1868, marzo. A Ginevra non c’è più carrucola che cigoli o martello che batta. I cantieri sono silenziosi e nulla si costruisce. Muratori, scalpellini, imbianchini e manovali sono in sciopero e scioperano anche fabbri, lattonieri, falegnami e carpentieri. La situazione è tesa. C’è chi preme sulle autorità per far intervenire l’esercito, ma il presidente del Consiglio di Stato ginevrino, Philippe Camperio si oppone a questa misura estrema e cerca di proporsi come mediatore tra lavoratori e imprenditori. Questi ultimi però, almeno all’inizio si rifiutano di trattare e fanno venire a Ginevra operai ticinesi e piemontesi per sostituire gli scioperanti. La mossa non ottiene l’effetto sperato: i nuovi arrivati si uniscono agli scioperanti. Anche gli orologiai mostrano la loro solidarietà con gli edili in sciopero e ne sostengono finanziariamente lo sforzo. Lo sciopero dura tre settimane e si conclude con l’accettazione di buona parte delle rivendicazioni. La paga giornaliera (3,60 franchi) viene aumentata del 10 per cento e l’orario di lavoro ridotto da 12 a 11 ore al giorno. L’agitazione ginevrina è seguita con grande interesse sia in Svizzera che nel resto d’Europa, soprattutto dai lavoratori dell’industria. Le condizioni di lavoro nelle fabbriche sono spesso infernali. Un’inchiesta condotta dalle autorità federali nel 1870 rileva che il lavoro dei bambini non è raro. In 18 cantoni sono impiegati ragazzi tra i dodici e i quattordici anni, ma in alcuni casi si trovano anche lavoratori di meno di dieci anni. Il tempo di lavoro, escluse le pause per i pasti, è generalmente di 13 o 14 ore al giorno o “solo” undici ore se il lavoro è notturno. L’ambiente di lavoro è spesso malsano e nei cantoni in cui vige l’obbligo scolastico i giovani operai dopo il lavoro sono tenuti alla frequenza della scuola. Nel 1877 la popolazione svizzera accetta in referendum la nuova legge sulle fabbriche. Essa prevede che la durata normale della giornata di lavoro sia di 11 ore e vieta il lavoro dei ragazzi di età inferiore ai 14 anni. Nella campagna precedente alla votazione gli imprenditori profetizzano sventura e catastrofe, ritenendo che nessuna fabbrica tessile possa sopravvivere con una giornata lavorativa di sole 12 ore e che la riduzione del lavoro dei bambini ridurrebbe anche il lavoro degli operai adulti poiché le macchine devono funzionare tutte assieme. La legge è approvata col 51,1 per cento dei votanti e la catastrofe paventata dagli imprenditori non si è prodotta, anzi l’orario di lavoro ha continuato ad accorciarsi. Nel 1919 le ore lavorative settimanali sono 48, diventano 46 nel 1964 e 45 per l’industria nel 1975. Oggi il movimento è chiaramente quello contrario: i salari tendono a diminuire, l’orario di lavoro ad aumentare e le condizioni di lavoro peggiorano. Naturalmente tutto questo perché la catastrofe finanziaria (come sempre?) incombe.

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15.10.04

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