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A rischio i servizi per gli italiani all'estero. Pioverà sul bagnato

di

Dino Nardi
In questa rubrica abbiamo già avuto modo di esprimere la forte preoccupazione della comunità italiana in Svizzera per la funzionalità della rete consolare messa a dura prova dalla perenne carenza di personale e, nell’immediato, anche dal futuro incerto degli impiegati assunti in loco il cui contratto a tempo determinato scadrà a fine anno. Adesso la preoccupazione della comunità italiana è ulteriormente aumentata per un ventilato taglio (si vocifera del 50 per cento) che l’attuale governo italiano vorrebbe apportare al finanziamento delle organizzazioni di patronato. Cioè quelle strutture di servizio, promosse dai sindacati Cgil-Cisl-Uil e da altre organizzazioni di lavoratori, che tutelano gratuitamente i lavoratori, i pensionati e le loro famiglie in tutte le questioni attinenti la previdenza e la sicurezza sociale, ma non solo. Strutture di servizio che sono presenti anche all’estero praticamente in tutti quei Paesi dove risiedono le comunità italiane più numerose, spesso anche in aree geografiche dove, in caso di bisogno, proprio i patronati sono gli unici punti di riferimento e di tutela per gli emigrati italiani. Tanto per dare un’idea dell’importanza della loro presenza e della loro efficacia al servizio dei cittadini, ma anche degli Istituti previdenziali, basti pensare che in Italia i patronati, come hanno ricordato recentemente in un loro documento, sono presenti con oltre 10 mila sportelli, con più di 8 mila operatori, e nel 2003 hanno patrocinato 5 milioni e 239 pratiche. Mentre all’estero, con la sola operazione di verifica dei redditi dei pensionati Inps avvenuta tra il 2003 ed il 2004, i patronati hanno sbrigato per conto dell’Istituto previdenziale italiano, ben 179 mila pratiche. Un’operazione di verifica che per l’Inps sarebbe stata certamente inimmaginabile da realizzare senza il coinvolgimento delle strutture che i patronati hanno nel mondo. Per i quali, come affermato dal Presidente dell’Ital-Uil, Giampiero Bonifazi, «non vuol dire solo trovarsi di fronte a semplici o complesse pratiche, significa offrire ai cittadini ed agli emigrati un servizio di consulenza, risposte che richiedono ben più di qualche minuto davanti ad uno sportello. Vuol dire dare una valutazione sui singoli interventi, seguire le pratiche per mesi, anni…». Nella stessa Svizzera i soli patronati del Ce.Pa. (Centro Patronati), ovvero Acli-Inas-Inca-Ital, sono presenti da decenni, con le loro strutture, in ogni angolo del Paese e forniscono alla comunità italiana una tutela ed una assistenza a 360 gradi, vuoi a complemento ed in collaborazione della rete consolare italiana o delle stesse organizzazioni sindacali locali e cioè ben oltre quella da loro dovuta secondo la legge istitutiva dei patronati. Ebbene, se dovesse veramente andare in porto questa ventilata ipotesi di taglio, e in maniera così pesante, del finanziamento dei patronati, è evidente che la conseguenza sarebbe sicuramente una riduzione drastica dei loro uffici e della loro presenza sul territorio sia in Italia che all’estero, con effetti nefasti anche per gli operatori degli stessi uffici. Anzi, il rischio maggiore, per comprensibili esigenze di politica sindacale, di fronte ad una tale prospettiva e dovendo fare delle scelte dolorose di contenimento dei costi e di chiusura di sedi, lo potrebbero correre probabilmente proprio gli uffici che i patronati hanno all’estero. Se ciò avvenisse il danno sarebbe enorme per gli emigrati e, più in generale, per gli italiani residenti all’estero che, in aggiunta ai problemi di funzionalità della rete consolare, si vedrebbero pure privare del supporto degli uffici di patronato. Come dire che pioverebbe sul bagnato. Pertanto è proprio il caso che le comunità italiane all’estero, compresa quella in Svizzera, facciano i debiti scongiuri ma, soprattutto si mobilitino ancor di più di quanto sia stato fatto sinora, attraverso l’associazionismo ed i Comites, senza aspettare che il disastro sia già accaduto, a sostegno dell’iniziativa politica che sta portando avanti il Cgie (la massima istanza di rappresentanza istituzionale degli italiani all’estero) nei confronti del governo italiano per evitare che ciò possa accadere.

Pubblicato

Venerdì 29 Ottobre 2004

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