PovertĂ 

Lilly, la rumena, dorme per terra accucciata su un desolato pavimento di gelide e luride mattonelle color ocra. Come un cane. Abbracciata a un giovane uomo dell’età di suo figlio, cerca, se non amore, calore dentro a un sacco a pelo celeste che, troppo piccolo per due, rimane divaricato a mo’ di ferita nel freddo di questa notte di gennaio.


«Prova tu a dormire così» ci dice alzando la testa, con i capelli arruffati e la faccia da bambina, a dispetto dei suoi 45 anni, quando si accorge di noi. Non rispondiamo: che cosa si può dire? Lilly, sei un pugno nello stomaco. «Prova tu» insiste, sorridendoci, mentre blocca i nostri occhi, che fissa in profondità, come a chiederci in silenzio: «Lo capisci che cosa provo? Si può vivere così? È umano?». No, che non si può.
E salta fuori con uno scatto dal sacco a pelo a piedi nudi. «Ma cosa fai? Il pavimento è freddissimo, ti prenderai un accidente. Dove le hai messe le scarpe?» la esortiamo sorpresi. «Eccole, le tengo sotto la testa come cuscino. Le devi nascondere perché te le possono rubare per dispetto. È la guerra dei poveri» commenta alzando le spalle.


Al di sopra della coppia, che la legge della strada ha formato ma non santificato, stesa dritta come una fune prova a dormire sopra un malconcio asse di legno una donna tanto minuta da sembrare un uccellino. Fra un colpo di tosse e l’altro, la 42enne si ripara alla bell’e meglio sotto una grossa coperta di lana, mentre insegue il sonno con i neon della luce sparati in faccia e nei pensieri quattro bambini lasciati in una casa lontana in Romania. Il marito, 36 anni all’anagrafe, ha la faccia consumata da giorni senza inizio e senza fine. Nicolaj non vuole dormire, se ne sta in piedi davanti ai binari e parla con un ragazzino che se ne va quando arriviamo («non parlo con la presse»).

 

Gli si legge in faccia l’angoscia e la preoccupazione. Ha bisogno di parlare, di sfogarsi, di raccontare la sua storia, che qualcuno lo guardi con empatia, di sentirsi considerato un essere umano, di incontrare sguardi non indifferenti. «Non ce la faccio più a vedere mia moglie in queste condizioni. È malata, non so cosa ha. E poi chiedere l’elemosina per mangiare un panino: ci vergogniamo, noi vogliamo solo trovare da mantenere onestamente la nostra famiglia. Tutti desiderano stare con i propri bambini, anche noi, che cosa pensate? La più piccola al telefono mi ha detto: “Papà, quando tornate?” Ma che cosa torniamo a fare? A vederli morire di fame?».


 L’uomo piange e impreca contro un mondo che sa essere crudelmente ingiusto: «È tutta colpa di quei bastardi dei politici. In Romania come in Svizzera, sono tutti uguali: pensano solo ai loro interessi e non a quelli del popolo. Siamo tutti europei: non dovremmo essere fratelli? Non c’è un dormitorio, ma come possiamo resistere in strada?». Vaglielo a spiegare che i ticinesi faticano a sentirsi fratelli di un bernese, figuriamoci di un rumeno. L’Europa? E che cosa è? Qui si parla ancora di antichi baliaggi e balivi, figuriamoci. E l’Unione europea è unicamente un impiccio, altro che fratelli.


È sabato 11 gennaio, è l’una e mezzo del mattino, non siamo in una metropolitana di Londra o Milano, ma ci troviamo in una sporca sala d’attesa, con l’aria schifosa pregna di fumo, alla stazione di Taverne, canton Ticino, Svizzera. Arriva un treno, il bigliettaio scende e incrociamo il suo sguardo mentre sbircia allucinato dentro quella gabbia di vetro con le luci accese a illuminare un accasciamento di esseri umani: a noi sembra di essere animali in una gabbia dello zoo.


«Ma al tuo paese ce l’hai una casa? Sì? Perché allora non ci torni?! Non hai nulla qui: come fai a reggere questa situazione?». D’accordo, lo sappiamo, è una domanda cretina, riduttiva e semplicistica, ma a dettarla è il sentimento d’impotenza che ci travolge davanti a questo doloroso presepio. Insomma, se ve ne andate a casa vostra, noi non vediamo e stiamo meglio. Lilly non risponde, ci guarda con disincanto («che cosa vuoi saperne tu?», sembra dirci), chissà cosa le passa per la testa.


«Questi sono gli schiavi moderni, vengono da soli, non c’è bisogno di comprarli come nell’antico Egitto. Ma restano schiavi. Perché, domandi, si arriva alla strada? Sembrerà strana la mia risposta: per speranza e non per disperazione» ci spiega Constantin (vedi articolo sotto), la nostra “guida” in questa notte in mezzo ai senzatetto che vivono ai margini della nostra società.


«Da noi in Romania lo stipendio medio è meno di 200 euro al mese e le  uscite sono di 300. Due calcoli e lo capisci subito: non basta lavorare otto ore al giorno per sfamare i propri figli e questa sì è disperazione. Allora si parte, illudendosi di trovare altrove una vita che riscatti. Si arriva in un altro paese e ci si sente nessuno: eri una merda là e rimani una merda qua. Ma la speranza resiste: se “becchi” un lavoro in nero, anche solo per una settimana, puoi guadagnare 300 franchi che mandi alla tua famiglia in Romania per tirare avanti. E così sopporti il sacrificio della strada perché sai di non avere alternativa» continua Constantin.
«Solo i pannolini per la mia bambina costano 13 euro. Per non parlare delle scarpe e dei libri scolastici per gli altri tre: con gli stipendi da fame che ci ritroviamo è impossibile sopravvivere. 

 

Ma l’Unione europea perché non fa niente? Nessuno interviene» mormora Nicolaj. L’uomo è arrivato in Ticino lo scorso settembre:  «Prima stavamo a Santa Maria di Leuca, in provincia di Lecce. Mia moglie faceva la badante di una signora che pesava 140 chili: tutto il giorno a tirarla su e giù, arrivava alla sera distrutta. Io andavo nei cantieri dove mi chiamavano. A Ferragosto abbiamo conosciuto un italiano che era lì in vacanza. Mi ha detto: “Ho una ditta in Svizzera, a Mendrisio, vieni a fare il piastrellista da me che guadagni bene”. Non ci sembrava vero, abbiamo lasciato tutto e siamo partiti». La realtà che trovano è però diversa dalle aspettative: al loro arrivo nessuno gli risponde al telefono.


«Non ho pensato male, credevo in un contrattempo. Siamo andati in una pensione, chiamavo di continuo ma non riuscivo a trovarlo. Dopo sette giorni non avevamo più soldi e abbiamo dovuto lasciare la camera».
 Si ritrovano così in strada. Qualcuno gli indica una casa abbandonata a Melide dove tirano a campare in condizioni precarie. Arriva la polizia e li accompagna al confine. «In auto l’agente ci diceva: “E adesso cosa farete?” e ci ha dato 10 franchi. Usciti in Italia, siamo subito rientrati».


La seconda volta capiscono che devono davvero sgomberare: «La polizia non è stata cattiva, ma ci hanno buttato via tutto. È il loro lavoro». Già.

Pubblicato il 

23.01.14..

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