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14 giugno: la resa dei conti

di

Maria Pirisi
Sono passati 15 anni da quel 14 giugno del 1991 quando le donne di tutta la Svizzera scesero in piazza per scioperare contro lo sfruttamento e le disuguaglianze perpetrate sulle loro spalle. Lo slogan di allora "Se le donne vogliono tutto si ferma" non ha perso d'attualità e, seppur in modo diverso, verrà ricordato anche il prossimo 14 giugno, proclamato dall'Unione sindacale svizzera (Uss) giornata di mobilitazione nell'ambito della campagna per la parità salariale "Su con i salari!" che si protrarrà per tutto il 2006. E in Ticino, la battaglia si fa più ardua perché in questo cantone si registra che i salari siano più bassi del 23 per cento circa che nel resto della Svizzera.

In barba all'articolo costituzionale (introdotto 25 anni fa!) che recita "un salario uguale per un lavoro di valore equivalente",  oggi le disparità salariali sono di casa in tutti i settori lavorativi: pur facendo lo stesso lavoro un uomo guadagna 50 franchi e una donna 39. E negli ultimi 40 anni quasi o niente è mutato in questo senso in Svizzera che tra i paesi europei, dopo la Gran Bretagna, si ritrova al penultimo posto sul campo. Discriminate tra i discriminati, le donne che lavorano in Ticino caratterizzato da  salari inferiori al resto del paese. E le storie di Mara* e Rachele*, frontaliere italiane che ogni mattina si alzano alle 5 per venire a lavorare in un'azienda orologiera, insieme a quelle di Roberta* e Danielle*, occupate nel ramo della vendita, aiutano a capire quanto la disparità salariale sia accettata supinamente e quanto sia difficile da combattere perché difficile da scovare. «Nessuno vuole parlare della propria busta-paga – ci dice Rachele, 25enne da tre anni impiegata in una ditta orologiera – e così le disparità salariali, pur essendo risaputo che anche fra noi ci sono, non possono essere dimostrate. Qui come nelle altre industrie orologiere, il personale è quasi tutto al femminile e quasi tutto frontaliero. Il problema del settore è che ci sono poche donne con una formazione ad hoc anche se poi nel concreto svolgiamo esattamente lo stesso identico lavoro dei nostri colleghi. Quanto a me, ho diversi diplomi, ho fatto corsi di computer ma niente di tutto ciò mi è servito. L'unica formazione che viene riconosciuta è quella empirica acquisita sul posto». Un riconoscimento che non significa sempre corrispettivo aumento di salario. «Certo – sorride Rachele – qualcosina è arrivata ma da qui a parlare di parità ce ne vuole». Rachele e Mara ricevono al mese 2'300 franchi lordi e si ritengono fortunate. «Sì – conferma Mara, 24enne – quando ho cominciato 6 anni fa prendevo 10 franchi lordi l'ora, poi per fortuna le cose sono cambiate (il sindacato Unia, ha ottenuto il contratto collettivo di lavoro, ndr)». La mancanza di formazione è dunque un altro problema che frena la promozione delle donne in ambito occupazionale. «Non è un caso però – ci dice Magda Bossart, segretaria sindacale di Unia – che moltissime donne non possano accedere ad una formazione adeguata perché impegnate anche come madri, cosa che le costringe ad equilibrismi per conciliare lavoro e famiglia. Vi sono poi le competenze valutate in modo diverso a parità di condizione: un manovale senza alcuna formazione guadagna in media 3 mila franchi mentre due operaie orologiere come Rachele e Mara, che svolgono un lavoro di precisione, ne guadagnano 2'300…». A penalizzare le donne vi è inoltre la stagnazione delle loro carriere, il non raggiungimento dei posti di responsabilità. «Le donne – commenta Bossart – spesso devono per forza optare per il tempo parziale una volta che mettono su famiglia, il che porta i datori di lavoro a delegare i ruoli di comando e di responsabilità agli uomini che raramente scelgono il part-time per occuparsi dei figli. E qualora questi ultimi decidano di farlo vengono penalizzati a loro volta, soprattutto in luoghi come il Ticino dove la mentalità latina di supremazia maschile stenta a sradicarsi. Insomma combattere la disparità salariale significa combattere alla radice pregiudizi duri a morire dando al contempo alle donne l'opportunità di progredire nella loro occupazione e mettendo loro a disposizione servizi che le aiutino nei loro impegni familiari ed incentivando la formazione continua».

*nomi di fantasia

"Siamo uguali solo nei doveri"

Storie diverse quelle di Roberta e Danielle che  lavorano nella grande distribuzione ma con lo stesso comune denominatore: la disparità salariale. «Ogni anno gli uomini ricevono un aumento, noi donne solo in rare eccezioni», racconta  Roberta, 26enne responsabile di reparto alla Manor, che aggiunge: «a gennaio salta sempre fuori chi ha ricevuto la gratifica e, guarda caso, ad essere escluso è solitamente il personale femminile».
E questo a prescindere dal grado di responsabilità: «Un collega, che occupa un gradino sotto il mio, mi ha fatto vedere la sua busta-paga e lì ho scoperto che prende più di me. Ho chiesto spiegazioni ai miei superiori e mi è stato detto che ciò dipende dagli anni di anzianità ma altri casi smentiscono che quello sia l'unico motivo».
Infatti Roberta ha due diplomi pertinenti il lavoro che svolge mentre il suo collega è meno qualificato di lei. «Credo che a giustificare la disparità salariale – spiega – si possano sempre trovare dei cavilli... senza contare che quando sono stata assunta, visto che portavo un cognome straniero, mi è stato fatto capire che se proprio non mi andavano le condizioni che mi offrivano ce n'erano tante che volevano essere prese al mio posto».
Precedentemente Roberta aveva lavorato in un grosso negozio di abbigliamento e prima ancora in una sartoria ma anche lì gli unici due uomini occupati, a parità di mansioni, percepivano un salario più alto. «E oggi è la stessa cosa – afferma –: al mattino, prima dell'apertura del negozio, scarico il camion della merce e poi in più preparo gli articoli e organizzo tutto il reparto dalla A alla Z mentre alcuni colleghi non fanno niente di tutto questo». Un'altra discriminazione,  meno evidente, ci spiega ancora riguarda proprio la formazione: «In teoria ci spronano ad una formazione continua ma nel contingente selezionato per i corsi viene data la precedenza agli uomini. È normale quindi che un domani siano loro ad occupare i posti-chiave».
Per Danielle, invece, la disparità salariale ha preso una strada diversa. Nella sua vita ha dovuto barcamenarsi fra diversi lavori, fra cui quello di fiorista prima per una piccola ditta e negli ultimi due anni per una filiale della grande distribuzione. «A 43 anni – dice ad area – mi sono sì ritrovata a cominciare un lavoro per il quale non avendo un diploma corrispondente sono stata trattata alla stregua di una ragazzina di 18 anni. La mia lunga esperienza lavorativa, le mie competenze linguistiche (parlo perfettamente italiano, tedesco e francese), la profonda conoscenza del settore e le referenze non sono state considerate».
È divorziata e con lei vivono i due figli di 13 e 9 anni, una condizione non facile la sua che l'ha vista doversi reggere in un gioco di equilibrismo fra lavoro e famiglia.  «Non mi hanno mai maltrattata – racconta – ma di certo non hanno avuto comprensione per il mio ruolo di madre. Spesso finivo tardi, alle 19.15 circa se non c'erano problemi, altrimenti si facevano le 20. E a questo punto dovevo recuperare i bambini, preparare la cena e aiutare il più piccolo a fare i compiti. Ho resistito finché ho potuto, poi ho chiesto che mi venissero incontro con gli orari ma mi è stato detto che per esigenze interne non era possibile». Il continuare a dover "fare salti mortali" – come lei stessa dice –, facendo capo per i figli a zie, nonni e dopo-scuola, fare la spesa, preparare il pranzo, andare a lavorare, tornare la sera ed avere solo pochi scampoli di tempo da dedicare ai figli, tutto questo logora Danielle che quando si sente prossima al tracollo decide di licenziarsi. Ora sta per cominciare un nuovo lavoro che le permetterà di stare più vicina ai suoi figli. Altre sue colleghe si ritrovano quotidianamente conciliare a fatica il lavoro con gli oneri familiari: «Molte donne si ritrovano ad assolvere a tre ruoli: di lavoratrici esterne, di casalinghe e di madri». La disparità è facile da occultare. «Quando i superiori – dice – redigono i piani di lavoro non guardano affatto se una donna è madre di famiglia oppure se ha 18 ed è single: ecco, è trattando allo stesso modo due condizioni così diverse che poi si creano le disparità».
Danielle è riuscita a cambiare vita, molte altre hanno paura di osare. «C'è molta paura (e le capisco) e rassegnazione – commenta – perché in molti casi chiedere al datore di lavoro semplicemente che venga loro incontro significa rischiare di perdere il posto. Così stringono i denti e resistono perché così "va l'economia" ».

Le straniere? Discriminate due volte

Doppiamente discriminate: sono le straniere che la condizione di disparità la vivono a più livelli e lottare per e con loro per cambiare lo stato delle cose in cui si trovano è ancora più difficile. A dirlo è Vania Alleva, responsabile del Dipartimento Migranti, Giovani e Pari Opportunità di Unia, nonché presidente della Commissione migrazioni dell'Unione sindacale svizzera (Uss), che mercoledì 14 giugno (si veda box) parlerà di cosa significhi "essere donna e straniera". «Per promuovere l'integrazione delle donne migranti – ci dice Alleva – non basta offrire loro dei corsi di lingua come fa attualmente la Confederazione. Sarebbe urgente invece investire di più nei corsi di perfezionamento che permetterebbero loro di valorizzare competenze e capacità. Se infatti la formazione, la promozione e il perfezionamento sono il punto dolens della popolazione femminile svizzera, fra le migranti questo problema si acutizza notevolmente rendendole vittime prescelte anche della disparità salariale». Ebbene, sono proprio loro, nella scala delle discriminazioni salariali ad occupare l'ultimo gradino. «Con le ultime ondate di migrazioni – continua Alleva – è appunto emerso il grosso e nuovo problema delle donne non europee dotate di diplomi e qualifiche non riconosciute da noi e che per ciò devono ripiegare su lavori umili o sottoqualificati. Con la nuova legge sull'immigrazione poi molte di loro spesso non hanno un permesso di soggiorno o, se ce l'hanno, è molto precario. Per questo, a pochi mesi dalla votazione sui referendum sugli stranieri, la nostra lotta per i diritti dei migranti è una lotta contro la precarietà della loro condizione. Non ultimo da ricordare è che le donne straniere sono oltre 700 mila e fra queste più di 300 mila sono extra-comunitarie». C'è però da chiedersi se in una Svizzera, dove negli ultimi 40 anni il divario fra i salari femminili e maschili è rimasto quasi immutato, la lotta per la parità salariale anche per le donne straniere non sia persa in partenza… «Siamo consapevoli – conclude Alleva – di quanto questo cammino sia ripido e minato. Ciò che vorremmo si capisse - anche da parte dei colleghi maschi - è che questa battaglia concerne una grande fetta dell'industria svizzera e dell'economia e che per ciò lottare contro la condizione di precarietà delle donne migranti significa combattere al contempo la precarietà del mercato del lavoro svizzero».

Pubblicato

Venerdì 9 Giugno 2006

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