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Airlight, quel senso di giustizia latitante

di

Francesco Bonsaver

Nel caso Airlight il sistema elvetico svela le sue debolezze nell’affrontare talune situazioni. Dopo aver investito 120 milioni di franchi in progetti innovativi per una decina d’anni senza averne ricavato un franco, l’azienda fallisce. Fin qui tutto “regolare”, rientrando nei parametri della dura legge delle start-up. Su dieci, solo una ce la fa. Restando ottimisti.

 

Altri fatti fanno però riflettere. La società fallita è l’unica del gruppo societario con  dei dipendenti. Non avendo alcun patrimonio (nonostante un capitale azionario dia 9 milioni di franchi) con buona probabilità una volta decretata fallita lascerà a bocca asciutta i suoi creditori e gli ex dipendenti.

 

L’unica possibilità di reperire patrimoni per far fronte ai debiti potrebbe essere la holding che controlla al 100 % la ditta fallita, oppure l’eventuale redditività della ventina di brevetti. Questi ultimi sono di proprietà di un’altra società che appartiene alla holding. Impossibile legalmente, anche nel caso di redditività, coprire parte del buco dell’azienda fallita. La holding invece ha forse una responsabilità morale ma non giuridica dei debiti della sua controllata fallita. In altri paesi europei, in Italia ad esempio, non è così: la legge è stata modificata una decina d’anni fa, proprio per evitare questo tipo di abusi. In Svizzera, no.

 

Tanto più che dopo quasi un’ora di dibattimento in Pretura, è arrivato il colpo di scena. L’amministratore delegato, dopo una breve assenza per una telefonata, corregge quanto fino a quel momento sostenuto. La fallita Manufacturing non appartiene più alla holding, poiché è stata venduta a una società estera in dicembre. Curiosamente, l’amministratore delegato (nominato in febbraio) non conosceva il nome del suo datore di lavoro né dove avesse la sede. «Mi sembra fosse Hong Kong…”

 

Il finale sembra dunque già scritto. Come avvenuto in molti altri casi simili, dei salari impagati si farà carico la collettività con l’insolvenza finanziata da lavoratori e aziende. Stiamo parlando di somme vicine al milione di franchi, per capirsi. In misura minore, l’onere se lo assumeranno gli stessi ex dipendenti, percependo solo l’80% del dovuto cumulato all’intero periodo di disdetta mancante. Oltre ad aver già bruciato parte dei giorni di diritto alla disoccupazione. Cornuti e mazziati.

 

Anche degli eventuali oneri sociali non saldati (le verifiche sono in corso) il conto lo pagherà Pantalone. Sia la cassa Avs statale sia le pensioni private del 2° pilastro dispongono di fondi comuni a cui attingono per coprire questi buchi. Se questo sistema ha il pregio di ben tutelare i salariati, d’altro canto favorisce l’impunità di chi ha delle responsabilità.

 

Vi sono altri aspetti esemplari nella vicenda Airlight. L’azienda ha licenziato i dipendenti con effetto immediato il 31 maggio, depositando al contempo i bilanci per il fallimento. Circa tre mesi dopo, il suo amministratore unico convocato in Pretura dichiara di non poter riferire dello stato del patrimonio aziendale. A sua discolpa, l’aver ricevuto tardivamente la convocazione della Pretura e dunque impossibilitato a produrre la documentazione. Resta il fatto che l’ultima contabilità risale al bilancio 2014. A tre mesi del deposito bilanci, manca pure l’inventario del patrimonio aziendale.

 

Neppure la società di revisione, la rinomata Ernst &Young, ha prodotto della documentazione perché non avrebbe ricevuto le carte dalla ditta. Su questo tema, il Codice delle obbligazioni elenca una serie di norme a cui sia il consiglio d’amministrazione sia la società di revisione devono sottostare quando l’azienda naviga in brutte acque. Che la magistratura verifichi se siano stati rispettati, osiamo dubitarne. Troppi costi ed energie per un risultato economico quasi nullo. La giustizia passa in secondo piano.

 

All’uscita dell’udienza in Pretura, nei creditori cresceva un sentimento, frustrante, d’impotenza di fronte a una giustizia “light”.                                                                                   

 

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Lunedì 29 Agosto 2016

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Ticino
24.08.2016

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Francesco Bonsaver

Ultima tappa, l’aula della Pretura di Biasca il 18 agosto per le istanze di deposito dei bilanci e di fallimento. Si conclude così l’avventura di Airlight iniziatasi nel 2007, la promettente start up ticinese specializzata nelle tecniche innovative nel campo dell'energia verde. Una meteora bruciatasi nell'arco di una decina d'anni, lasciando sul campo speranze infrante, molti soldi, diversi creditori a bocca asciutta oltre a una trentina di ex dipendenti a casa con arretrati salariali impagati.

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