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Abusi, quel che resta da fare

di

Stefano Guerra
Maltrattamenti, ricorso eccessivo alla forza durante controlli di identità e arresti, insulti di stampo razzista, presunzione di colpevolezza nei confronti di persone di colore. Anche quest’anno Amnesty International (Ai) è tornata a denunciare nel suo rapporto annuale gli abusi commessi dalle forze dell’ordine in Svizzera. Il fenomeno non risparmia il Ticino, anzi. area ne ha parlato con Denise Graf della sezione svizzera di Ai, che nelle scorse settimane si è recata a due riprese a sud delle Alpi per incontrare i vertici della Polcantonale, della Polcomunale di Lugano e il procuratore pubblico Marco Villa. «Negli ultimi cinque anni le segnalazioni sono aumentate. Per questo abbiamo deciso di darci da fare». Dal gennaio 2003, assieme ai suoi colleghi Denise Graf, coordinatrice del lavoro sui diritti umani riguardante la Svizzera e del settore rifugiati in seno alla sezione svizzera di Ai, registra in materia sistematica tutti i casi di abuso da parte delle forze dell’ordine segnalati al segretariato di Berna da vittime o presunte tali, dai loro avvocati, da testimoni e dalla stampa. Oltre a ciò le collaboratrici e i collaboratori dell’organizzazione di difesa di diritti umani stanno ultimando una serie di colloqui con i responsabili di tutti i corpi di polizia cantonali, quelli delle polizie comunali dei maggiori centri, con procuratori pubblici e avvocati difensori. Le informazioni raccolte finiranno in un rapporto che traccerà un quadro generale dell’operato dei corpi di polizia in materia di diritti umani. Il rapporto – il primo del genere allestito dalla sezione svizzera di Ai, mentre sullo stesso tema ne esistono già in Spagna, in Germania, in Francia e altri sono in corso di elaborazione in Austria e in Belgio – sarà pronto nel corso del mese di settembre e verrà pubblicato nel febbraio 2006. Conterrà le osservazioni e le raccomandazioni raccolte e formulate durante la prima dozzina di incontri (ne seguiranno almeno altrettanti) sostenuti con i rappresentanti delle forze dell’ordine. Due di questi hanno avuto luogo in Ticino: il primo a fine giugno con i vertici della Polcantonale, il secondo la scorsa settimana con il comandante della Polcomunale di Lugano Roberto Torrente e un suo collaboratore. La scorsa settimana una delegazione di Ai ha colto l’occasione per parlare anche con il procuratore pubblico Marco Villa, titolare delle inchieste penali riguardanti abusi commessi da agenti di polizia in Ticino. «Abbiamo affrontato tutta una serie di temi – spiega Denise Graf –. Dalla selezione dei candidati alla formazione di base, dalla formazione continua alle modalità di intervento, alla trasparenza, la responsabilità e il comportamento dei corpi di polizia in caso di abusi. Per Amnesty questi tipi di incontro sono molto utili: servono a far passare alcuni messaggi, e a far conoscere esperienze fatte in altri cantoni che secondo noi sono interessanti e che potrebbero essere replicate altrove». Avete anche discusso casi concreti di abuso commessi in Ticino? No, non era questo l’obiettivo. La situazione in Ticino preoccupa in modo particolare la sezione svizzera di Ai? Siamo venuti in Ticino perché ci siamo accorti che la stampa riportava spesso testimonianze di persone che si dicono vittime di abusi da parte degli agenti di polizia. Alcune di loro ci hanno anche contattato, denunciando il comportamento di agenti della Polcantonale o della Polcomunale di Lugano. Sappiamo inoltre che ci sono parecchie procedure penali in corso. Volevamo discutere di tutto ciò con i vertici dei corpi di polizia. Rappresentazione cantone francesi e italiani Le segnalazioni che vi sono pervenute riguardavano abusi di che tipo e nei confronti di chi? Sono segnalazioni riguardanti soprattutto persone di colore, ma non solo. Siamo stati contattati anche da diverse persone di nazionalità straniera, e ci è stato segnalato ad esempio anche il caso riguardante la Polcomunale di Lugano che nel settembre 2004 intervenne per sedare una rissa scoppiata tra un gruppo di giovani grigionesi e alcune ragazze ticinesi [una dozzina di ragazzi grigionesi denunciò poi gli agenti accusandoli di averli malmenati, ndr]. Da altri cantoni, invece, le segnalazioni riguardavano anche il comportamento degli agenti in occasione delle grandi manifestazioni altermondialiste. Per quel che riguarda le persone di colore, in Ticino abbiamo registrato sia abusi verbali (insulti di stampo razzista, minacce) che maltrattamenti fisici. Va detto però che questo è un fenomeno che riguarda buona parte dei cantoni e delle grandi città, non è una prerogativa del Ticino. Da voi, per di più, la Polizia cantonale e la Polcomunale hanno riconosciuto il problema e stanno facendo qualcosa per porvi rimedio adottando delle misure a livello di formazione, come ad esempio dei corsi di sensibilizzazione sulle comunità straniere. In base alle informazioni in vostro possesso, è possibile affermare che il malandazzo nei corpi di polizia ticinesi è più diffuso che in altri cantoni? No. E inoltre va detto che in Ticino e in tutti gli altri cantoni gli abusi sono puntuali e compiuti da singoli agenti: non si può parlare di un fenomeno generalizzato. La gran parte dei poliziotti svolge il loro lavoro in modo corretto, ed è un peccato che a causa del comportamento di pochi agenti l’intero corpo di polizia diventi oggetto di stigmatizzazione e venga perciò discreditato. In Ticino, presso i vertici della Polcantonale e della Polcomunale di Lugano abbiamo constatato una reale volontà di prevenire gli abusi e di porvi rimedio quando questi si verificano. Una difficoltà che abbiamo riscontrato è il loro isolamento: in Svizzera interna esistono dei concordati intercantonali, pertanto la collaborazione e lo scambio di esperienze tra i vari corpi di polizia cantonali risultano facilitati. Per motivi linguistici il Ticino è quasi tagliato fuori da queste possibilità di collaborazione. Cosa si potrebbe fare di più in Ticino per prevenire, correggere e sanzionare gli abusi? Sarebbe interessante, ad esempio, organizzare dei corsi nei quali, attraverso rappresentazioni teatrali e giochi di ruolo, vengono inscenate operazioni di polizia dove la tensione e le provocazioni sono spesso presenti. A Neuchâtel la formazione di base degli agenti comprende un centinaio di ore di rappresentazioni teatrali di questo genere. Gli aspiranti agenti simulano in questo modo situazioni reali, e di fronte a forti provocazioni sono costretti a sviluppare una capacità di reazione non violenta. Ho potuto constatare di persona l’utilità di questi corsi osservando alcuni interventi della polizia cantonale in situazioni di grande tensione. Il lavoro svolto in quelle occasioni è stato eccellente: gli agenti riuscivano a calmare una situazione molto tesa lavorando con lo sguardo, la parola, e dandosi il cambio quando tra un collega e la persona che subiva il controllo la tensione saliva. Avete individuato altre misure che potrebbero essere adottate dai corpi di polizia ticinesi e degli altri cantoni? L’esperienza della Polcomunale di Lugano, che sta portando avanti un lavoro di sensibilizzazione attraverso degli incontri con i rappresentanti della comunità africana, è sicuramente un passo nella giusta direzione. Ci è capitato di chiedere a diversi agenti perché pensavano che una persona di colore aveva fatto qualcosa di illegale. E loro ci rispondevano: “perché non mi ha guardato negli occhi”, un atteggiamento normale nella cultura di molti neri africani. Gli incontri polizia-comunità straniere hanno una doppia finalità: sensibilizzare la comunità straniera al lavoro della polizia, e permettere agli agenti di meglio comprendere le particolarità di culture diverse dalla loro. Oltre a ciò, bisogna migliorare l’applicazione dei codici deontologici: è molto bello averne uno, ma non è sufficiente. Secondo Amnesty i vertici dei corpi di polizia e le autorità politiche cui fanno capo devono sforzarsi maggiormente affinché le norme contenute in questi codici deontologici siano tradotte nella pratica quotidiana degli agenti. Tutte queste misure (e altre che si potrebbero adottare) si scontrano però, non solo in Ticino, con le ristrettezze finanziarie. Diversi responsabili dei corpi di polizia ci hanno detto che farebbero volentieri di più, ma che purtroppo mancano i soldi. È una questione di volontà politica. Sta infatti ai ministri e ai deputati che siedono nei legislativi decidere se maggiori risorse vanno destinate alla formazione e alla sensibilizzazione degli agenti in materia di diritti umani.

Pubblicato

Venerdì 26 Agosto 2005

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