Giustizia

Nel comunicare stamani la sentenza nell’aula della Pretura penale di Bellinzona, il giudice Simone Quattropani ha spiegato di non essere arrivato «a stabilire al di là di ogni ragionevole dubbio» l’eventuale colpevolezza dei due agenti, optando dunque per il proscioglimento  di entrambi gli imputati dalle accuse di aver pestato un venditore di rose alla stazione cittadina il primo agosto 2015.

 

«In assenza di prove oggettive quali la videosorveglianza o testimonianze dell’aggressione», ha proseguito il giudice, al centro della valutazione vi era la credibilità delle parti.

 

A mente del giudice, la presunta vittima si è contraddetta in alcuni punti nella versione dei fatti fornita nei diversi interrogatori, quali la posizione dei due agenti durante il pestaggio, il numero di schiaffi ricevuti o se avesse ricevuto dei calci quando era a terra o in piedi. I due imputati hanno invece mantenuto una coerenza, ribadendo di non ricordare cosa avessero fatto quel giorno, di non ricordare di esser passati o meno in stazione, negando decisamente di aver fermato e picchiato il denunciante.

 

Le sentenze non si discutono, eventualmente ci si oppone inoltrando appello. Ed è quanto sta valutando l’avvocato Nadir Guglielmoni, legale del venditore di rose.

 

Nell’aula del dibattimento, aleggiava costantemente la figura del coimputato di pietra. Per esser precisi, dei due coimputati di pietra. Il ruolo della Magistratura ticinese nelle prime fasi d’inchiesta e del Comando della polizia luganese. «Nel caso in questione non occorrono lunghe disertazioni per spiegare come ai suoi inizi l’inchiesta condotta dal Ministero pubblico non sia stata né effettiva né approfondita» ha detto il giudice, aggiungendo che «la polizia cittadina di Lugano non è stata da meno, fornendo all’autorità inquirente documenti incompleti o errati».

 

Tra le numerose manchevolezze dei due magistrati che si erano occupati inizialmente del caso (il cui agire è stato bocciato più volte dalla corte dei reclami penali e dal Tribunale federale), è emersa la constatazione che i due agenti siano stati interrogati solo oltre due anni dopo i fatti. «I loro verbali hanno dunque una valenza probatoria assai ridotta, per non dire nulla» ha commentato il giudice, spiegando che teoricamente i due avrebbero potuto discutere tra loro la vicenda, concordando la versione da fornire agli inquirenti.

 

Il Comando della polizia cittadina invece, ha inviato un parziale tracciamento geolocalizzatore dell’autopattuglia a partire dalle ore 8.30, quando era stato richiesto a partire dalle ore sette. In assenza di filmati e testimonianze, la documentazione non inviata dalla Polcomunale avrebbe potuto rivelarsi determinante sulla questione della credibilità dei due imputati, che avevano sempre negato di essersi fermati in stazione quel giorno.

 

Come invece fu fatto presente dal Tribunale federale, «il veicolo di servizio in dotazione quel giorno agli imputati era rimasto fermo sul parcheggio verso il lato nord della stazione FFS (almeno) dalle ore 8.30 alle ore 8.33». Orario importantante ai fini dell'inchiesta, poiché il presunto pestaggio sarebbe avvenuto qualche decina di minuti prima. Dopo la sentenza del TF, gli inquirenti avevano nuovamente richiesto i dati della geolocalizzazione a partire dalle ore sette, ma non gli furono consegnati. La Polcomunale asseriva che quei dati furono cancellati quando il sistema informativo fu modificato.

 

Se l’assenza di filmati o testimonianze e le contraddizioni della presunta vittima nel corso degli interrogatori lungo gli otto anni dai fatti non hanno convinto il giudice «oltre ogni ragionevole dubbio» della colpevolezza dei due agenti, non possono essere altrettanto prosciolti il Ministero pubblico e il Comando della Polizia comunale di Lugano dal dubbio di aver ostacolato la ricerca della verità.

 

Pubblicato il 

15.11.23
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