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A proposito di contenimenti...

di

Mauro Marconi
Non sarebbe un male se, in questi tempi in cui la rimessa in discussione della socialità sta raggiungendo il suo apice (anche se non c’è limite al peggio), andassi a riprendere gli appunti dei vari corsi di politica sociale che ho frequentato. Ma ci sono due cose che mi fregano: la prima e più importante, è la mia pigrizia che mi sconsiglia di scendere in cantina a rovistare; la seconda è la mia memoria, che pretende di essere forte e mi crogiola nell’illusione di ricordare. La classe dominante e la sua espressione politica hanno addolcito i termini ma non la sostanza: non parlano di tagli ma di contenimento della spesa pubblica. Il discorso che accompagna questa espressione, quasi pudica, sottintende che le misure che si vogliono imporre sono inevitabili, un dato oggettivo e quindi tecniche. Giova quindi ricordare che le leggi attraverso cui si esprimono delle politiche non sono una manna caduta dal cielo ma figlie del loro tempo e dei rapporti che gli esseri umani intessono fra loro. Le leggi nascono come risposta alle situazioni che il vivere comune comporta. Ne vengono modificate o create ex novo perché emergono nuovi problemi (come succede oggi per internet, con i vari dispositivi per la difesa della privacy, contro lo spamming o i dialer) e/o perché cambia la sensibilità nei confronti di una questione già esistente (è il caso della nostra Avs, la cui nascita è legata alla Seconda Guerra Mondiale). Una legge ha delle origini culturali, rappresentate da un insieme condiviso (certo non universalmente) di norme e valori. L’applicazione di una legge implica dei costi. Rimetterli in discussione non significa solo rimettere in discussione la realizzazione di disposizioni legali, ma, soprattutto, andare ad incidere sulla cultura che le ha generate. Non è quindi un fatto né oggettivo né tecnico. È non solo affascinante ma anche opportuno studiare l’evoluzione della politica sociale nella storia. Molte sono le tappe, le lotte ed i dibattiti che ci hanno portati dalla repressione all’elemosina, all’assistenzialismo fino ai moderni concetti di assicurazione e protezione sociali. All’università mi hanno fatto comprare un libro che, porca vacca!, costava 64 franchi (circa tre ore e mezzo di lavoro part-time che facevo allora, indennità di vacanza, malattia e tredicesima compresi). Da una qualche parte, su questo libro, c’era scritto che la politica sociale ha per obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita dei gruppi sociali svantaggiati. Diceva anche che la politica sociale può essere considerata a giusto titolo una politica del benessere sociale. I risultati ottenuti nel nostro paese non sono certo paradisiaci, ma nemmeno da buttar via. Il problema è che l’idea stessa di socialità va stretta alla classe dominante. Perché la politica sociale è anche ridistribuzione dei redditi, ed in una società che si basa sul salariato, questo significa parlare di lavoro e di condizioni di lavoro (di paghe soprattutto). Sono lontani i tempi di Bismarck, in cui il movimento operaio faceva paura. Se allora il concetto di ammortizzatore sociale designava una soluzione che evitava la rottura del sistema, oggi designa piuttosto qualcosa che evita al lavoratore di essere spezzato, e di mantenere in una certa qual misura una sua autonomia. Ed è qui che questione sociale, politica e sindacato convergono e si incontrano… con buona pace di chi sostiene che il sindacato non può e non deve avere un ruolo politico.

Pubblicato

Venerdì 5 Marzo 2004

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