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11 settembre, il film

di

Gianfranco Helbling
C’è un film importante, assolutamente da vedere, ma che fa ancora troppa fatica a trovare spazi nella programmazione commerciale. È un film importante per la sua carica di umanità e di impegno civile e per la sua capacità di interrogare senza pregiudizi. Questo film è “11 settembre 2001”, meglio noto come “11’09”01”. Ha fatto molto discutere in occasione della sua prima mondiale, l’11 settembre dello scorso anno, alla Mostra del cinema di Venezia. Poi sembrava scomparso dagli schermi, troppo ingombrante forse per farsi largo nelle maglie sempre più rigide della distribuzione cinematografica del circuito commerciale. Ora, dopo una carriera tutto sommato deludente nelle sale della Svizzera tedesca, “11’09”01” arriva finalmente in Ticino, all’Iride di Lugano, in versione originale con sottotitoli francesi: ed è un film assolutamente da non perdere. “11’09”01” è nato dall’intuizione del produttore francese Alain Brigand, che ha riunito attorno al suo progetto undici registi di fama internazionale raccolti ai quattro angoli del mondo. Ad ognuno di loro egli ha chiesto una riflessione libera sull’11 settembre 2001, il giorno degli attentati terroristici alle torri gemelle di New York e al Pentagono, mantenendo, come scrive Brigand nelle note di produzione, «la prospettiva della loro cultura, dei loro ricordi, delle loro vicende, della loro lingua». Unico limite formale posto da Brigand è stata la durata: ogni contributo doveva durare esattamente 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma (appunto “11’09”01” nella trascrizione gergale). Per il resto, la libertà d’espressione è stata totale. Il tutto, come annota ancora Brigand, per proporre «una riflessione non limitata al presente, ma proiettata verso il futuro, capace di portarci in luoghi diversi, di viaggiare. Una riflessione capace di rispondere con immagini alle immagini di allora». Brigand con quello che può essere considerato il “suo” film ha centrato il suo obiettivo ed è probabilmente anche andato oltre. “11’09”01” non lascia infatti nessuno indifferente, sia nel suo complesso che nella valutazione dei singoli episodi. Sono due ore e 15 di cinema ad altissimo livello, che coniugano un messaggio forte ad un profondo rigore formale, pur nella varietà di stili e di temi trattati dagli undici registi coinvolti. Se “11’09”01” è un “instant movie”, nel senso che ha colto l’aria che si respirava nei mesi immediatamente successivi agli attentati e l’ha magistralmente rielaborata, esso sa tuttavia mantenere intatta tutta la sua forza ancora oggi che l’attualità è dominata da ben altre priorità. Come solo le vere opere d’arte sanno fare. In questa intervista, realizzata lo scorso mese di novembre, Brigand spiega come è nata, come è cresciuta e come è stata infine accolta quella che è la sua creatura. Al termine della visione di “11’09”01” si ha l’impressione di aver appena visto un ottimo ritratto dell’attuale periodo storico. Alain Brigand, quando ha fatto partire il progetto pensava che ne sarebbe potuto risultare un documento a futura memoria? Non ho pensato né a qualcosa per l’immediato né ad un documento per i decenni a venire. Volevo soltanto che le differenti correnti di pensiero che s’incrociano nel film potessero viaggiare il più possibile. Tanto più che la società odierna cambia così rapidamente che non so quale possa essere un ritratto fedele del nostro tempo da poter tramandare alle generazioni future. Il suo era fin dall’inizio un progetto molto audace e per certi versi pericoloso: non ha mai avuto paura che fallisse? Paura no. Però ad un certo punto mi sono chiesto a cosa avrebbe potuto assomigliare questo film. Ma il dubbio è scomparso subito, perché lo scopo iniziale era di dare la libertà espressiva al cento per cento ad undici autori: gli unici limiti dati dalla carta artistica erano dei principi quali l’obbligo di rispettare tutte le religioni e il divieto di fare propaganda razzista. Nessuno quindi è intervenuto sulle sceneggiature: nella preproduzione il mio solo lavoro è stato di evitare somiglianze eccessive fra le storie. La mia sicurezza derivava dal fatto che sapevo di essermi rivolto a registi di talento, che hanno qualcosa da dire, ma che sono anche ragionevoli: il loro cinema parla sempre di tolleranza, per cui non avevo alcun motivo di dubitare del risultato finale. Con quale ordine sono stati montati gli undici contributi? La priorità era di garantire ad ogni film l’integralità della qualità della visione. Non volevo che un film interferisse su un altro o che vi fosse una sorta di botta e risposta fra diversi contributi. Questo perché non doveva assolutamente trasparire il mio punto di vista, per valorizzare al contrario quello di ogni singolo regista. M’è così venuto naturale aprire con il film di Samira Makhmalbaf, che rende omaggio all’innocenza dei bambini, dando così il tono a tutto il film. Poi il contributo di Alejandro Inarritu s’è imposto come il film centrale, perché porta al cuore stesso dell’evento, alla tragedia dell’11 settembre in quanto tale, con però una dimensione spirituale molto forte. Infine è stato naturale mettere il lavoro di Shohei Imamura alla fine, perché ha deciso lui stesso di allontanarsi più di tutti gli altri dall’evento per proporci una riflessione filosofica sul trauma che in lui ha lasciato la guerra, con la perdita del fratello. Gli altri film si sono inseriti naturalmente fra questi, applicando i principi di cui ho detto. La forza del film viene dalla capacità di proporre undici sguardi diversi su un fatto così marcante come l’11 settembre del quale pensavamo di poter avere una sola visione. È vero, la televisione mi ha fornito un solo sguardo su quegli avvenimenti. Da un lato ha proposto per la prima volta nella storia a tutto il mondo e nello stesso momento la stessa immagine con una sola spiegazione, chiara e univoca. Questo però mi ha lasciato il bisogno di sapere come fossero stati vissuti quegli avvenimenti altrove, al di fuori del cosiddetto mondo occidentale. Ed è da questo bisogno che è nata in fondo l’idea di fare il film. L’11 settembre 2001 la terra ha tremato ovunque, non solo negli Stati Uniti. Si trattava dunque di riunire dei registi dalle provenienze più disparate con i loro sguardi diversi per offrire a pubblici diversi l’occasione di confrontarsi su una molteplicità di punti di vista: per capire che forse dovremo trovare un giorno il modo di convivere. Di questo però me ne sono reso conto fino in fondo soltanto quando, per assistere alla lavorazione del contributo di Danis Tanovic, sono andato a Sarajevo prima, a Mostar poi: e sono rimasto choccato, perché soltanto vedendo le distruzioni inferte alla città ho capito che lì non potevano avere la mia stessa percezione degli eventi dell’11 settembre. Il problema più difficile per lei nell’anno di lavorazione del film è stato di far rispettare i termini di consegna? Penso di sì. Per me è stato difficile perché ho dovuto viaggiare molto per garantire il coordinamento fra gli undici registi, avendo comunque l’appoggio di un produttore delegato capace come Jacques Perrin. Qualche apprensione alla fine l’abbiamo comunque avuta perché se il primo film, quello di Samira Makhmalbaf, è arrivato in maggio, l’ultimo l’abbiamo ricevuto soltanto alla fine di luglio: e fare tutta la postproduzione in un mese per garantire le visioni stampa prima del Festival di Venezia è stata davvero un’impresa. Ma è stato anche esaltante sentire il film che cresceva poco a poco, e poi vedere i contributi che arrivavano uno dopo l’altro, per capire che si stava davvero realizzando ciò che pochi mesi prima avevo sognato, un’opera cioè che coniugasse qualità, tolleranza e compassione. Non le ha fatto male, subito dopo la proiezione di Venezia, constatare che il dibattito attorno a “11’09”01” si svolgeva soltanto su un piano politico, cioè se si trattasse di un’opera più o meno antiamericana? Ho semplicemente ignorato questo genere di “analisi”. Certo a Venezia c’è stato un gran clamore, soprattutto sui media italiani, ma la maggioranza dei critici presenti ha analizzato il film come opera cinematografica senza cercarci polemiche politiche pretestuose. D’altra parte, anche in Italia la polemica è stata aizzata già prima della proiezione al festival da un settore ben preciso della stampa, quello fedele al governo di Berlusconi: così ho deciso di non curarmene, apprezzando però l’atteggiamento del direttore della Mostra di Venezia Moritz De Hadeln, che malgrado le pesanti critiche non ha desistito dal proporre il film al festival. Molto più interessante era invece la diversità di punti di vista che nel resto della stampa è emersa dopo la proiezione veneziana: e c’erano anche giornalisti molto critici che hanno fatto osservazioni estremamente acute su alcuni contributi del film, osservazioni secondo me molto interessanti in quanto fondate sull’onestà intellettuale di chi le aveva formulate. Da tutti gli undici contributi emerge un forte senso di pietà, di compassione umana per tutte le vittime dell’11 settembre e delle sue conseguenze. Si aspettava che questo aspetto emergesse con tanta forza? No, perché non mi aspettavo nulla. Però è vero che il senso di compassione è quanto di più forte si sia imposto da subito, anche nei contributi più critici. Ne è soltanto un esempio il film di Ken Loach, nel quale una vittima del regime cileno di Pinochet scrive ai parenti delle vittime delle Torri gemelle: intravedervi una polemica politica è del tutto fuori posto, c’è soltanto redenzione e compassione. Ma ne è esempio anche il film di Samira Makhmalbaf, nel quale recitano dei piccoli afghani rifugiati in Iran che riescono però ad argomentare sulla base di una straordinaria tolleranza. In ogni episodio di “11’09”01” si riconosce molto bene lo stile del regista che l’ha girato. Eppure, da una sua esperienza, lei dice che mostrando un episodio da solo esso perde gran parte della sua forza. Come mai? Sì, l’ho constatato mostrando ad un festival l’episodio di Ken Loach isolato dal resto del film, in occasione di una retrospettiva dedicata al regista inglese. Da solo anche quel contributo è perso, perché l’assunto di base di “11’09”01” è proprio la diversità degli sguardi. Soltanto con Loach invece ci si limita ad un solo sguardo. È questo incontro di razze, di culture, di religioni e di continenti che fa la forza del film. Facendo questo film è cambiato il suo punto di vista sul suo mestiere e sulla forza del cinema? È cresciuto ancora di più il mio piacere di lavorare nel cinema, perché ho avuto la fortuna di allestire un vero e proprio dream team. Ciò che più mi ha colpito è stata la disponibilità totale dei registi a buttarsi nel progetto: io ho soltanto gettato una bottiglia in mare, loro l’hanno trovata, ne hanno letto il messaggio e l’hanno fatto proprio. Questa esperienza certamente influenzerà anche le mie scelte produttive future. Quanto alla forza del cinema, constato semplicemente che ovunque venga mostrato “11’09”01” suscita sempre dibattiti intensi e spinge gli spettatori a incontrarsi e a confrontarsi su un tema sul quale penserebbero di non aver nulla in più da aggiungere. Quando uscirà questo film negli Usa? Non lo so ancora. Adesso è troppo presto anche parlarne. Forse ci vorranno anni. Il popolo statunitense non ha ancora elaborato il lutto per l’immane tragedia che ha vissuto. Mi sembra giusto rispettarne il dolore.

Pubblicato

Venerdì 7 Febbraio 2003

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