È da anni, da quando la disoccupazione di massa paralizza il paese, che la prima preoccupazione dei francesi è il lavoro. Ma, in mancanza di soluzioni da parte dei politici, ad ogni elezione presidenziali sono altri temi a prendere il sopravvento: nel 2002, era stata la questione della sicurezza (con i noti risultati: Le Pen al ballottaggio), nel 2007 è l'identità nazionale.

Ségolène Royal non è riuscita ad imporre al centro della campagna le questioni sociali. Eppure, a piccoli passi, qualche risposta alla grave crisi in corso si sta delineando. Intanto, nella campagna, soprattutto all'inizio, i candidati hanno discusso a lungo di "valore lavoro". Un valore che fa l'unanimità, dall'estrema destra alla sinistra, ma nel quale ogni parte politica mette dei significati differenti.
Il sociologo Robert Castel spiega: «da un lato, c'è la destra, che spinge fino al limite del ricatto perché tutti lavorino, anche a condizioni al ribasso rispetto alla norma del lavoro protetto dalle leggi. A destra l'obiettivo è la destrutturazione dello statuto dei lavoratori. Stiamo tornando alla rappresentazione secolare del disoccupato come parassita, che bisogna far lavorare a qualunque costo, anche quello di essere un lavoratore povero». Invece, per Castel, qualcosa si muove a sinistra: «contro l'idea della destra, la sinistra parla anch'essa di restaurare il valore lavoro, ma associato a garanzie di sicurezza e protezione. Siamo in un momento di transizione, di fine del lavoro a vita: le situazioni più mobili, più frammentate dovrebbero venire associate a nuovi diritti, legati alla persona del lavoratore, che dovrebbe goderne anche nei periodi di alternanza tra due occupazioni». Royal è stata vaga, ma qualcosa sembra intravedersi. I sondaggi hanno subito registrato questa novità: non solo, a pochi giorni dal primo turno, la candidata socialista ha recuperato rispetto all'ipotesi centrista di François Bayrou, ma le classi popolari – che nel 2002 avevano abbandonato Lionel Jospin – sembrano dargli una certa fiducia.
Un sondaggio, pubblicato martedì, conferma il ballottaggio Sarkozy-Royal e dà per la prima volta i due candidati alla pari. La realtà è che una buona fetta dell'elettorato resta indecisa. Il voto è condizionato dal ricordo del 21 aprile 2001. La questione del "voto utile" è quindi centrale : per Royal, l'obiettivo è cercare di discreditare Bayrou come punto di maggior forza di un "voto utile" per battere Sarkozy.
Invece, all'estrema sinistra, la lezione del 21 aprile non sembra sia stata assimilata. La dispersione è massima. Su dodici candidati che saranno in corsa al primo turno il prossimo 22 aprile, la sinistra e l'estrema sinistra sono maggiormente rappresentate che il centro, la destra e l'estrema destra assieme. La «sinistra plurale» è morta, ma la «sinistra durevole» che avrebbe auspicato il segretario del Ps, François Hollande, non è nata. E, in più, mai come oggi i legami tra Ps e i suoi potenziali alleati di governo (Verdi e Pcf), sono stati così distanti, mentre la sinistra radicale è chiaramente ostile a questo tipo di alleanza di governo. Il Ps è accusato di propugnare una «sinistra molle», di compromesso con le richieste del padronato.
La sinistra radicale presenta altrettanti candidati che nel 2002. E questo in un contesto in cui l'insieme della sinistra non è mai stato così basso nelle intenzioni di voto, al meglio intorno al 40 per cento, con Ségolène Royal che fa la parte del leone (intorno al 25 per cento), ma che non ha riserve di voti per un eventuale secondo turno, dove dovrà fare appello agli elettori centristi se dovrà sfidare Sarkozy.
La frammentazione delle candidature a sinistra della sinistra è la causa del fallimento dell'ipotesi di una candidatura unitaria degli anti-liberisti, dopo il "no" al referendum sull'Europa. I più accusano gli apparatniki delle principali formazioni: il Pcf e la Lcr non avrebbero voluto cedere la leadership. Nel 2002, la sinistra radicale aveva superato il 10 per cento dei voti al primo turno. Oggi, le intenzioni di voto la danno dimezzata.
I comitati per il "no", nati dopo la vittoria al referendum europeo del maggio 2005, non sono riusciti a convincere le diverse forze a scegliere un candidato unico. José Bové, che avrebbe voluto incarnare questa figura, si presenta lo stesso. Potrebbe rubare voti a Dominique Voynet, la candidata Verde, che non decolla. Voynet soffre della sindrome del "voto utile" e della diffusione, in tutti i partiti, dei temi ecologici. Il Pcf non è riuscito ad incarnare l'antiliberismo, proprio a causa della sua posizione sulle alleanze: la segretaria-candidata, Marie-George Buffet, pur criticando Ségolène Royal, si guarda bene dal chiudere le porte di un'alleanza di governo con i socialisti. La famiglia trotzkista è sovra-rappresentata, con ben tre candidati. Il più popolare è il giovane impiegato delle poste Olivier Besancenot della Lcr, l'erede politico di Alain Krivine. La Lcr è ben impiantata nel mondo del lavoro. «Mettiamo in primo piano il rinnovamento e l'indipendenza» afferma Besancenot. La trotkzista Arlette Laguiller di Lutte ouvrière (Lo) a 67 anni è alla sua ultima presidenziale: si presenta dal '74 e il suo lead «lavoratori, lavoratrici» con cui inizia tutti i discorsi è ormai diventato un classico. Lo è una formazione settaria, chiusa, ma che ha una base solida (nel 2002 aveva ottenuto il 5,7 per cento, più del Pcf e della Lcr), che non ha mai preso in considerazione l'ipotesi di un'alleanza con altre formazioni di estrema sinistra per una candidatura unica. Gérard Schivardi, che si presenta per il Pt (partito dei lavoratori) ha degli aspetti ambigui : il Pt deriva dall'Oci (organizzazione comunista internazionale, a cui in gioventù è sospettato di aver aderito anche Jospin). Schivardi era iscritto al Ps, ma ora presenta posizioni, in particolare sull'Europa, che non sfigurerebbero all'estrema destra.

Pubblicato il 

20.04.07..

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