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Accoglienza difficile

di

Martino Dotta
Quando due persone si mettono in contatto, può stabilirsi tra loro una comunicazione oppure nessun genere di scambio. L’incontro di due esseri umani è dunque rivestito d’una grave incognita: può diventare effettivo oppure non avere per nulla luogo. Ciò può avvenire sia per volontà di un non congiungimento, sia per contingenze esterne che determinano tra i due un’incomunicabilità di fatto. Il discorso è complesso e si complica ulteriormente se le persone coinvolte non sono soltanto due, bensì sono popolazioni diverse per mentalità, cultura e prospettiva ideologica. È quel che si chiama l’incontro interculturale: è una situazione sottoposta a variabili labili, poiché nel caso estremo può condurre ad uno scontro tra le civiltà. Non voglio entrare nel merito del dibattito teoretico su questo scontro, ma desidero costatare semplicemente la difficoltà di accogliere l’altro per come si presenta ai miei occhi ed è nella sua essenza. A volte capita anche a me di proiettare sull’altro che mi sta dinnanzi, e che vorrebbe conferire con me da pari a pari, aspettative ed immagini non corrispondenti alla sua realtà. Si tratta perlopiù di un gioco inconscio, che però può condurmi ad interagire con lui sulla base di stereotipi o pregiudizi negativi o favorevoli. Di fatto, non lo considero per quello che è, bensì per quanto vorrei che fosse o per ciò che evoca in me. Alla fin fine, non lo prendo sul serio e corro il rischio d’ingabbiarlo in tipi differenti di precomprensione. E lui non si riterrà né capito, né accolto, tanto meno stimato o amato. Posto in tal modo, questo discorso appare astruso. Vorrei quindi rinviare ad un esempio di “accoglienza difficile”, eppure possibile. Quando mi reco in un paese straniero, di cui non conosco né la lingua, né la storia, né i costumi, di primo acchito farò fatica a comunicare con la popolazione locale. Il processo di ambientazione sarà per me laborioso ed accompagnato di sicuro da frustrazioni e senso di smarrimento. Non meno di me, la gente del posto avrà problemi nell’entrare in relazione con me e proverà sentimenti simili ai miei. Sul piano emotivo, si realizza così già una forma primordiale di comunicazione, nonostante la mancanza di un linguaggio verbale comune. Forse quella gente troverà dei modi alternativi per manifestarmi la sua ospitalità ed io riuscirò a darglielo da intendere. Avrò pertanto l’impressione di essere accolto per davvero, di venire riconosciuto per le mie caratteristiche e di essere capace di relazionare con degli sconosciuti. Sarà determinante – per me e per loro – l’attitudine interiore con cui ci porremo gli uni di fronte agli altri, se cioè saremo in grado di aprire un margine mentale ed affettivo per darci spazio a vicenda. Che una condizione simile spesso non si realizzi per milioni di profughi può darci a pensare in questo periodo prenatalizio.

Pubblicato

Venerdì 5 Dicembre 2003

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