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A Lugano lo sciopero del 1918. Quell'altro

di

Gabriele Rossi
La storia degli avvenimenti di importanza nazionale è fatta anche di un intrico di aspetti locali che possono colorare i fatti con tinte diverse da quelle dell'insieme. È la bellezza e il cruccio di chi si occupa di storia svizzera, specie se lo fa da regioni marginali. Perciò vale la pena, ogni tanto almeno, di osservare un momento importante da questa angolazione particolare. Il Ticino si presta bene a tale esercizio. Puntiamo i riflettori su Lugano nell'anno 1918.
La cittadina, poco più di 13 mila abitanti, viveva gli ultimi mesi di guerra nelle difficoltà del razionamento, rese ancor più dure dalla presenza di un turismo cui erano concessi ben altri lussi. Il rincaro era stato maggiore che nel resto della Svizzera. Vi erano industrie che avevano fatto affari con la guerra, come la fabbrica di cioccolato o la camiceria militare, ma i cui salari restavano estremamente bassi : 59 ore di lavoro settimanali pagate da 21 a 34 centesimi alla fabbrica di cioccolato della Tobler, mentre capitava di dover spendere persino cinque franchi per un chilo di farina! Il rapporto per il 1917 della Camera del Lavoro, il cartello sindacale cantonale dell'Uss, con sede a Bellinzona, affermava: «Per spingere gli operai ad organizzarsi valse più la situazione creata dalla guerra, che dieci anni di propaganda sindacale». In effetti, il movimento si andava ricostituendo dopo alcuni anni di latitanza durante il conflitto. Nell'ottobre del 1917 venne affittato un locale per la sottosede di Lugano. Pietro Barana, un pugnace toscano attivo nel partito socialista e nel sindacato, ricordava: «Rimaner delle sere intere, senza fuoco, ad attendere chi non veniva... Il malcontento c'era, ma tutti avevano paura della Camera del Lavoro. Perché c'erano i socialisti. I panettieri volevano restare con la loro sede dal Bassanini in Sassello, i carrettieri in piazza Indipendenza dove ora ci sono i pompieri».
Tra l'estate e l'autunno del 1918, Lugano visse due momenti di lotta che presentarono aspetti di tale contrasto da poter esser studiati come esempio della difficile arte di dirigere le folle: l'8 e 9 luglio, lo sciopero generale locale, gestito da un Comitato d'Azione con sede alla Camera del Lavoro; l'11-13 novembre lo sciopero generale nazionale, diretto dal Comitato di Olten.
Gli animi si scaldarono già in aprile, quando vennero licenziati tre tramvieri. Il movimento si allargò in modo spontaneo, assumendo le caratteristiche di un "moto del pane" (il 18 marzo, a Bellinzona, era stata presa d'assalto e saccheggiata la centrale del latte) e coinvolgendo frange operaie del tutto estranee alla tradizione sindacale: «Persino le giovinette dell'opera di San Vincenzo si rivolsero alla Camera del Lavoro perché le aiutasse ad abbandonare il loro laboratorio per partecipare allo sciopero». La presenza femminile è una novità sottolineata con forza dai dirigenti sindacali; il periodo fu favorevole per questa presa di coscienza, fino alla crisi delle aziende che trattavano il tabacco. Lo sciopero era partito dai metallurgici, appena organizzatisi, e dai pittori; seguirono i tramvieri e il personale della Navigazione. A gruppi gli operai di tutte le fabbriche cominciarono ad affluire alla Camera del Lavoro. «Bisognava riceverli, spiegare la situazione, ascoltare i loro desiderata. Lavoro febbrile, terribile, perché mentre si parlava ad un gruppo, ne arrivava un altro che voleva entrare alla Camera del Lavoro». Il Comitato d'Azione presentò le richieste alle Autorità: razionamento differenziato di pane, pasta e riso; riduzione delle forniture agli alberghi; miglior distribuzione di tutti i generi. Il Memoriale al Consiglio di Stato che le accompagnava si apriva con queste parole: «La fame batte alle porte di ogni famiglia che deve vivere unicamente con il guadagno del proprio lavoro». I sindacati riuscivano a stento a controllare l'agitazione. Guglielmo Canevascini, allora segretario della Camera del Lavoro, ricorda: «Non è uno sciopero che è stato proclamato generale; è diventato generale come una valanga che, a poco a poco, scendendo ingrossa finché siamo arrivati al massimo». Il Municipio chiese al Governo cantonale l'invio di truppe che si schierarono in Piazza Riforma e a protezione degli alberghi. Il sabato 6 il corteo raccolse approvazioni al mercato, mentre «una domenica mattina la musica di Pazzalino abbandonò perfino la processione religiosa, per partecipare all'agitazione. Quattro mila persone facevano parte di quel corteo. E dopo tutti i cartelli, il cartello che impressionava di più la borghesia era l'ultimo con la dicitura: il resto seguirà».
Lo sciopero generale locale proclamato l'8 luglio pose sul tappeto nuove rivendicazioni: consistenti aumenti salariali, diminuzione dell'orario lavorativo (da una a due ore settimanali pagate), prime tre giornate di malattia a carico del padrone, introduzione della clausola dell'organizzazione obbligatoria. Il raduno in piazza Indipendenza del martedì 9 votò la fine dell'agitazione perché le rivendicazioni erano state quasi tutte accettate. Era intervenuto, con buoni risultati, l'Ufficio cantonale di Conciliazione, che aveva incominciato la sua attività da meno di un mese. Le Autorità federali, dal canto loro, avevano spedito in tutta fretta alcuni vagoni di derrate alimentari; gli aumenti si cifravano a 688 mila franchi l'anno; l'organizzazione obbligatoria era accettata ovunque. Nacquero 25 nuove sezioni con 1'433 membri, mentre 631 nuovi soci entravano in quelle già esistenti. Lugano diventava il principale centro di operai organizzati del Cantone (i membri della Camera del Lavoro in tutto il Cantone a fine agosto erano 4 mila 300). Ma la riconversione industriale era dietro l'angolo. Già in agosto 100 operai della fabbrica di cioccolato furono licenziati e in settembre vennero chiuse la fabbrica di Margarina e la Sartoria militare. L'organizzazione sopravvisse, ma gli altri risultati del movimento di protesta (salari, orari, riconoscimento del sindacato) furono effimeri.
Si poteva far di meglio, come ventilava Pedroli nel suo libro del 1963? «I capi socialisti e sindacalisti trovatisi alla testa di un movimento popolare di portata fino allora mai vista, animato da una forte carica di risentimento contro le autorità, lo avevano guidato su binari legalitari senza sollecitarne le potenzialità sovvertitrici. Sul momento la borghesia luganese non si sentì per nulla minacciata».
Il Comitato di Olten, costituitosi all'inizio di febbraio, impauriva maggiormente. Tuttavia i sindacalisti ticinesi non ritennero prioritario quel tipo di discorso, fondato su rivendicazioni più politiche o di medio-lungo periodo e rinunciarono a presenziare alla riunione del 27 luglio a Basilea, limitandosi a garantire che avrebbero seguito la parola d'ordine data dal convegno. Intanto però la situazione andava cambiando e la crisi cominciava a far sentire i suoi effetti. I giornali borghesi puntavano anche sul sentimento antitedesco per dividere la classe operaia. Quando lo sciopero generale nazionale scoppiò, la reazione fu un profondo sentimento nazionalista, contro le manovre dell'Impero germanico e della Russia dei Soviet. Nessuno discusse seriamente le nove rivendicazioni avanzate dal Comitato di Olten. Sul terreno si mossero soltanto i ferrovieri (a Bellinzona, Biasca, Chiasso) e qualche centro industriale (Bodio, Giubiasco, Brissago). A Lugano nulla. È vero che il telegramma annunciante lo sciopero era stato intercettato e la parola d'ordine dovette essere diffusa da un ciclista; vero pure che il segretario della Camera del Lavoro era a letto colla grippe, ma la verità è che i dirigenti ebbero paura di mobilitare la base scontrandosi di petto con la borghesia e con una popolazione contraria a farsi dirigere da fuori cantone. Malgrado le assicurazioni date, la Camera del Lavoro non scese in sciopero.
Fu la durezza della reazione a ricompattare il movimento sindacale e la sinistra; una lettera ai socialisti luganesi del 15 novembre lo conferma: «Il vento di reazione borghese impone a tutti i VERI, SINCERI e COSCIENTI socialisti un'azione immediata ed energica... con un limpido programma combattivo». Il 23 novembre, riunita a congresso, la Camera del Lavoro faceva sue le rivendicazioni del Comitato di Olten. Il giorno seguente vi furono i "fattacci di Lugano", con dirigenti e militanti sindacali pestati in piazza, arresti, richieste di espulsione per gli italiani coinvolti. Le "guardie civiche", sorte nei centri, costrinsero i sindacati a rispondere colpo su colpo e il clima si infiammò. Coloro che preferivano la concordanza e temevano le folle scatenate approfittarono della tensione per creare, nel gennaio 1919, l'Organizzazione cristiano-sociale e rompere, di fatto, l'unità sindacale in nome di una visione diversa dei rapporti tra padronato e lavoratori, priva dell'idea di lotta di classe e contraria all'uso dello sciopero.
Del tutto diversi nel loro svolgimento e nel coinvolgimento riuscito o mancato delle masse popolari, i due momenti forti del 1918 ebbero conseguenze anche nel medio periodo sulla politica ticinese. Il socialismo si era dimostrato capace di dirigere migliaia di persone ma anche di resistere a forti pressioni; lasciato da solo poteva essere un concorrente pericoloso. Valeva forse la pena di coinvolgerlo in una proposta alternativa di governo: contro lo strapotere liberale, un'unione delle minoranze diretta dai conservatori cattolici. Nacque così, nel 1922, il cosiddetto "governo di Paese". Dal lato sindacale, invece, la scissione del movimento condusse nel giro di vent'anni a dividere quasi a metà le forze militanti del sindacato in Ticino, creando una situazione unica in Svizzera.

Pubblicato

Venerdì 22 Dicembre 2006

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