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Al confine dell’arbitrio

di

Claudio Carrer
Per ventitré anni ha prestato servizio alla frontiera italo-svizzera, non è quasi mai mancato sul lavoro e possiede ottime qualifiche. Oggi si ritrova però con una lettera di licenziamento in tasca.

È la storia di una guardia di confine la cui unica "colpa" è quella di non più godere di ottima salute. A causa di un handicap fisico subentrato un paio di anni fa, ha infatti dovuto abbandonare il tradizionale servizio esterno per passare al lavoro d'ufficio. Lavoro che può svolgere senza problemi e con la flessibilità richiesta.
Ma oggi, secondo il suo datore di lavoro, per lui non c'è più posto: sei mesi fa il Comando del Corpo delle guardie di confine della regione Ticino ha infatti deciso il suo licenziamento, che è stato confermato il 20 aprile scorso dalla Direzione generale delle dogane di Berna, ma in seguito "sospeso" dal Tribunale amministra-
tivo federale.
Il protagonista della vicenda (che per comprensibili ragioni non desidera esporsi pubblicamente) è tornato al lavoro, ma non sa per quanto vi potrà rimanere.
Tutto dipende dell'esito del ricorso, su cui dovrà pronunciarsi nei prossimi mesi il Tribunale amministrativo federale.
In attesa di sapere se la Giustizia farà giustizia, val la pena interrogarsi sulla politica del personale che viene adottata dalla Direzione delle dogane. Nel caso in esame essa ha motivato la propria decisione con una presunta mancanza di risorse finanziarie, dovuta ai  "pacchetti di risparmio" 2003 e 2004 della Confederazione che negli ultimi anni hanno portato al taglio di 74 posti di lavoro.
Ma la giustificazione non convince il sindacato del personale delle dogane e delle guardie di confine Garanto, il quale non può accettare che la Direzione delle dogane rinunci al reinserimento del suo personale e lo abbandoni  alla disoccupazione o all'invalidità.
«Per queste persone vanno creati i posti di lavoro», afferma il segretario centrale di Garanto André Eicher, sottolineando come quella della guardia di confine sia una professione "di monopolio" che rende assai difficile la ricerca di un nuovo impiego sul mercato del lavoro.
Anche perché all'interno del corpo delle Guardie di confine «le alternative per i dipendenti con problemi di salute ci sono e il sindacato le ha pure suggerite», afferma Eicher. «I posti di confine con oltre cinquanta dipendenti sono per esempio un potenziale interessante, che può e deve essere sfruttato, in ossequio agli obblighi imposti sia dalla Legge sul personale della Confederazione e dalla relativa ordinanza, sia dalla quinta revisione dell'assicurazione invalidità» (entrata in vigore l'anno scorso, ndr), che fa del reinserimento professionale uno dei suoi capisaldi. Tra le possibili mansioni, Eicher ricorda i settori della logistica e del "backoffice", a cui si aggiunge la possibilità di un passaggio al servizio civile quale revisore. Ma in nessun caso i programmi di risparmio della Confederazione devono ricadere su un collaboratore «formato, fedele e flessibile», come il protagonista di questa vicenda, afferma Eicher.
Purtroppo però questo non è un caso isolato, come confermano le statistiche di Garanto relative alla consulenza e all'assistenza giuridica ai propri affiliati : tra il 2002 e il 2008 i casi trattati sono praticamente triplicati; tant'è che l'associazione sindacale (la quale conta solo tre funzionari per 4 mila soci) è stata costretta ad "esternalizzare" parte del suo servizio giuridico affidandolo al sindacato dei servizi pubblici Ssp/Vpod.
In un recente rapporto (denominato "Glasnost", termine di "gorbacioviana" memoria che significa "trasparenza") denuncia una «crescente pressione» nei confronti dei dipendenti dell'Amministrazione federale delle dogane. Un fenomeno che è evoluto di pari passo con i cambiamenti intervenuti negli ultimi anni, a partire dall'entrata in vigore (il 1° gennaio 2002) della nuova Legge sul personale federale e dall'introduzione del salario al merito. A questo si aggiungono la riorganizzazione interna (denominata un po' furbescamente "Innova" e di cui diciamo più avanti) e il cambiamento ai vertici del Corpo delle guardie di confine a Berna: «Da un lato – spiega André Eicher – il nuovo comandante (il brigadiere Jürg Noth, ndr) ha provveduto a garantire un buon equipaggiamento e un'ottima organizzazione al corpo delle guardie di confine, ma dall'altro ha introdotto una politica repressiva nei confronti del personale. Questo ha portato ad una discriminazione dei dipendenti con qualche problema di salute, per i quali all'interno del Corpo sembra non esserci più spazio. Il nuovo comandante ambisce infatti ad un corpo "di élite", in grado di tenere testa alle altre forze di sicurezza presenti nel paese». Una filosofia figlia del progetto "Innova": esso pone infatti esigenze estremamente elevate per quanto riguarda la formazione e la flessibilità dei membri del corpo delle guardie di confine. Fondamentalmente, il personale deve essere polivalente e sempre impiegabile al cento per cento. Altrimenti deve andarsene. Una via di mezzo non esiste, secondo questa filosofia.
La pratica ha però sin qui dimostrato che si tratta di un ideale illusorio e poco realistico, come confermano i molti casi di malattia (in tutte le regioni della Svizzera), tra l'altro spesso riconducibili al carico fisico e psichico a cui sono esposte le guardie di confine.
«Anche per questo motivo – commenta André Eicher – l'esclusione dei collaboratori non più abili al cento per cento non è accettabile».
Ma il rapporto "Glasnost" denuncia (nei casi più gravi) anche una diffusa incompetenza tra i quadri, la quale spesso produce decisioni disciplinari «arbitrarie o sproporzionate» e favorisce «con una certa regolarità» atteggiamenti repressivi o arbitrari contro il personale.
Queste valutazioni sono già state discusse poco più di un mese fa con la Direzione generale delle dogane, da cui Garanto «ha ottenuto ascolto ma ha constatato che rimangono divergenze d'opinione sulla gestione dei collaboratori che per motivi di salute perdono la piena abilità lavorativa per motivi di salute. Ed è proprio per questo che abbiamo deciso di rendere pubblica la vicenda del doganiere licenziato», conclude Eicher.

Berna chiede libertà di licenziare

Un progetto di revisione della Legge sul personale federale prevede di adeguare le condizioni di lavoro degli statali a quelle del settore privato

Viene venduta come la "medicina" per far sì che la Confederazione continui anche in futuro ad essere «un datore di lavoro ambito e concorrenziale», ma in realtà è un frutto avvelenato per oltre cinquantamila dipendenti del pubblico impiego. Parliamo della nuova proposta di modifica della Legge sul personale federale presentata lo scorso anno dal Consigliere federale Hans-Rudolf Merz nel quadro della riforma dell'amministrazione, sulla quale il governo dovrebbe presto prendere posizione.
Una proposta che fondamentalmente ha lo scopo di rendere più facili i licenziamenti attraverso l'adozione delle stesse norme che valgono nell'economia privata e che sono contenute nel Codice delle obbligazioni.
Nel suo rapporto esplicativo elaborato nel settembre 2008 alla vigilia della procedura di consultazione, l'esecutivo sottolinea la necessità di «semplificare» e «modernizzare» la politica del personale ed esalta il principio (su cui si fonda il diritto privato) della "libertà di contratto e di disdetta". Giunge dunque alla conclusione che il licenziamento di un dipendente pubblico non debba più essere motivata, come stabilisce la legge in vigore dal 2002 (dal 2001 per il personale delle Ffs).
Legge che sostituì lo Statuto di funzionario del 1927 e che sancì la fine del rapporto d'impiego basato su una decisione amministrativa unilaterale del datore di lavoro ed il passaggio ad un sistema contrattuale come nel settore privato. All'epoca, durante la campagna precedente la votazione popolare (la proposta fu accolta il 26 novembre 2000 dal 66,8 per cento dei cittadini e da tutti i Cantoni tranne Giura e Ticino), il Consiglio federale utilizzò con insistenza la norma sulla risoluzione del rapporto di lavoro (che elenca in modo esaustivo i motivi invocabili dalla Confederazione) come "arma" di persuasione dei cittadini.
Oggi invece afferma la necessità di cancellare quell'articolo di legge, in modo da garantire «maggiore flessibilità al datore di lavoro». L'esperienza accumulata negli ultimi anni avrebbe infatti dimostrato che «per la Confederazione risulta sovente oneroso sciogliere un contratto di lavoro».
Il governo propone dunque una nuova norma «più aperta», secondo cui un rapporto di lavoro può essere disdetto in presenza di «motivi oggettivamente sufficienti». Quale unica "rete di protezione" per il dipendente, resterebbe solo la Costituzione: il rapporto esplicativo del Consiglio federale ricorda infatti che i datori di lavoro della Confederazione (che comprendono anche la Posta e le Ffs) «sono tenuti a garantire la parità di trattamento e a rispettare il divieto di arbitrio».
Evidentemente troppo poco per le organizzazioni del personale, che non hanno esitato a definire la progetto di modifica legislativa «inutile, immotivato e provocatorio». «Si tratta di una prova di forza del Consiglio federale con una forte impronta ideologica», commenta il presidente dell'Associazione del personale della Confederazione Hans Müller, ricordando che è stata concepita quando «in Consiglio federale c'era ancora Christoph Blocher».
«Mi sono incontrato più volte con il ministro delle finanze Merz, il quale non è però mai stato in grado di spiegarmi perché sarebbe necessario modificare la Legge sul personale entrata in vigore solo sette anni fa», prosegue Müller.
Ma l'impressione è che il governo abbia tolto il piede dall'acceleratore, anche perché in tempi di crisi finanziaria il Consigliere federale Merz è molto impegnato su altri fronti. «Anche se prima o poi dovrà pur prendere atto formalmente dell'esito della consultazione (conclusasi da più di quattro mesi, ndr) – spiega ad area Hans Müller – è probabile che attenda perlomeno il rapporto del Controllo parlamentare dell'amministrazione, incaricato dall'Assemblea federale di valutare la politica della Confederazione in materia di personale e di individuare eventuali ambiti in cui sia necessario un intervento sul piano legislativo».
Da noi contattata, la direttrice dell'Ufficio federale del personale Barbara Schärer, ha dichiarato che l'esecutivo dovrebbe tornare a chinarsi sulla questione «prima o subito dopo le prossime vacanze estive».

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Venerdì 15 Maggio 2009

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