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14 giugno: percorsi

di

Gaby Andina
Ogni giorno, quando arrivo al lavoro, vedo il bellissimo poster di Mario Comensoli creato in occasione dello sciopero nazionale delle donne del 14 giugno 1991. Dovrebbe essere un segnale chiaro per chi viene da me: dimostra che sostengo gli interessi delle donne … per una che lavora principalmente per le donne sembra una cosa ovvia. Ma questo segnale è ancora necessario oggi come oggi? Ultimamente mi sono chiesta spesso se dovevo prepararmi a chiedere un nuovo sciopero delle donne: tutto quello che ho visto e sentito in merito alla soluzione dei termini da parte degli avversari mi aveva convinto che, se fosse passato un «no» alla soluzione dei termini, sarebbe stato il momento per uno sciopero. Scioperare per la dignità delle donne e delle madri che non sono macchine da parto. Fortunatamente non sarà necessario, anzi, le donne sono uscite rafforzate e rispettate da questa votazione popolare e ne sono sinceramente felice. Allora possiamo abolire la ricorrenza del «14 giugno»? Non ne parliamo più? Non sarà mai più necessario? Innanzitutto sono convinta che non sarà più possibile organizzare uno sciopero nazionale delle donne con il medesimo impatto avuto nel 1991. Ma non perché non è più necessario, anzi! Piuttosto perché vedo difficile trovare la motivazione «al di sopra delle parti» per unire, possibilmente, tutte le donne in un’unica manifestazione. Però la necessità ci sarebbe: prendiamo come esempio la situazione delle madri e proviamo per un momento ad immaginare se tutte le mamme lavoratrici scioperassero. Cosa succederebbe negli ospedali, nelle case per anziani? Cosa potrebbe succedere se tutte le madri decidessero di restare a casa ad occuparsi tranquillamente dei propri figli (e non soltanto per un giorno!), invece di andare a lavorare, a tempo pieno o parziale? Guardatevi in giro nei negozi, nelle fabbriche, nelle scuole, negli asili nido, negli ospedali, nelle strutture per anziani o per andicappati, ma anche nelle banche o negli uffici di grosse imprese o assicurazioni. Donne dappertutto, che spesso hanno anche una famiglia con bambini e che pertanto oltre ad essere madri e lavoratrici sono anche acrobate, funambole, maghe. I ruoli che devono assumere sono, insomma, molteplici. Perché riuscire a lavorare e accudire la famiglia è spesso un’impresa artistica, nella quale per fortuna molte di noi hanno a disposizione altre donne: le nonne, le mamme diurne, le responsabili degli asili nido! Mi si potrà dire che in Ticino siamo all’avanguardia rispetto al resto della Svizzera e che da noi le famiglie sono sostenute meglio che altrove; certo, ma non basta! Finché accudire i figli significherà un freno alla carriera le donne (e le famiglie) non potranno mai essere soddisfatte, perché soltanto chi è onnipresente e non rischia di dover stare a casa per bimbi malati o parti avvenuti è seriamente preso in considerazione per un avanzamento nelle imprese (ditemi quante direttrici di banca, assicurazione, impresa possiamo trovare?). Soltanto la possibilità per tutti di «fare carriera» lavorando anche a tempo parziale darebbe la possibilità alle coppie di accudire i figli insieme ed educarli di conseguenza alla parità, alla comprensione ed al rispetto reciproco. Intanto invece educhiamo le nostre figlie o a fare i salti mortali oppure a rinunciare ai figli. E i nostri figli maschi? Loro non vedranno la necessità di cambiare le cose che funzionano tanto bene, se non saranno obbligati a farlo, perciò ritorniamo a parlare di sciopero? Se lo sciopero è inteso come segnale politico, per esempio per chiedere incentivi per genitori che desiderano dividersi la cura dei propri figli, allora mi sta bene, ma come ritorsione famigliare certamente no. * Copresidente delle donne socialiste svizzere

Pubblicato

Venerdì 14 Giugno 2002

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