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Abuso sconfitto

di

Generoso Chiaradonna
Qual è il modo migliore di festeggiare il 1° Maggio? Sicuramente quello di vedersi riconosciuti diritti conquistati con dure lotte. È quanto successo a Massimo, un lavoratore edile italiano residente in Ticino che aveva iniziato con il sostegno del Sei (Sindacato edilizia e industria), una causa – vincendola brillantemente – per licenziamento abusivo contro il suo ex datore di lavoro: un’impresa di costruzioni di Gravesano, la Gtl Sa. Ma andiamo con ordine e raccontiamo la sua storia simile, forse, a quella di altri lavoratori. Massimo, un giovane muratore di 33 anni, sposato e padre di 3 bambini, è stato alle dipendenze della Gtl Sa di Gravesano fino al giugno del 2001. A tale data, infatti, la ditta ha proceduto alla disdetta del rapporto di lavoro. La causa? Mancanza di lavoro, forse? Rottura del rapporto di fiducia? No, niente di tutto ciò; semplicemente la volontà di Massimo di puntare sulla formazione e far valere i relativi adeguamenti salariali. Dopo aver sempre lavorato nel settore edile, prima in Italia e poi in Svizzera, Massimo ha sentito la necessità di fare qualcosa per la sua formazione e migliorare di conseguenza la sua situazione reddituale. Ha quindi deciso di seguire i corsi Ecap-Sei per ottenere la qualifica professionale A che inquadra, dal punto di vista contrattuale, gli operai di cantiere qualificati. «Tali corsi – ci dichiara Gabriele Milani, segretario Sei per il Sottoceneri – richiedono impegno e costanza. Alla fine c’è una verifica seria che certifica le conoscenze pratiche e teoriche dei partecpanti. Inoltre sono riconosciuti dal Contratto nazionale mantello per l’edilizia (Cnm)». «Le lezioni – conclude Milani – sono tenute la sera e il sabato mattina, richiedendo particolare impegno da parte di persone che lavorano tutto il giorno sui cantieri». Cosa che Massimo ha fatto regolarmente; ha superato l’esame e, in base alle norme contrattuali in vigore, ha chiesto alle direzione della ditta di essere classificato come lavoratore A e quindi di essere inserito nella relativa classe salariale. Ma qui sono sorti i problemi. I dirigenti della Gtl non hanno riconosciuto la qualifica di Massimo e hanno incominciato una serie di pressioni sul lavoratore che hanno portato lo stesso, timoroso di perdere il posto di lavoro, ad accettare un accordo salariale proposto dalla ditta stessa. Un salario più alto della classe B, ma più basso di quella A a cui aveva diritto. Qui bisogna fare una precisazione: i lavoratori dell’edilizia, secondo le disposizioni contrattuali vigenti, sono divisi in categorie professionali a cui corrisponde un diverso salario. Massimo era collocato dal suo datore di lavoro nella B (lavoratori con conoscenze professionali ma senza certificato professionale). La formazione Ecap dà diritto, come detto prima, alla qualifica A (lavoratori qualificati). Tale formazione è riconosciuta dal contratto collettivo. Non avendo ottenuto ciò che gli spettava, Massimo si è rivolto, legittimamente, al suo sindacato, il Sei. «Alle nostre rimostranze – ci spiega il sindacalista Milani – l’azienda ha risposto che non riconosceva questo corso e che non riteneva il lavoratore meritevole della A e se il lavoratore non riconosceva giusta quella classificazione salariale, poteva ritenersi licenziato. Cosa che è puntualmente successa». Prima di effettuare il licenziamento l’impresa, come accennato prima, ha esercitato una serie di pressioni per far accettare al lavoratore un livello salariale più basso di quello previsto dal Cnm; tanto è vero che aveva fatto firmare un accordo al lavoratore in tale senso. Qui la prima vittoria sindacale e di Massimo: l’accordo non è stato ratificato dalla Commissione paritetica cantonale. Le pressioni a cui è stato sottoposto l’operaio edile sfiorano l’assurdo. Un dirigente della Gtl lo ha letteralmente prelevato, un pomeriggio, dal posto di lavoro e lo ha portato addirittura a un colloquio con Edo Bobbià, il direttore della Ssic (Società svizzera impresari costruttori). L’intento era chiaro: costringerlo ad accettare la convenzione extra-contrattuale. Usare Massimo per portare avanti una lotta contro le organizzazioni sindacali e sminuire l’operato del Sei e della fondazione Ecap-Sei. «Se l’accordo fosse stato ratificato dalla Commissione paritetica, si sarebbe “certificato” che il corso Ecap non valeva. Una sorta di sconfessione del Contratto nazionale a danno del Sei e dell’Ecap», afferma Milani. Bisogna dire che in quel frangente i rapporti tra Ssic e sindacato erano molto tesi anche per le note vicende legate alle lotte per ottenere il pre-pensionamento dei lavoratori dell’edilizia principale. È chiaro anche che i fronti (sia quello sindacale, sia quello padronale) erano ben compatti. Vista questa situazione la ditta ha disdetto il rapporto di lavoro unilateralmente. A questo punto è iniziato il lungo iter giudiziario che si è concluso con una decisione favorevole a Massimo che nel frattempo – praticamente appena licenziato – ha trovato un nuovo lavoro e ha anche superato gli esami di capacità federale per la qualifica Q (lavoratori diplomati). «Noi – ci spiega Milani – abbiamo promosso una causa su due campi. Il primo affinché gli fosse riconosciuta la differenza salariale dal momento in cui ha conseguito la qualifica A fino alla fine del rapporto di lavoro. Il secondo per dimostrare che la disdetta di quel rapporto di lavoro fosse abusiva». L’istanza in pretura, presentata nel settembre 2001, dopo un lungo iter di audizioni di molti testi (tra cui il rappresentate degli impresari costruttori, Edo Bobbià), è stata accolta. La sentenza della Pretura di Lugano, cresciuta in giudicato il 31 marzo 2003, riconosce la giustezza delle rivendicazioni del lavoratore; che il licenziamento era abusivo e condanna la Gtl Sa al pagamento degli arretrati salariali e delle dovute indennità per licenziamento abusivo in quanto, come si può leggere nel dispositivo del Pretore «l’ipotesi invocata dall’istante corrisponde a quella indicata all’art. 336 lett. d del Co…, quando la disdetta ha in sostanza il carattere di una rappresaglia di fronte a giustificate pretese salariali». Questa è una storia a lieto fine e Massimo ha tutto il diritto di festeggiare. Mette però in luce un aspetto poco noto dell’edilizia ticinese: la falsità statistica che gli addetti dell’edilizia non siano qualificati. Cosa non vera. Nell’edilizia principale i qualificati veri e propri (nel 2002) sono solo il 10 per cento (763 su circa 7 mila addetti). I qualificati in generale, riconosciuti tali dalle imprese o che hanno conseguito attestati Ecap-Sei, sono circa 1’700. Escludendo quadri, tecnici e apprendisti, rimangono circa 4 mila lavoratori “non qualificati”. Non qualificati? Pur non avendo un riconoscimento formale, la maggior parte dei lavoratori attivi in Ticino sono perfettamente in grado di svolgere tutti i compiti che la professione richiede. «Per questo motivo – conclude Milani – insistiamo sulla formazione. Il riconoscimento salariale deve avvenire anche solo in base all’esperienza e non solo in base al pezzo di carta. Il caso di Massimo è emblematico: avevamo esperienza, capacità e pezzo di carta, eppure è stata dura».

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Giovedì 1 Maggio 2003

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