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Giustizia

Adecco, inchiesta da rifare

La Corte dei reclami penali accoglie parzialmente il ricorso di Unia

di

Francesco Bonsaver

E con questa fanno tre. Sul piano giuridico Unia Ticino ha vinto tre battaglie contro Adecco, il gigante interinale che stilava due contratti a due paghe diverse, quella inferiore versata al dipendente, mentre l'altra retribuzione “virtuale” era destinata alle autorità cantonali per il rilascio del permesso di lavoro (Per l’intera vicenda si vedano gli articoli correlati).Dopo aver visto confermata in seconda istanza civile la condanna al versamento della differenza salariale tra le due paghe agli operai tutelati, il sindacato registra ora una vittoria, seppur parziale, sul decreto d’abbandono formulato dal Ministero pubblico nell’inchiesta penale sui medesimi fatti contro Adecco.

 

Unia aveva ricorso contro il decreto d’abbandono appellandosi alla Corte dei reclami penali del Tribunale d’Appello. Un ricorso accettato parzialmente. La Corte presieduta dal giudice Mauro Mini non ravvisa gli estremi per il reato di falsità in documenti, mentre conferma la sussistenza delle ipotesi dei reati dell’inganno nei confronti delle autorità e dell’usura come sollevato dai legali del sindacato.

 

Nella sua sentenza la Corte ravvisa alcune lacune nell’inchiesta condotta dalla Procuratrice Francesca Lanz. «È manifesto che quanto esposto dal magistratura inquirente per negare l’adempimento del reato di usura sia lacunoso e carente» si legge, per poi proseguire parlando del lavoro della procuratrice «senza minimamente spiegare perché dagli interrogatori (dei lavoratori affiliati) sarebbe emersa l’assenza di elementi soggettivi e perché le informazioni (quali?), la documentazione (quale?) e le audizioni assunte in seguito avrebbero escluso l’esistenza degli elementi oggettivi di reato».

 

Citando la numerosa giurisprudenza in materia, la Corte fa notare che lo stato di bisogno non è necessariamente di natura economica. «È sufficiente che la vittima si trovi in una situazione di costrizione tale che riduca la sua libertà di decisione al punto che si dichiari pronta a corrispondere una prestazione sproporzionata». E il fatto che gli operai si fossero rivolti ad Adecco, dimostra che erano senza lavoro, dunque in stato di bisogno.  

 

Più avanti la Corte si sofferma sulla sproporzione tra prestazione e controprestazione dei salari reali e usuali: «essa è ammessa dal procuratore pubblico, che però ritiene che abbia importanza soltanto dal profilo civile e invocata solo in sede civile. A torto.» conclude la Corte, annottando che il salario realmente versato è inferiore del 33 e 38% rispetto agli stipendi usuali, ben oltre la soglia della manifesta sproporzione per giurisprudenza fissata al 25 per cento.

 

Infine la Corte invita la Procura ad approfondire meglio se «Adecco ha privilegiato l’immediato suo guadagno economico approfittando della sfavorevole e critica situazione del mercato del lavoro». Concludendo, «s’impone senz’altro di annullare il decreto e di tornare gli atti al pubblico ministero».

 

Ora la palla torna dunque alla procuratrice Francesca Lanz, al centro della cronaca recente quale titolare dell’inchiesta dell’inquinamento Pozzo Polenta nel Mendrisiotto che si sta lentamente avviando verso l’abbandono. Un’inchiesta partita 7 anni fa e, dopo esser passata di mano a vari procuratori, dal 2013 è finita sul tavolo della procuratrice Lanz. Il Consiglio della magistratura sta accertando eventuali responsabilità di natura disciplinare nei confronti della procuratrice Lanz, ultima titolare dell’inchiesta, poiché i procuratori pubblici che l’hanno preceduta non sono più attivi in seno alla magistratura.

Pubblicato

Martedì 3 Novembre 2015

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