Nelle grandi imprese svizzere non c'è spazio per le persone disabili. Proprio mentre a Berna si sta decidendo un nuovo giro di vite nel campo dell'assicurazione invalidità che nei prossimi anni per circa 17 mila persone dovrebbe comportare la perdita del diritto alla rendita e il reinserimento nel mercato del lavoro, i padroni dichiarano di non avere alcuna intenzione di creare i necessari posti. Il dato emerge da un sondaggio realizzato recentemente da Pro Infirmis, la più grande organizzazione per disabili della Svizzera.

In previsione del dibattito attualmente in corso alle Camere federali sulla sesta revisione della Legge sull'assicurazione invalidità (Ai, vedi articolo sotto), ai 35 più importanti datori di lavoro del paese sono state poste alcune semplici domande sul numero di persone portatrici di handicap da loro impiegate e sulla disponibilità a fare nuove assunzioni in futuro per realizzare l'obiettivo che Consiglio federale e Parlamento hanno assegnato a questa ennesima controriforma di un'assicurazione sociale. Il risultato dell'inchiesta è a dir poco sconcertante. La metà dei datori di lavoro interpellati non ha nemmeno reagito alla sollecitazione di Pro Infirmis: tra questi nomi illustri quali Nestlé, Roche, Swisscom, Axpo, SwissRe, Raiffeisen, Sulzer e Manor. Siemens, Basilese e Swatch si sono invece degnate di comunicare per iscritto che  non intendono partecipare all'inchiesta. La Zurich Assicurazioni ha fatto sapere che «per il momento» non risponde a questo genere di domande, ma che la questione sarà trattata nell'ambito dell'Associazione svizzera d'assicurazioni.
Dal canto loro, le due grosse banche Ubs e Cs (entrambe con oltre 20 mila posti di lavoro a tempo pieno) non sono nemmeno state in grado di fornire dati sui loro dipendenti con handicap o con una capacità di rendimento ridotta. «Abbiamo delle direttive che prescrivono chiaramente il divieto di discriminare i collaboratori portatori di handicap nei processi di occupazione dei posti: si trovano in un normale rapporto di concorrenza con gli altri candidati», scrive Ubs. E Cs: «Credit suisse si basa sulle capacità delle persone e non sui loro limiti. Quando esse rispondono alle esigenze, non vi è ragione di favorire un collaboratore normodotato rispetto a un portatore di handicap».
Il costruttore di ascensori e scale mobili Schindler, per cui i disabili sono tra l'altro una fonte di profitto, si tira indietro con questa spiegazione: «L'impiego di persone con handicap è possibile solo in parte o (per ragioni di sicurezza) non è possibile per nulla», perché «le nostre attività richiedono forza fisica e mentale e contatto con la clientela».
Impegni per il futuro non ne prendono nemmeno i giganti della grande distribuzione Coop e Migros, i quali però sottolineano che già oggi l'1 per cento dei loro collaboratori è a beneficio di una rendita Ai. Una percentuale, stima Coop, che potrebbe anche essere più alta, «poiché un dipendente non a tempo pieno non è tenuto a informare il datore di lavoro se percepisce una rendita parziale». Sempre Coop precisa tuttavia che «posti di lavoro per beneficiari di una rendita Ai vanno scelti di caso in caso, il che rende difficile la loro creazione».
Presso la Posta sono invece 700 i dipendenti portatori di un handicap, pari all'1,6 per cento dei circa 44 mila impiegati. Simile il dato della Georg Fischer: «inferiore all'1 per cento in Svizzera» ma del «2,2 medio a livello di gruppo». Swisslife, dal canto suo, conta trenta collaboratori disabili, ma ipotizza che ve ne siano anche «un certo numero con handicap non visibili o non ancora conosciuti». Infine, anche Novartis assicura di avere «sicuramente» dipendenti portatori di handicap ma aggiunge di non poter fornire dati in quanto, «di fronte alla piena capacità lavorativa, gli handicap non vengono registrati». «Per ragioni di uguaglianza», precisa la multinazionale.
I silenzi e le risposte dei più importanti datori di lavoro in Svizzera fotografano una situazione allarmante che dimostra quanto lavoro ancora ci sia da fare sul fronte dell'integrazione professionale e sociale delle persone disabili. Ma anche come sia utopistico l'obiettivo della sesta revisione dell'Ai di mandare a lavorare  17 mila  delle circa 244 mila persone che oggi percepiscono una rendita di invalidità.
A meno che, afferma Pro Infirmis, si stabilisca per esempio che ogni azienda con almeno venti dipendenti sia tenuta per legge ad avere una quota di lavoratori disabili del 2 per cento. Ma l'ipotesi che il Parlamento accetti una simile proposta è assai remota.
È dunque evidente che la revisione legislativa in corso rischia di ridursi a un'operazione di revoca delle rendite a migliaia di invalidi senza offrire loro alcuna alternativa che non sia l'assistenza sociale.

Pubblicato il 

17.12.10

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