Società

«Abbiamo dato tanto a questo Paese»

Intervista a una protagonista della mostra al Museo nazionale di Zurigo dedicata alla cultura italiana in Svizzera

Si può amare un Paese anche quando ti ha fatto del male? Per Gemma Capone, ex operaia in pensione, scrittrice e nonna, questo è possibile. Lei stessa ne è l’esempio. Gemma è nata nel 1945 in provincia di Avellino e si è trasferita nella Svizzera tedesca negli anni Sessanta, Paese in cui già risiedeva sua sorella, in cerca di lavoro. Allora, ricorda Gemma, «non eravamo ben voluti da una parte della società – quella che votò a favore della nostra espulsione di massa nel 1970 aizzata da James Schwarzenbach. Per altri eravamo apprezzati soltanto per l’aspetto produttivo. Eppure, abbiamo dato tanto a questo paese e non soltanto in termini economici. Il nostro modo di essere, in pubblico, ha contagiato la società svizzera».

 

Non solo dolore

Gemma Capone è tra le protagoniste della mostra del Museo nazionale “Italianità. Esperienze della Svizzera”, dedicata alla cultura italiana “autoctona”, quella del Ticino e dei Grigioni, e “importata”, quella della grande emigrazione e della diaspora italiana. Una mostra che sarà visitabile fino al 14 aprile 2024. Oggi il termine italianità, forse un po’ troppo abusato, ha assunto connotati molto positivi. L’italiano lo si può trovare ovunque e i riferimenti alla cultura italiana sono parte del quotidiano della Svizzera che sta oltre Gottardo. Alcuni sociologi parlano addirittura di una mediterranizzazione dei costumi quando fanno riferimento ai contesti urbani della Svizzera tedesca e francese. Ma è sempre stato così? Ovviamente no e la testimonianza di Gemma ne è la riprova. Il nuovo formato espositivo del Museo nazionale, chiamato “Esperienze della Svizzera”, si concentra proprio sulle testimonianze dirette che offrono uno sguardo sulla storia contemporanea del Paese. La storia di Gemma, che abbiamo integrato con una lunga intervista, è forse la più forte tra le dieci presentate e quella che solleva più interrogativi rispetto all’ambivalenza delle esperienze di migrazione del passato. Se da una parte, infatti, la donna non nasconde i traumi dell’impatto con la società elvetica di allora, dall’altra riconosce elementi positivi della sua esperienza di emigrazione: «La Svizzera, per me cresciuta in un Meridione d’Italia povero e sotto molti punti di vista arretrato, è stato anche il Paese delle possibilità, del riscatto. Qui ho potuto far studiare mio figlio, anche attraverso generose borse di studio, e ho potuto offrire a mia figlia disabile un’assistenza di qualità. Non posso soltanto dire male di questo Paese, che oggi sento più mio».  

 

Il contributo delle donne

Il racconto di Gemma si fa molto interessante e incredibilmente attuale anche quando ricorda la sua esperienza di operaia di fabbrica e di mamma, una condizione ancora più difficile di adesso nella Svizzera di allora: «Quando sono emigrata in Svizzera, ho trovato subito un posto in una fabbrica di casalinghi. I turni erano durissimi, dovevo alzarmi alle 3 del mattino. Quando poi sono diventata madre, sono stata costretta a condividere la gestione dei bambini con la mia vicina di casa; facevamo turni alterni: una di noi curava i bambini, l’altra invece lavorava in fabbrica e così ci s’incontrava soltanto durante il cambio turno per il passaggio di consegne dei nostri figli. La custodia dei figli a pagamento era un lusso che non potevamo permetterci». La solidarietà femminile e migrante è riuscita ad arrivare laddove le strutture pubbliche erano carenti, se non addirittura assenti. Gemma non è stata solo lavoratrice e mamma, ruolo assunto a tempo pieno alla nascita della figlia disabile, ma è stata anche molto attiva nella comunità migrante. Si è impegnata infatti in ambito scolastico, nei comitati genitori, e a Radio Lora italiana, alla conduzione. Per questo è diventata un punto di riferimento per molti emigrati della sua generazione nella Svizzera tedesca. Oltre a questo, ha scritto anche un libro molto apprezzato, Animaterra, in cui ha raccontato la sua vita a Montella, paese natio in Campania, e la sua esperienza di emigrazione verso la Svizzera. Rosanna Ambrosi, altra protagonista della mostra, ha avuto un’altra storia di emigrazione, ma come Gemma ha saputo dare tanto alla comunità italiana in Svizzera e anche alla letteratura. Rosanna è stata, infatti, una figura di grande spessore all’interno della Colonie libere italiane, territorio molto “maschile”, ed è riuscita, insieme ad altre compagne, a “femminilizzare” l’associazione e a sollevare questioni sociali e politiche specifiche per le donne migranti. I diritti delle donne immigrate e le pari opportunità nella scuola pubblica per i bambini e le bambine stranieri sono diventati così i suoi cavalli di battaglia: «I figli di noi emigrate venivano messi spesso nelle classi speciali, non tanto perché non erano intelligenti, ma soprattutto perché non sapevano la lingua, o la sapevano male. Questa caratteristica era interpretata come segno di poca intelligenza. Si trattava di un’ingiustizia che trovavo terribile che ha coinvolto anche uno dei miei due figli», racconta Rosanna. Ambrosi ha difeso le donne migranti e le ha raccontate. Ha scritto della sua vita, innanzitutto, in un libro introspettivo pubblicato da Casagrande, I bagni di Caldiero, e di quella di altre otto donne, in un altro volume intitolato Tra due culture. Otto ritratti di donne italiane in Svizzera. Gemma e Rosanna, è proprio il caso di dirlo, hanno dato tanto a questo Paese e alla classe lavoratrice. Questa mostra restituisce loro un po’ del merito che si sono guadagnate negli anni.

 

Pubblicato il

01.09.2023 14:12
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