Aumentare le ore di lavoro a titolo gratuito. Questa la richiesta di molte aziende ai propri dipendenti per far fronte alle difficoltà legate al superfranco. In due fabbriche, Trasfor e Agie, le maestranze hanno risposto diversamente alla richiesta. Ma quando chiedono "sacrifici" ai dipendenti, le aziende fanno altrettanto? E quando le cose vanno bene, i benefici come vengono distribuiti?

"Un piccolo sacrificio". È quanto affermano di chiedere le aziende votate all'esportazione ai propri dipendenti, domandandogli di prolungare l'orario di lavoro a titolo gratuito. In questo modo, le aziende vogliono abbassare il costo del lavoro per compensare i margini di profitto che stanno perdendo a causa del superfranco. "Un piccolo sacrificio" chiesto ai dipendenti, dicono gli industriali, per salvare i posti di lavoro evitando la dislocazione. E davanti a questa prospettiva, dai posti di lavoro giungono due opzioni.
Alla Trasfor di Monteggio, i lavoratori hanno dato la loro disponibilità nel prolungare l'orario settimanale a patto che le ore non fossero regalate. Qualora la congiuntura economica lo consentisse nuovamente, le ore supplementari accumulate sarebbero dovute essere restituite ai legittimi proprietari, ossia i lavoratori. La direzione ha rifiutato per ora la proposta, mantenendo la richiesta del lavoro prestato gratuitamente.
Due terzi dei dipendenti dell'Agie-Georg Fischer invece, di fronte al "sacrificio aziendale", hanno accettato di lavorare gratis tre ore la settimana senza nessuna contropartita. Anche nel caso l'azienda torni ad avere margini di profitto. A pagare quindi i costi della crisi finanziaria, madre dell'instabilità attuale sul mercato dei cambi, saranno quindi solo i dipendenti Agie. In fondo, è sempre stato così. Negli anni di vacche grasse, la ricchezza prodotta dal gruppo Georg Fischer Agie Charmilles è finita soprattutto nelle tasche di manager, dei membri di consiglio di amministrazione e di azionisti. Qualche briciola è arrivata anche ai dipendenti, ma le proporzioni sono abbastanza evidenti.
Se si confrontano gli aumenti salariali degli ultimi anni all'Agie di Losone ai risultati economici aziendali, i dati sono eloquenti. Stando a uno studio pubblicato da Travailsuisse sulle retribuzioni dei manager, dal 2002 allo scorso anno, tra perdite e ricavi, il gruppo ha complessivamente realizzato 546 milioni di franchi di utile. Nello stesso periodo, il divario tra lo stipendio più basso dei dipendenti e il salario medio di un membro del consiglio di amministrazione è cresciuto del 295 per cento e del 123 per cento rispetto alla retribuzione di un membro di direzione di Agie. Lo scorso anno Yves Serra, Ceo di Georg Fischer Agie Charmilles, ha guadagnato 1,775 milioni di franchi, ossia 34 volte il salario più basso versato dall'azienda.
Non è andata male neanche agli azionisti, che sebbene siano rimasti a bocca asciutta lo scorso anno, negli anni precedenti la crisi hanno incassato dei buoni dividendi (10 franchi nel 2005, 15 nel 2006 e 25 nel biennio 2007-2008). Quest'anno riceveranno dieci franchi, grazie al risultato dello scorso anno, dove è stato realizzato un utile netto di 108 milioni di franchi e la cifra d'affari è cresciuta del 19 per cento, che "al netto degli effetti del cambio l'incremento è stato addirittura del 27 per cento" dice la nota stampa. A dimostrazione che il cambio delle valute a volte è un fattore positivo per le aziende.
E ai dipendenti, come è andata? Negli ultimi cinque anni, i lavoratori di Agie di Losone hanno visto il loro salario lievitare complessivamente di 295 franchi. Oltre cinque anni di aumenti spazzati in un sol colpo per chi si rifiuta di prestare le tre ore gratuite chieste dall'Agie. La pena in caso d'impossibilità nel regalare tre ore è una decurtazione del salario del 7,5 per cento. Così è stabilito nell'accordo aziendale sottoposto e approvato dai dipendenti. Nel caso di un salario da 4mila franchi, equivale a 350 franchi in meno. "Piccoli sacrifici" dicono gli industriali e i loro sostenitori. Sarà. Sulla bilancia dei sacrifici però occorre anche mettere i 2'300 posti di lavoro soppressi dal gruppo a seguito dalla ristrutturazione del 2009 dopo la crisi finanziaria. Nello stabilimento di Losone i licenziamenti sono stati una cinquantina. La gran parte dei licenziati aveva più di cinquant'anni, con molti anni di servizio proprio all'Agie. Lavoratori che ovviamente costavano di più in termini di oneri sociali e casse pensioni. Giuliano Ossola, intervistato da area (6 marzo 2009) poco dopo aver ricevuto la lettera di licenziamento dopo 40 anni di fedeltà all'azienda, parlava con nostalgia di un rispetto dei dipendenti che esisteva un tempo nell'azienda. «Oggi queste cose non hanno più nessun valore, siamo diventati usa e getta e basta. Ho messo l'anima nel mio lavoro, e non è servito a niente» concludeva amaramente Ossola. Una frase che dovrebbe suonare da monito a chi crede nei sacrifici a senso unico.

Pubblicato il 

09.09.11

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato