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2005: anno dello sport (e della schiavitù)

di

Libano Zanolari
Che lo sport (dono degli dei all’umanità) come diceva il barone cattolico De Coubertin possa compiere il miracolo? Perché no, uno piccolo almeno, in attesa del grande. L’Onu di Kofi Annan e del suo amico Adolf Ogi, nominato de facto ministro, promovendo lo sport cerca di promuovere la comprensione fra i popoli, la conoscenza reciproca, la tolleranza e il rispetto delle regole definite democraticamente. Quattrocento delegati di tutto il mondo hanno stilato un documento finale pochi giorni fa nel nostro paese. I bambini di ogni razza e di ogni religione ringraziano. Se il milionario Moratti aiuta il subcomandante Marcos nello stato semi autonomo del Chiapas in Messico perché mettere limiti alla provvidenza? I lacandoni eredi della grande cultura maya scomparsa 1’200 anni fa ringraziano. Hanno il loro campo sterrato, le porte di legno, magliette pantaloncini e scarpe. In una terra dove la separazione fra i discendenti dei “conquistadores” europei (non scopritori come cinicamente si insegna a scuola) è netta. Dove la paga per gli indigeni è se va bene di un dollaro al giorno per 10-12 ore per chi raccoglie frutta, caffè o cacao (per il “choko-atl”, tradotto, il nostro cioccolato). E dove la rapina delle enormi risorse naturali è enorme: boschi rasi al suolo e non ricostituiti, con la sterpaglia che impedisce la rinascita; l’acqua che di conseguenza porta via la terra e la fertilità. Che può portare una palla ai bimbi seminudi dei campesinos? Non possono permettersi la scuola al di là dei 3-4 anni di primarie, non possono curarsi, non hanno nemmeno i soldi (7-10 franchi) per arrivare su strade impossibili in qualche ospedale dove devono portarsi il cibo e una persona che lo possa cucinare. Con eccezione delle strutture gestite dagli europei e fra questi in Nicaragua si distinguono i ticinesi che lavorano per l’Amca. I discendenti dei conquistatori invece vivono nel lusso più sfrenato e più esibito divertendosi nei casinò sempre più frequenti persino a Managua, capitale di una nazione che ha il 60 per cento di disoccupati. Qualsiasi persona, persino il nostro (si fa per dire) Blocher di fronte a simili stridenti contrasti si scandalizzerebbe. La classe dominante sudamericana non si cura minimamente del popolo: non è il suo, non è la sua gente; con straordinaria faccia tosta non fa altro che parlare di “desarrollo” (sviluppo) e di vari “proyectos”, senza far nulla. Pura mistificazione. Il tutto sotto lo sguardo attento del grande fratello del nord, del paese della libertà e della democrazia. Ma chi guadagna nei campi e nella selva 85 centesimi di dollaro al giorno (e due dollari come operaio) di quale libertà gode? Nel mondo la schiavitù è diventata legale. Basta che il potere fissi un minimo sindacale di 900 córdobas al mese (ci riferiamo sempre al Nicaragua) per essere a posto con la legge dello stato (dei padroni). 900 córdobas, 69 franchi svizzeri. Un piatto con riso, fagioli e un pezzo di pollo costa 25 córdobas in una mensa povera: un mese di lavoro (con quattro giorni di libero se va bene) per 36 pasti da dividere con l’intera famiglia in una misera catapecchia di 5 metri per 5, per tutti. A Waslala, sito remoto nella “selva”, il Chievo Verona fa ciò che l’Inter fa nel Chiapas: porta una palla, qualche scarpa e qualche indumento ed è festa grande fra i “chanchitos”, i maialini e le galline. Vista la crudeltà della specie umana nei confronti dei suoi simili, è un miracolo: indotto dallo sport.

Pubblicato

Venerdì 23 Dicembre 2005

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