Sessant’anni fa cadeva il giogo oscurantista che la Seconda Guerra mondiale aveva proiettato sui paesi di mezza Europa. Il 25 aprile di quel 1945 nasceva anche “l’Italia Liberata”. I partigiani deponevano le armi dopo gli anni di lotta. Ma l’Italia libera dal fascismo pagava un pesante scotto sociale. Milioni di italiani si ritrovavano a condurre una vita di stenti. Fra le macerie delle case restavano anche gli orfani di quello scontro fratricida. Anni di guerra che avevano prodotto un’infanzia povera materialmente e priva di formazione. Ma nello stesso maggio di quell’anno di Liberazione il movimento degli ex partigiani della Val d’Ossola inaugurava i Convitti della Rinascita. Convitti che rispondevano al bisogno impellente di assistenza della gioventù che aveva necessità non solo di mangiare e di un posto dove stare, ma anche di riprendere e terminare gli studi interrotti. Sulla scia di questo movimento nacque anche il “Villaggio scuola Sandro Cagnola” situato a pochi chilometri dal confine svizzero, nella località Rasa di Varese. A dirigerlo vennero chiamati l’elvetica Rosina Rossi e il marito Sergio. A più di 40 anni dalla chiusura del Villaggio Rasa resta ancora vivo l’interesse per questa struttura che è stata sia il fulcro di un’esperienza pedagogica avanguardistica che un luogo d’incontro privilegiato dell’“intellighenzia” della sinistra italiana e ticinese di quell’epoca. area ha incontrato nella sua casa di Stabio Rosina Rossi che ripercorre le tappe di quella che lei ama definire una «esperienza educativa laica e democratica». «Alla Rasa però non c’erano solo gli orfani dei partigiani e dei deportati politici – racconta la 78enne Rosina Rossi –. I tribunali dei minorenni ci mandavano dei ragazzi difficili, altri ancora giungevano tramite i centri medico psicologici. Oppure erano figli di non cattolici che gli istituti religiosi dell’epoca non volevano accogliere». Quando nell’estate del 1952 l’ex partigiano Sergio Rossi e la moglie Rosina si trasferirono alla Rasa per dirigere il villaggio-scuola Sandro Cagnola, nell’istituto c’erano una ventina di ragazzi. «Vivevano in uno stato di completa anarchia – dice l’educatrice –. Abbiamo dovuto riorganizzare il Villaggio da capo. Mi ricordo che quando gli abbiamo detto che sarebbero dovuti andare anche a scuola si sono ribellati. Ma poi le cose sono cambiate». Sono cambiate perché il modello di scuola che la Rasa proponeva era all’avanguardia sia allora come adesso. Ma perché? Rosina Rossi era nata e cresciuta in Svizzera, fra Rodi Fiesso e Lugano, ma a 17 anni aveva seguito un corso per educatori presso l’Umanitaria di Milano dove, sotto la spinta del movimento degli ex partigiani, era nato il Comitato per l’infanzia. Il promotore fu il vice sindaco di Milano Piero Montagnani, ex partigiano e senatore comunista della Lombardia liberata, che per primo decise di dare vita ad una comunità per l’infanzia maltrattata dalla guerra. Una comunità non basata sui dogmi dell’assistenzialismo religioso. Milano disponeva della bellissima proprietà Rasa a Varese lasciatole in eredità dal medico Sandro Cagnola. Montagnani nel 1948 fece costruire le prime baracche in legno per ospitare i ragazzi, poi ci mise mano anche l’architetto di fama mondiale Hans Fischli. Ma cosa c’era di eccezionale in questo luogo? «Non era solo il metodo educativo della scuola basato su un insegnamento davvero democratico. La Rasa – racconta Rosina Rossi – era basata sul modello dei Convitti della scuola della Rinascita con un comitato direttivo, con le sue commissioni di lavoro composte anche dagli stessi scolari e dalle assemblee in cui tutti venivano rappresentati. Da noi non c’era una figura dominante. Tutti erano educatori, il contadino del villaggio e la donna delle pulizie. Avevamo a cuore quei ragazzi. Ma la Rasa era soprattutto un luogo che aveva le sue radici nella sinistra italiana del dopoguerra, era un villaggio dove i ragazzi potevano frequentare gente come Gianni Rodari, come il Pirelli o Guttuso. Di casa erano anche i socialisti ticinesi come il Pellegrini, i Visani o ancora il Canevascini. Non si faceva solo scuola, si imparava un mestiere. Si faceva sport, si imparavano le belle arti, ci si cimentava nel teatro [hanno vinto la maschera d’oro del teatro di Napoli con in giuria Eduardo De Filippo e Gillo Pontecorvo, ndr]. Gli ex partigiani venivano a raccontare la loro esperienza e la brutalità della guerra. Gli operai raccontavano la fabbrica». Ma nella cattolicissima Varese degli anni Cinquanta la Rasa era vista con sospetto. «Eravamo il covo dei comunisti, i “mangia bambini” figli del diavolo». Rosina ricorda che il clima politico era ostile: «tutte le mattine alzavamo il tricolore, a Varese vociferavano invece che obbligavamo i ragazzi ad issare la bandiera rossa con la falce e il martello». Il villaggio viveva della solidarietà del popolo, degli ex partigiani. «Pensi che dopo due mesi che era uscita la televisione gli operai della Geloso avevano fatto una colletta per poter regalare ai ragazzi la “lanterna magica”». Dalle autorità locali invece giungevano i controlli regolari di polizia: «pensavano che maltrattavamo i ragazzi. Mi ricordo un povero maresciallo che, scusandosi senza pausa, pesava le razioni di cibo per gli alunni perché temevano che non li facessimo mangiare abbastanza. O ancora un giovane medico di Varese che era venuto a farci un breve corso di infermeria perché non ne poteva più. Non ne poteva più perché ogni volta che giungeva da lui un ragazzo della Rasa con una ferita immancabilmente arrivavano anche i carabinieri a indagare se per caso non era stato malmenato dai comunisti». Il Villaggio Sandro Cagnola ha rappresentato per un decennio un vero e proprio cuscinetto sociale. La Rasa era un crocevia ma anche un luogo di accoglienza. Nel clima di restaurazione e di attacco sociale alla classe operaia le vittime innocenti erano sempre i bambini. Il sindacato Cgil in quegli anni inviava a Varese gli orfani dei contadini uccisi nelle occupazioni delle terre di Calabria, dei capi Lega assassinati dalla mafia siciliana, dei comunisti in carcere per i fatti del Monte Amiata dopo l’attentato del 1948 a Palmiro Togliatti o ancora i figli e i fratelli degli uccisi dal bandito Giuliano a Portella delle Ginestre. E più tardi dei lavoratori ammazzati dalla Celere nelle piazze d’Italia. Ma poi nel 1962 muore il marito di Rosina, Sergio Rossi, la colonna portante del villaggio. Educatore, partigiano e artista che si è formato a Brera. Rosina non riesce a tirare avanti da sola con i 4 figli e decide di tornare in Svizzera dove le avevano offerto un lavoro nel Mendrisiotto (in Ticino diventa in seguito una delle prime donne forti del socialismo). Nel 1963 si conclude definitivamente l’esperienza del Villaggio Rasa. Il comune di Milano si disinteressò della proprietà che venne saccheggiata negli anni. Degli edifici di inestimabile valore dell’architetto simbolo del Bauhaus Hans Fischli restano solo le fondamenta. In seguito la proprietà è stata recuperata da un’associazione ambientalista che sta cercando di riportare il parco agli antichi fasti. Ma non tutto è finito così, c’è ancora molto da dire e da ricordare. Domani, sabato, a Varese ve lo racconteranno i diretti protagonisti.

Pubblicato il 

27.05.05

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