Mitrovica, 5 marzo 2004 Da quattro anni il Kosovo sopravvive grazie agli aiuti della comunità internazionale, soprattutto delle grandi organizzazioni come per esempio l’Unmik (Missione di pace delle Nazioni Unite in Kosovo) o l’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), ma anche delle piccole Ong, che sono molto attive e portano in alcuni casi a notevoli microrisultati locali, come la Mcypc (Centro multietnico per la pace tra bambini e giovani). Mitrovica (90 mila abitanti) è un luogo simbolico dell’inestricabile rompicapo etnico dei Balcani: ci sono Albanesi (maggioranza), Serbi, Bosniaci, Turchi, Rom, Ashkali. La maggioranza albanese risiede a sud della città. Il nord è popolato quasi esclusivamente da Serbi. La città è grosso modo divisa in due dal fiume Ibar. Il ponte che collega le due parti è controllato giorno e notte dai militari francesi della Kfor (Forza militare di protezione del Kosovo). Infatti qui niente è semplice: Qualche migliaio di Albanesi continua in effetti a vivere al nord della città, per lo più nell’enclave di Kodra Minatore, una piccola collina ribattezzata dall’esercito francese della Kfor “Montmartre”. Al sud, nella parte albanese, circa 4 mila Serbi sopravvivono in sacche più o meno sicure e controllate giorno e notte dalla Kfor. Infine i Rom di lingua serba sono stati spostati dal centro città verso due campi al nord della città. Gli Ashkali, Rom di lingua albanese, si sono piazzati vicino al cimitero ortodosso nella parte sud della città. I Bosniaci si sono riuniti in un unico quartiere chiamato “piccola Bosnia”. Queste comunità vivono praticamente fianco a fianco, ma non assieme. «Le tensioni sono ancora vive», afferma Hamdi, un giornalista albanese locale. Florent Hajrizi, albanese, membro dell’associazione Mcypc e organizzatore di molte delle sue attività, è più ottimista. «Grazie anche alle nostre attività siamo riusciti a far lavorare nel Palazzo della cultura Serbi e Albanesi assieme». Infatti il Palazzo della cultura si trova subito dopo il ponte, nella parte sud della città. Dopo enormi difficoltà ed impedimenti da parte del comune, l’Associazione è riuscita ad ottenere degli spazi all’interno dell’edificio. Questo grazie all’aiuto dell’Osce e di Mobile Culture. In pochi anni si sono create delle associazioni che collaborano da entrambe le parti del ponte. «Siamo solo all’inizio ma la nostra rivista mensile in serbo ed in albanese e i nostri programmi radio ci permettono di farci conoscere in tutto il Kosovo, e allo stesso tempo ci obbligano a conoscere meglio l’Altro», dice entusiasta Florent. L’associazione ora organizza corsi di computer per Serbi ed Albanesi e tutte le minoranze, un gruppo in albanese e un gruppo in serbo. «Almeno sono tutti nella stessa stanza, è vero, non si parlano ancora intensamente ma è sempre meglio di niente», afferma Florent. Attraverso attività, incontri, concerti forse un giorno si riuscirà a convivere senza la presenza dei soldati e a formare una nuova società civile disposta a dimenticare gli orrori del passato.

Pubblicato il 

12.03.04

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