione dell’ambiente sarebbe stata per il Ps soltanto una strategia elettorale e non una scelta politica di fondo? Non so cosa disse esattamente Hubacher. Ma se disse che il Ps aveva mancato il tema della protezione dell’ambiente, allora mi viene il sospetto che pensasse soltanto a una questione di strategia elettorale. Il movimento «no global» E il nuovo errore della sinistra potrebbe essere di non prestare sufficiente attenzione ai movimenti anti-global? Certamente. Apprezzo però anche il fatto che la sinistra non dà troppa importanza a questi movimenti. Forse potrebbe crescere qualcosa da questi che ancora vengono chiamati «chaoten», perché c’è tra loro una maggioranza di persone molto serie. E se si va troppo presto a dir loro: bene, siamo pienamente d’accordo, portiamo in Parlamento le vostre proposte, allora c’è il pericolo di indebolire questo movimento. È giusto invece che esso rimanga nel campo extraparlamentare e si rafforzi. Io mi aspetto qualcosa; e credo vi siano abbastanza indizi per ritenere che queste persone non pensino soltanto alla globalizzazione. Da questo movimento «pericoloso» – come viene chiamato nel linguaggio della polizia – può nascere una forza politica. Speriamo tuttavia che i partiti tradizionali recepiscano al più presto il pensiero di questi movimenti e la loro capacità critica.

Pubblicato

Venerdì 26 Aprile 2002

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