Certo l’ennesima prova europea – seppur circoscritta – è stata superata. L’estensione della libera circolazione delle persone è stata ampiamente approvata e, nonostante lo scontato no dei cantoni gottardisti, il temuto disastro non si è verificato. Specialmente a Ginevra dove, con il 58 per cento di sì, è stata sconfitta la convergenza xenofoba tra Udc e parte dell’estrema sinistra; nota amara è il no dei 4 comuni dell’ex cintura operaia. Le divergenze inevitabili sull’opportunismo anti-stranieri sono state invece la causa del naufragio dell’ex Alleanza di sinistra, presentatasi divisa alle elezioni per il parlamento cantonale (cfr. pagine 4 e 5). I navigati apprendisti stregoni della sinistra populista – i comunisti storici e gli indipendenti capeggiati da Christian Grobet, preoccupati soprattutto della loro sopravvivenza politica – hanno trascinato tutti sotto il quorum del 7 per cento. Ma intanto gli spauracchi nuovi e vecchi dell’“idraulico polacco” e del “frontaliero rubalavoro” rivelano che l’eterna diffidenza e l’ostilità contro gli stranieri sono erbacce dure da estirpare. Soltanto il riconoscimento delle nuove realtà regionali ed europee del mercato del lavoro e degli spazi metropolitani di frontiera può essere il terreno di pratiche sindacali, amministrative, politiche e sociali all’altezza delle sfide future, in una prospettiva transnazionale e democratica. La chiarezza con cui il movimento sindacale si è battuto in vista del voto del 25 settembre, in primo luogo per le misure d’accompagnamento e in seguito per la libera circolazione e di fatto per la liberalizzazione del mercato del lavoro a livello europeo, segna una svolta significativa nel rapporto ai migranti. In gioco vi sono valori di eguaglianza e giustizia, ma anche una possibile alternativa di progresso sul piano dei diritti sociali per tutti, lavoratori e cittadini. L’atteggiamento pacato, responsabile e vigilante non era del tutto scontato di fronte alla virulenta opposizione interna; un “no di sinistra” prigioniero di un massimalismo protezionista e di una critica alle cosiddette politiche antisociali dell’Ue, che in verità è una malcelata ostilità di stampo nazionalista priva di una dialettica progettuale delle lotte. Vediamo come. All’inizio degli anni settanta – proprio mentre si scatenava l’interminabile e traumatica ondata delle iniziative anti-stranieri – i sindacati dell’industria e dell’edilizia furono sorpresi dalle iniziative lanciate da molti immigrati. Come rileva il sociologo ginevrino Sandro Cattacin (Le Temps 8.9.05 e Il caffè 9.10.05), il discorso sindacale era allora sostanzialmente nazionalista e protezionista (in difesa della forza-lavoro qualificata svizzera e dello stato sociale conquistato nel dopoguerra); appunto il versante sindacale del populismo. In fondo gli immigrati erano graditi soltanto nella misura in cui si assimilavano, facevano i lavori che gli svizzeri snobbavano e ne consentivano l’ascesa sociale. I sindacati – spesso più rappresentativi dell’aristocrazia operaia, che della forza-lavoro maggioritaria svizzera e immigrata – furono rapidamente spiazzati da militanti capaci e sperimentati: comunisti italiani, compagni spagnoli anti-franchisti e operai autonomi, collegati in parte ai gruppi operaisti dell’area gauchista. Soprattutto a Ginevra, ma poi in tutto il paese, presero la parola e scioperarono contro lo statuto dello stagionale, il taylorismo nelle fabbriche e la destra xenofoba. Sono state queste personalità operaie, ammirevoli e combattive, a cercare di agganciare la Svizzera ai cicli di lotte dei lavoratori europei; ciò nonostante il fiato pesante della polizia degli stranieri, un clima da guerra fredda anti-comunista e anti-sociale e il sospetto delle stesse gerachie politiche e sindacali della sinistra istituzionale. A lungo il sindacalismo elvetico non ostacolerà le politiche anti-straniere, non reagirà all’espulsione di fatto di centinaia di migliaia di immigrati durante la crisi degli anni settanta e condividerà le varie fasi della politica federale di contingentamento e di ammissione restrittiva. Si trattò di una politica utilitarista, dettata dai bisogni di manodopera della grande industria, vera burattinaia dei flussi d’immigrazione. I sindacati diffidenti ne riconoscevano soltanto la funzione di presupposto del benessere economico generale; d’altra parte vi era la preoccupazione di preservare gli equilibri dello stato sociale a favore dei residenti e di non estenderne troppo le prestazioni alle famiglie dei migranti. Perché insistere su quell’epoca? Perché ci sono voluti decenni e un ampio ricambio dirigenziale, soprattutto nel Sei e nell’Uss, prima che il movimento sindacale combattesse lo statuto dello stagionale e gettasse alle ortiche l’ideologia della preferenza nazionale e dello stato-nazione come ultimo baluardo garantista, almeno nei confronti dei cittadini europei. Un cammino che ha portato le organizzazioni sindacali a integrare significativamente molti migranti, e a abbracciare la linea di standard sociali comuni di fronte all’europeizzazione e alla globalizzazione del mercato del lavoro. Un mercato del lavoro metropolitano Lo slogan dell’estrema sinistra ginevrina “Presto 50 mila frontalieri e 25 mila disoccupati” non è soltanto facile demagogia populista. Identifica i disoccupati come svizzeri, ciò che è fuorviante. Soprattutto misconosce le realtà economiche dell’area metropolitana ginevrina e del suo mercato del lavoro. È senz’altro più vasto che in altri cantoni, e semmai è comparabile a quello trinazionale basilese. Si tratta di un assetto transfrontaliero di 800 mila abitanti; lavorano e vivono in una regione che non rispetta più i confini cantonali e nazionali, include l’Ain e la Savoia francesi e conta nazionalità diverse sul suo territorio. Si calcola che dalla domanda esterna dipende quasi il 40 per cento della forza-lavoro ginevrina (circa 100 mila lavoratori sui 265 mila totali, rispetto a una popolazione attiva potenziale di 228 mila persone) e il 50 per cento del Pil del cantone. Nei settori avanzati dell’industria, della finanza, dei quartieri generali delle multinazionali e delle organizzazioni internazionali le percentuali sfiorano persino il 90 per cento. Per alimentare la vocazione mondiale della metropoli ginevrina è necessario un flusso di circa 95 mila lavoratori: 42 mila frontalieri, 18 mila pendolari, 25 mila funzionari internazionali e diplomatici e 10 mila clandestini. Il governo di questa realtà complessa tra autorità comunali e cantonali, svizzere e francesi è lacunoso o addirittura latitante sui piani essenziali dei trasporti, delle localizzazioni residenziali, della formazione e delle grandi infrastrutture. Ginevra esporta peraltro le sue carenze sistemiche e la sua crisi dell’alloggio. Per il professor Paul Dembiski dell’Università di Friburgo (Le Temps 21.9.05) ciò frena il processo di metropolizzazione armoniosa della regione; i suoi abitanti percepiscono sempre più i confini politici come accidentali ed auspicano uno spazio comune per una più estesa integrazione economica e culturale. Negli ultimi anni il bisogno di manodopera si è ulteriormente concentrato verso la forza-lavoro superqualificata, mobile e giovane, allargando ulteriormente il bacino di reclutamento: un’immigrazione di cervelli, tradottasi in un saldo migratorio importante, in sostituzione anche dei residenti di lunga durata svizzeri e stranieri. La disoccupazione – che in percentuale è attorno al 7 per cento, ma resta comunque stabile e quindi non appare correlata con l’aumento di migranti e frontalieri – assume intanto sempre più le caratteristiche di un fenomeno strutturale, mentre meno rilevanti risultano le variazioni congiunturali. Il professor Yves Flückiger dell’Università di Ginevra, autore di importanti studi empirici sul mercato del lavoro, sottolinea l’accresciuta mobilità. Quella intercantonale, dal 1970, è quasi triplicata al 13 per cento; quella macroregionale e internazionale verrà globalmente favorita dalla libera circolazione. Si accentuerà ovviamente la concorrenza per i posti di lavoro più attrattivi, facendo leva sulla professionalità piuttosto che premendo sui salari. Le possibilità di reclutamento allargato soddisfano i bisogni selettivi – qualitativi e quantitativi – delle imprese, ma potrebbero di per sé anche favorire nell’insieme il livello dell’impiego. Insomma la funzione dei frontalieri è complementare piuttosto che sostitutiva. Nel settore dell’informatica si nota per esempio che molti disoccupati ginevrini hanno un profilo superato; lo stesso vale per il settore dell’insegnamento, le professioni mediche e infermieristiche. Inoltre l’esternalizzazione di numerose attività da parte delle grandi società ha indubbiamento alimentato il settore degli indipendenti specializzati e no, per libera scelta o per forza di cose; ma a Ginevra la loro quota resta inferiore alla media nazionale. Insomma le immagini dell’improbabile “idraulico polacco”, che si stabilisce alle nostre frontiere, o quella del “frontaliere rubalavoro”, che sottrae il posto ai residenti accettando salari inferiori, sono smentite o ridimensionate dai fatti. Semmai il frontaliere è superqualificato per l’impiego occupato e trova interessante un salario che i residenti considerano troppo modesto. Indubbiamente delle paure e del disorientamento manifestatesi nei mesi scorsi sono responsabili anche i governi e i ceti economici e politici dominanti, che proprio a Ginevra non sono stati in grado di fornire una visione credibile degli strumenti per governare le contraddizioni dello sviluppo metropolitano. Senza dimenticare la rissosità e l’oppportunismo politico a destra, ma purtroppo pure a sinistra, ancora una volta giocato sulle spalle dei lavoratori e dei frontalieri. Proprio la pluralità dei soggetti migranti e transfrontalieri della galassia ginevrina potrebbe essere lo spunto per sperimentare le campagne sindacali e politiche di un movimento alternativo alla costruzione dall’alto della democrazia europea. Resta tuttavia la scarsa trasparenza di alcuni segmenti del mercato del lavoro e la difficile sorveglianza sui contratti di breve durata e sul lavoro distaccato. Sono forse meno rilevanti in regioni come Ginevra e Basilea e persino nella Svizzera orientale; ma possono essere il vivaio di abusi e violazioni dei minimi contrattuali in realtà più periferiche come per esempio in Ticino. Qui è messa alla prova l’efficacia dei controlli e delle regole anti-dumping previste dalle misure di accompagnamento. La nuova bomba sociale Accolto l’allargamento a Est della libera circolazione delle persone rimane la crescente esclusione in modo duraturo dal mercato del lavoro di troppi senzalavoro svizzeri e stranieri, la cui storia professionale nei settori industriali in declino ne fa – indipendentemente dalle loro qualifiche – degli esuberi. La forte terziarizzazione del mercato del lavoro ginevrino – 80 per cento degli impieghi – rende abissale tale scollamento e i programmi pubblici di occupazioni temporanee (una specialità ginevrina ormai contestata da Berna) non hanno mai inciso in modo positivo. Più la disoccupazione perdura, meno le persone sono collocabili e entrano nel vortice della stigmatizzazione. Di fronte a questa impasse non serve invocare un improbabile ritorno alla piena occupazione. Lo scenario di una crescita tendenzialmente con sempre meno impiego è la strettoia dei prossimi anni. Si tratta perciò di concepire nuove vie per favorire il ritorno dei disoccupati di lunga durata sul mercato del lavoro e di fare riemergere quegli impieghi, che attualmente alimentano il fiume dell’economia sommersa e del lavoro clandestino, scaricato sulle spalle dei sans papiers. La ricerca di soluzioni praticabili passa da un approccio comune tra stato (e grandi città), economia privata e imprese sociali e solidali. A Ginevra tre anni fa era stata bocciata l’introduzione di un reddito minimo di reinserimento; ma nel frattempo il tabu di salari modesti completati dall’aiuto sociale è stato incrinato a San Gallo. A Zurigo le proposte della municipale verde Monika Stocker di salari parziali a scopo integrativo, hanno lanciato un dibattito di società, con le accuse dei sindacati di aprire di fatto le porte al dumping salariale (cfr. area n. 40 del 30 settembre). È un cantiere dove le variabili in campo non sono univoche e dove molte contraddizioni restano irrisolte. Ne parleremo la prossima volta.

Pubblicato il 

14.09.05

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