Alla fine degli anni ottanta, quando ero alla direzione del Dipartimento degli interni, l’obiettivo dei tentativi (falliti) di fusione era soprattutto quello di garantire ai piccoli Comuni il potenziale umano e finanziario necessario per poter offrire alla popolazione i servizi e le strutture fondamentali e per poter rispondere autonomamente almeno ad alcune delle nuove esigenze di un mondo in rapida trasformazione. Oggi le aggregazioni, non più di piccoli Comuni bensì dei 4 agglomerati urbani di Lugano, Bellinzona, Locarno e Chiasso-Mendrisio, sembrano essere diventate una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per far diventare il Ticino un Cantone competitivo capace di realizzare uno “sviluppo sostenibile”. Quello sviluppo che l’art. 73 della Costituzione federale definisce come “un rapporto durevolmente equilibrato tra la natura, la sua capacità di rinnovamento e la sua utilizzazione da parte dell’uomo”. Questa almeno è l’opinione che emerge da importanti documenti dell’Ufficio federale sullo sviluppo territoriale (Are, Rapporto 2005), del Consiglio di Stato (Rapporto sugli indirizzi e Linee direttive 2004-2007), del Dipartimento del territorio (progetto di revisione del Piano direttore), della Sezione enti locali (Sel, rapporto sul Ticino delle città 2004) e da un lavoro di ricerca di Credit Suisse (Lugano e il Ticino urbano). Secondo il Rapporto 2005 dell’Are l’aggregazione è la forma più efficace e trasparente per progettare e realizzare in modo democratico un concetto unitario di sviluppo degli agglomerati, oggi ancora divisi dai confini giurisdizionali, con particolare riguardo ai problemi di uso del territorio tra centro e periferia, di mobilità e di equità tra chi paga e chi beneficia di un servizio o di una struttura pubblici. Il “Rapporto sugli indirizzi” sottolinea l’importanza di un riassetto istituzionale fondato sullo strumento delle fusioni o aggregazioni comunali per poter realizzare una politica regionale coerente, meno dipendente dall’assistenzialismo confederale, ma anche meno limitata dai vincoli pianificatori decisi da Berna. Questo concetto viene ripreso dalle Linee direttive della legislatura in corso dove si afferma che le singole regioni devono essere messe in condizione di poter valorizzare e promuovere la loro specificità a condizione che ciò avvenga in stretto coordinamento con la politica delle aggregazioni comunali, con quella dei trasporti e con le politiche economiche settoriali. Secondo il progetto di revisione del Piano direttore è sempre più evidente che la dimensione del territorio dei Comuni è spesso inadeguata ad affrontare i nuovi problemi e i potenziali di sviluppo regionali per cui occorre rafforzare gli agglomerati incentivando le aggregazioni. Da parte sua il rapporto del Sel sulle città 2004 riassume la situazione ricordando che per integrare la politica socio-economica del rapporto sugli indirizzi e la politica territoriale del Piano direttore occorre rendere funzionali gli agglomerati urbani e che le aggregazioni sono la soluzione più semplice per raggiungere questo obiettivo, mentre la soluzione di creare degli organismi intermedi è complessa e incerta. Infine la ricerca promossa da Credit Suisse identifica nella localizzazione (individuazione di una collocazione spaziale favorevole) il fattore determinante per lo sviluppo economico di una regione e situa il Ticino nel suo insieme – nonostante gli sgravi fiscali – solo al 18° posto (malgrado il buon piazzamento di Lugano) nella classifica dei Cantoni con la localizzazione più attrattiva. La causa di questa valutazione mediocre risiede soprattutto nei problemi di accessibilità condizionati da una poco efficace politica territoriale. Fin’ora l’unica aggregazione significativa realizzata parzialmente di un agglomerato urbano ticinese è stata quella di Lugano. È dimostrato, e unanimemente riconosciuto, che quella aggregazione (ancora parziale) è stata possibile anche o soprattutto perché il polo (Lugano) è più ricco della periferia, mentre la situazione è capovolta negli altri tre agglomerati, in particolare in quelli del Sopraceneri. In queste regioni per poter passare dai sogni alla realtà sarebbe necessario un contributo statale di alcune decine di milioni di franchi che permetta di riequilibrare gli interessi finanziari immediati dei singoli Comuni. L’on. Luigi Pedrazzini, nella relazione che aveva preparato in occasione della giornata organizzata da “Coscienza svizzera” sul problema delle aggregazioni, richiamando la situazione particolare del Sopraceneri aveva paventato il rischio che “attorno al dominio del polo di Lugano potesse esserci depressione e sfacelo” con evidente danno per tutto il Cantone, compreso la stessa Lugano. Se le cose stessero in questi termini (e, in base agli elementi disponibili, non vedo ragione per dubitarne) sembrerebbe ovvio che il problema delle aggregazioni dovrebbe rivestire grande priorità per il futuro del Cantone, della sua economia, della sua socialità, del suo “sviluppo sostenibile”. Tutte le forze politiche dovrebbero quindi far convergere i propri sforzi verso questo obiettivo, sia per quanto riguarda il reperimento dei soldi necessari (sarebbe un investimento con elevatissimo valore aggiunto), sia per quanto riguarda consapevolezza e volontà a livello locale. Altrimenti si potrebbe legittimamente pensare che tutti i documenti citati raccontino panzane o che comunque vengano considerati dal potere politico come un fastidioso bla bla. Il che non migliorerebbe la credibilità, già troppo bassa, né della politica, né dei politici perché, in fin dei conti, le istituzioni come le persone andrebbero giudicate confrontando i buoni propositi con la volontà di tradurli in fatti.

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26.08.05

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