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007 alla lente

di

Gianfranco Rosso
Una misura giusta ma insufficiente per fare piena luce sulle pericolose relazioni avute dal nostro paese con il regime dell’apartheid. La decisione del ministro della difesa Samuel Schmid di ordinare l’apertura di un’inchiesta amministrativa sull’attività dei «nostri» 007 è un atto dovuto, che va però accompagnato dall’immediata istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta. Troppo pesanti e gravi sono infatti le accuse emerse nelle ultime settimane contro la Svizzera e i suoi servizi segreti militari, sospettati di aver collaborato con il Sudafrica nell’ambito del programma di armamento chimico-batteriologico studiato per annientare la popolazione di colore. Una collaborazione che si sarebbe fondata su un accordo segreto tra i due paesi. L’ipotesi era già stata presa in considerazione nel ‘99 dalla delegazione della Commissione parlamentare della gestione incaricata di far luce sui rapporti Svizzera-Sudafrica, ma non ha potuto trovare conferma a causa dell’atteggiamento ostruzionista del Dipartimento della difesa, che si è sempre rifiutato di rispondere alle questioni politiche, delegando il compito direttamente all’ex capo dei servizi Peter Regli, cioè al sospettato numero uno per i suoi pericolosi contatti con gli omologhi sudafricani. Il suo nome è stato fatto recentemente dal medico sudafricano Wouter Basson, il cervello del programma chimico-batteriologico, che attualmente si trova sotto processo a Pretoria: Regli lo avrebbe aiutato a procurarsi in Russia cinquecento chili di Mandrax, un potente sedativo di sintesi da utilizzare contro la popolazione di colore. Circostanza questa confermata anche da un testimone. Sempre Regli, negli anni dell’apartheid, ha organizzato (dal Sudafrica) uno scambio di piloti «per raccogliere – questa è almeno la versione ufficiale – informazioni sull’impiego dei Mirage (in dotazione anche all’esercito svizzero) contro i Mig russi in Angola». Una chiara violazione del principio di neutralità, che vieta ogni collaborazione unilaterale con un paese in guerra. A questo si aggiunge poi l’acquisto, sempre da parte di Regli, di due lanciarazzi aerei russi SA-18, che ancora oggi si trovano nel loro imballaggio originale in un deposito dell’esercito a Thun. Scopo dell’operazione sarebbe stato quello di procacciarsi informazioni su un’arma che, in seguito alla dissoluzione dell’Unione sovietica, sarebbe potuta finire nelle mani dei terroristi. Una giustificazione ridicola, visto che sarebbe bastato attingere ad una documentazione internazionale. Non è un caso che quei test non sono mai avvenuti e che l’ex capo dell’Aggruppamento dell’armamento Toni Wicki aveva chiesto ai suoi collaboratori di elaborare un piano per disfarsi segretamente delle ingombranti attrezzature antiaeree: si trattava di vendere i lanciarazzi (ancora una volta) al Sudafrica. Le pericolose relazioni con il paese dell’apartheid erano però già cominciate prima dell’arrivo di Regli alla testa dei servizi d’informazione. Non è infatti un mistero che il regime di Pretoria godesse di forti simpatie negli ambienti militari, politici e imprenditoriali elvetici: all’epoca esisteva un’organizzazione, denominata «Gruppo di lavoro Africa del sud», il cui presidente era un tale Christoph Blocher e di cui facevano parte diversi alti graduati dell’esercito. Fra loro anche Carl Weidemann, che diresse i servizi segreti militari fino al 1977, proprio l’anno in cui le relazioni con il Sudafrica si intensificarono. Quelli citati, immaginiamo, sono solo alcuni episodi di una lunga storia da cui la Svizzera potrebbe uscire con le ossa rotte: dal Sudafrica e dagli Stati Uniti sarebbero in arrivo denunce collettive contro il nostro paese (le sue banche in particolare) per aver condotto attività economiche in Sudafrica durante l’apartheid. Al di là di questo, che è un fatto conosciuto e da sempre denunciato dalle forze della sinistra, la posizione della Svizzera potrebbe aggravarsi se i fatti raccontati da Basson dovessero trovare conferma. Sarebbe certamente un ennesimo brutto colpo all’immagine del nostro paese, ma questo non deve in alcun modo continuare ad ostacolare la ricerca della verità. Un compito che, come chiede il Partito socialista, va affidato ad una commissione parlamentare d’inchiesta con il potere di raccogliere in Svizzera e in Sudafrica tutti gli elementi utili ad appurare se gli 007 in tuta mimetica sono stati o meno complici delle attività criminali del governo razzista di Pretoria. Poi, i responsabili dovranno pagare.

Pubblicato

Venerdì 9 Novembre 2001

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