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Aido, cronista di guerra dal fronte spagnolo

di

Francesco Bonsaver
Aido, l'uomo che fece infuriare Benito Mussolini. Ma chi era costui? È ciò che voleva sapere con una certa insistenza anche il duce, inviperito  per i suoi articoli che raccontavano la guerra civile spagnola sulle pagine di Libera Stampa, il giornale socialista ticinese. Il quotidiano, in quegli anni, era sicuramente il più critico fra i giornali in lingua italiana ed è per questo che Mussolini lo voleva puntualmente sulla propria scrivania. Aido, al secolo Dario Anselmetti, famiglia originaria di Berzona in Val Onsernone, nato e cresciuto a Biasca, riportava fedelmente quanto avveniva in Spagna durante la guerra civile. In particolare aveva documentato la presenza di truppe fasciste italiane inviate dal duce a sostegno dell'insurrezione di Franco contro la Repubblica. Un coinvolgimento fascista diretto nel conflitto spagnolo che era sempre stato negato da Mussolini, il quale notoriamente odiava essere contraddetto. Tanto che quegli articoli dalla Spagna di Aido,  spinsero il duce a chiedere direttamente al Ministro degli esteri della Svizzera, Giuseppe Motta, chi si nascondesse sotto quel nome.  Motta, notoriamente molto ossequioso nei confronti dei fascisti italiani, chiese al direttore di Libera Stampa Pietro Pellegrini di rivelargli l'identità dell'articolista. Quest'ultimo gli rispose con un bel "no".

Dario Anselmetti, come è nata la sua avventura giornalistica?
Ho sempre avuto la passione per la scrittura, ma a quei tempi nessuno ti incoraggiava a diventare scrittore perché "con la letteratura non ci si guadagna il pane" dicevano. Poiché la "professione tradizionale" di famiglia era quella di macchinista presso le ferrovie (lo erano mio nonno e mio padre), alla fine ho ceduto e a 14 anni sono andato a studiare al technicum di Baden. Terminati gli studi, sono stato assunto da una ditta svizzera che produceva prodotti di precisione per misurazioni. Per motivi di lavoro mi spostavo molto all'estero e, per passare le ore in treno, scrivevo. Il direttore di Libera stampa, Pietro Pellegrini, apprezzava i miei pezzi e mi chiese se non volevo collaborare con il giornale. Risposi di sì e mi fece la tessera di "redattore viaggiante".
E in Spagna?
Nel 1936 mi trovavo in Spagna per conto della mia ditta, insieme ad altri 4 colleghi. Stavamo fornendo e installando materiale per la città universitaria di Madrid. Quando scoppiò la guerra, in luglio, la ditta ci telegrafò che dovevamo rientrare tutti, salvo uno a cui sarebbe stato affidato il compito di controllare il materiale in attesa che la situazione si calmasse. Decisi di rimanere io, così potevo scrivere degli articoli per Libera Stampa. E il mio soggiorno durò fino al 1938.
Perché è rientrato?
Ero disgustato dai russi e dal loro comportamento.
Com'era la situazione in Spagna in quegli anni?
Io vivevo a Madrid. Grazie alla mia qualifica di giornalista, alloggiavo nell'albergo destinato alla stampa: "Da Dolores". Lì c'erano tutti i corrispondenti ed è lì che ho conosciuto Ernest Hemingway e Willy Brandt, entrambi inviati. Tra noi giornalisti c'era l'accordo di non chiamarsi mai per nome. Hemingway lo chiamavamo "l'inglès". Malgrado fosse americano per tutti era "l'inglès" per via della lingua. Lui mi chiamava "Swissboy". Con Willy Brandt ho poi mantenuto dei buoni contatti. Una volta, quando era Cancelliere tedesco, dovendo recarsi in Italia, a Cernobbio, ha dormito a casa mia, qui a Brissago.
In Spagna in che condizioni operavate?
La situazione era molto pericolosa. Era molto attiva "la quinta colonna", un gruppo composto da figli di borghesi e nobili filo franchisti che facevano attentati contro i repubblicani e gli internazionalisti. Hemingway mi disse: "Per sopravvivere, quando sei in una osteria, tieni sempre la schiena contro un muro e con un occhio controlla l'entrata". È stato un buon consiglio.
E tra la popolazione?
C'era molta povertà. Io stesso ho patito la fame. Le donne giravano con la sporta, un contenitore per il cibo, ma era sempre vuota. Vagavano come ossesse alla ricerca di qualcosa per riempirla, di qualche avanzo. Ma raramente trovavano di che sfamare loro e i loro bambini. Mentre ero in Spagna, alcune volte sono riuscito ad andare in Francia e, rientrando, portavo qualcosa da mangiare. Mi ricordo che molte persone vivevano nelle stazioni della metropolitana di Madrid, per rifugiarsi dai bombardamenti. Con dei fuocherelli, scaldavano dell'acqua e raramente riuscivano ad avere cibo da far bollire. Quando davo loro i dadi che ero riuscito a portare con me, subito si spandeva nell'aria l'odore del brodo di pollo. Malgrado fosse solo un brodo, tutti iniziavano ad animarsi e avvicinarsi affamati. E, naturalmente, erano molto riconoscenti.
Come funzionava il suo lavoro?
Scrivevo gli articoli, poi li portavo alla Telefonica di Madrid. Lì passavano sotto il controllo del censore. Per un periodo fu censore anche Pietro Nenni. Una brava persona, molto seria e rigorosa. Superato il censore, spedivo l'articolo in Svizzera. Visto che non ho mai ricevuto un soldo per il mio lavoro di giornalista, il direttore Pellegrini mi fece sapere che voleva spedirmi almeno i francobolli. Gli dissi di lasciar perdere, che andava bene così.
Sentiva la responsabilità dell'importanza del suo lavoro di giornalista di un quotidiano di lingua italiana totalmente avverso al regime fascista e per questo preso di mira da Mussolini?
Certamente. Sentivo mia la lotta contro i nazisti e i fascisti. E il mio modo di lottare era attraverso quanto scrivevo. Una volta, ad una riunione per giornalisti, ho incontrato la Passionaria (Dolores Ibárruri, personaggio mitico tra le forze repubblicane spagnole, responsabile della propaganda repubblicana, e si dice sia stata la prima ad aver esclamato alla radio "No Pasaran", il legendario grido di battaglia dei repubblicani). La passionaria mi ha abbracciato e mi ha detto: "Oggi vale più la penna che il fucile".
Perché molti ticinesi sono partiti per combattere, rischiando la vita?
In quel periodo c'era molta miseria, ma anche tanta speranza. Dove sono nato e cresciuto, Biasca, si era poveri. Ma al contempo, tra molti di noi, soprattutto nella Biasca rossa, c'era la convinzione che si potevano cambiare le cose. La rivoluzione in Russia era per noi giovani  fonte di speranza, un simbolo che la rivoluzione fosse possibile. Chi andava in Spagna lo faceva perché antifascista ma soprattutto perché era comunista e sognava un mondo migliore.
Al rientro in Svizzera ha avuto problemi?
Ricordo di aver nascosto il salvacondotto nelle scarpe per paura di ritorsioni legali. Ma non mi hanno mai fatto nulla, anche perché non ero in Spagna come combattente in armi, ma come giornalista. In quel periodo infatti tanti volontari svizzeri e ticinesi sono stati condannati perché avevano militato in un esercito straniero. Mi chiedo allora perché questo principio non valga per le guardie svizzere del Papa.

Pubblicato

Venerdì 27 Ottobre 2006

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