di Sabina Zanini Non si passa più. Un cordone di polizia in tenuta anti-sommossa sbarra l’accesso al centro autogestito i Molini di Canobbio. È lo scenario che troviamo una mattina di ottobre dopo lo sgombero forzato del centro. Di fronte al marziale plotone c’è un gruppetto di giovanotti intirizziti che guarda il via vai delle automobili autorizzate ad avvicinarsi alla zona off-limits. Un ragazzo si rivolge ironico ai poliziotti «Bravi, avete fatto proprio un bel lavoro». Poliziotti che alle cinque del mattino li hanno strappati dal sonno senza tanti complimenti. Li hanno riuniti, divisi in due gruppi spediti in altrettanti centri della Protezione civile (a Cadro e Pregassona). Colà hanno proceduto ai normali controlli di polizia. Nessun arresto. Solo accertamenti. Del resto le operazioni di sfollamento si sono svolte in piena calma, senza alcun tentativo di resistenza. Intanto le porte sono state sprangate e le finestre murate. «Preavvisi diretti non ne abbiamo ricevuti», ci spiega Nico, una ragazza che si trovava al Maglio quando è avvenuto lo sgombero. Nessuna violenza fisica è stata usata nei confronti degli evacuati. «Più che altro sono volati dei commenti un po’ fastidiosi», aggiunge Nico. Dopo esser stati rilasciati, «ci hanno sottoposto una diffida a recarsi ancora al Maglio, pena la multa o l’arresto». Tuttavia «nessuno di noi ha firmato quel foglio», precisa Nico. Il centro ospitava pure 72 ecuadoriani. Famigliole con figli. Un ragazzo ci racconta che sono state trattate senza molta pietà: «I bambini erano spaventati e piangevano, volevamo almeno salutarli ma i poliziotti premevano per fare in fretta... chissà mai se li rivedremo». E il dopo sgombero? Monia ci dice che il gruppo degli autonomi più attivi in questi giorni è costantemente pedinato. «Le auto di molti di noi sono seguite o da poliziotti in borghese o apertamente con le loro moto». Qualche ragazzo si è spinto su percorsi un po’ tortuosi per avere la prova del pedinamento e, in effetti, l’inseguitore gli stava alle calcagna come un’ombra. «Una guerra a bassa intensità», la definisce Monia. Del resto «anche alla manifestazione di sabato scorso i poliziotti erano tantissimi». Un fatto che gli autogestiti hanno rimproverato anche nel corso della conferenza stampa convocata questa settimana: «è un’aperta violazione delle libertà individuali, senza contare che siamo tutti incensurati...». La polizia si segnava in numeri di targa di chi ha partecipato alle manifestazioni di sostegno agli autogestiti. Un altro ragazzo richiama il passato spettro delle schedature: è là che vogliamo tornare? Alla conferenza stampa i ragazzi del Molino hanno puntato il dito contro la lentezza ticinese «queste situazioni in altre città le hanno già risolte una ventina di anni fa». Inoltre, potremmo aggiungere, il Maglio era ben lungi dal presentare le problematiche di disagio sociale che troviamo in tanti centri autogestiti di grandi città europee. Centri che davvero raccolgono sfollati, disoccupati troppo arrabbiati per mettersi a trattare pacatamente con qualsivoglia autorità. Questa del Maglio era un’occupazione sui generis visto che lo stabile è stato assegnato dal Cantone. «Noi abbiamo accettato un importante compromesso: la sede è comunque fuori dalla cintura urbana». Anzi, secondo quanto dichiarano i “molinari” addirittura è capitato che polizia o servizi sociali dessero loro il mandato di prendersi cura di persone senza documenti di cui l’autorità non intendeva farsi carico. In poche parole, casi scomodi. Infine un bilancio: «Non sarebbe stato più semplice mandare qualcuno ad insonorizzare il centro e a sistemare gli impianti di sicurezza piuttosto che procedere ad un’operazione di sgombero e presidio sicuramente costosa?». Anche perché alla fin fine i problemi principali legati al Maglio erano i rumori molesti e la sicurezza. I ragazzi ricordano di aver partecipato alle varie commissioni tecniche che dovevano risolvere tali questioni. «Non se ne è fatto nulla: alla fine siamo stati ancora noi ad investire soldi e fatiche per provvedere ad un isolamento acustico del capannone in cui organizziamo i concerti». Sabato scorso la manifestazione per protestare contro lo sgombero del giorno prima è stata organizzata con una sorta di passaparola. Eppure il sostegno c’è stato, eccome. Al corteo hanno partecipato autonomi, qualche politico, sindacalisti, genitori e famiglie con tanto di carrozzine. Il corteo – non autorizzato – è partito da Cornaredo ed è arrivato sino a Piazza Riforma (zona tabù di tutte le manifestazioni). Davanti alla sede del Municipio di Lugano, “città imbalsamata”, gli autonomi hanno urlato la loro indignazione contro l’autorità politica. Se la sono presa con il Consiglio di Stato per come ha gestito la faccenda. Se la sono presa con Patrizia Pesenti in particolare perché il giorno prima dello sgombero ancora prospettava la possibilità di un dialogo. Al solo nominarla si sono alzati fischi e grida. Non erano complimenti... Del resto lo stesso Partito socialista in un comunicato si dice «sorpreso e indignato per la decisione del Consiglio di Stato di sgomberare il Maglio di Canobbio e per le modalità manifestamente sproporzionate dell’intervento». Nonostante tutto gli autonomi affermano che “il Molino vive” ancora. Nel corso di un’Assemblea al Tassino sono stati decisi i programmi per le prossime attività. «Il movimento si è semplicemente spostato in piazza», hanno riferito gli autonomi in conferenza stampa. Attività che erano state organizzate ancor prima che sopragiungesse il divieto governativo. E sabato, con appuntamento alle 13 sul piazzale della ex Termica, si replica la manifestazione di sostegno ai “molinari”. Chi volesse aggiornarsi su quanto stanno organizzando gli autogestiti consulti il sito www.indymedia.it Un bell'autogol, e il Governo perde di Gianfranco Helbling Alla fine è arrivato anche lo sberleffo del sindaco di Lugano Giorgio Giudici: «la soluzione migliore per il Centro autogestito è al Maglio di Canobbio». Peggio di così per il Consiglio di Stato non poteva andare, che con lo sgombero s’è fatto un clamoroso autogol, dimostrando sulla questione tutta la sua debolezza. Preso dall’improvvisazione, dopo aver posto un ultimatum che s’è trasformato in una trappola, il Governo ticinese ha infatti ceduto alla minaccia di dimissioni del Municipio di Canobbio e ha evacuato manu militari il Centro sociale. Un invito a nozze per tutti quei Comuni a cui viene negato ciò che ritengono sia loro legittimamente dovuto: basta dimissionare, che il Governo cede. Un Governo che aveva già ceduto alla cocciuta sordità della città di Lugano, che sulla questione dell’autogestione ragiona come gli altri centri urbani svizzeri argomentavano oltre vent’anni. Ora, come dice il sindaco di Canobbio Roberto Lurati, «l’autorità ha fatto l’autorità». Dimostrandosi però autoritaria, non autorevole: perché per l’ennesima volta il Governo ha fatto l’errore di considerare la richiesta di un centro socioculturale autogestito come una questione di ordine pubblico, non di politica sociale e culturale. Il risultato, nell’immediato, è che il movimento ha ripreso slancio e vigore, coagulando attorno a sé solidarietà e simpatie che sembravano per sempre disperse: mille persone in piazza il giorno dopo lo sgombero, fra cui molti liceali al primo impatto con la politica, sono un risultato notevole che nessuno, nei palazzi di Bellinzona e di Lugano, si aspettava e si augurava. E domani si replica. Per il futuro il problema si ripropone più urgente di prima. La soluzione più immediata l’ha suggerita Giudici: al Maglio. Resta da capire se il Consiglio di Stato, piegandosi di nuovo al suo volere, sarà disposto a perdere ancora una volta la faccia. Già lui, sotto i baffi, se la ride. Le illegalità dello Stato di Gianfranco Helbling Premessa: il Consiglio di Stato ha motivato lo sgombero del Maglio con l’argomento della legalità: troppe volte, dice, sono state infrante le leggi dagli inquilini dell’ex grotto, non si poteva tollerare oltre questo stato di perenne violazione del nostro sistema normativo. Bene. Un’argomentazione legalista vuole però che chi vi si appella sia del tutto inappuntabile sul fronte del rispetto delle leggi vigenti: altrimenti non è assolutamente credibile. In realtà le autorità comunali e cantonali, proprio sulla questione del Centro socioculturale autogestito, hanno a più riprese violato il diritto. Ecco una scelta, non esaustiva e in ordine cronologico, dei casi in cui ciò è accaduto e accade, a partire dai singoli disposti di legge: Art. 14 Costituzione cantonale: Il Cantone promuove l’informazione e il suo pluralismo e l’espressione artistica. – Violato da sempre: il Centro socioculturale non è mai stato sostenuto in nessun modo dalle autorità, ma solo tollerato e, più spesso, represso. Art. 178 Codice di procedura penale: Quando il Procuratore pubblico conosce per denuncia, querela o altro modo esserci sospetto che sia stato commesso reato, deve procedere subito alle occorrenti indagini di fatto per decidere se sia il caso di promuovere l’accusa. – Sono passati più di cinque anni dall’incendio doloso agli ex Molini Bernasconi di Viganello e l’inchiesta penale, in violazione del principio di celerità, non è ancora sfociata né in una promozione dell’accusa, né in un decreto di non luogo a procedere. Art. 15 cpv. 2 Costituzione cantonale: Il Cantone promuove la collaborazione e la solidarietà fra i Comuni. Art. 70 Costituzione cantonale: Il Consiglio di Stato vigila sulle autorità dei Comuni e ne coordina l’attività. – Violati dal Consiglio di Stato che ha sempre tollerato il disinteresse del Comune di Lugano per la questione dell’autogestione, ciò che ha impedito di trovare una soluzione coordinata a livello regionale e ha provocato l’esasperazione di Canobbio. Art. 1 Legge edilizia cantonale: Edifici o impianti possono essere costruiti o trasformati solo con la licenza edilizia. La licenza è in particolare necessaria per la trasformazione rilevante (ivi compreso il cambiamento di destinazione) di edifici. – Violato dal Consiglio di Stato quando non ha chiesto la licenza edilizia né per la trasformazione di un grottino in un Centro socioculturale, né per l’esecuzione da parte dei suoi inquilini di lavori edili di una certa importanza. Art. 13 Costituzione federale: Ognuno ha diritto al rispetto della sua vita privata. Art. 8 Costituzione cantonale: Ognuno ha il diritto di esprimere la propria personalità. È in particolare garantita la tutela della sfera privata. Art. 179quater Codice penale: Chiunque, con un apparecchio da presa, osserva o fissa su un supporto d’immagini un fatto, non osservabile senz’altro da ognuno, rientrante nella sfera privata d’una persona, senza l’assenso di quest’ultima, è punito con la detenzione o con la multa. Art. 169 cpv. 1 Codice di procedura penale: Il Procuratore può avvalersi di apparecchi tecnici di sorveglianza, se determinate circostanze facciano presumere che si stia preparando un crimine o un delitto, la cui gravità giustifica l’intervento. – Violati con la posa da parte della polizia di sofisticati mezzi di videosorveglianza su suolo privato e il loro impiego 24 ore su 24 per controllare tutti i frequentatori del Centro sociale nell’imminenza del Forum economico mondiale di Davos del 2001, e questo in assenza di concreti indizi di reato. Art. 62 Legge sull’assistenza sociale: In particolari casi d’ urgenza e di manifesto bisogno le prestazioni assistenziali possono essere accordate d’ufficio. – Violato da tutti gli operatori sociali che, pur conoscendo da tempo la situazione dei cittadini ecuadoriani ospitati al Maglio ed avendo la competenza per farlo, non sono mai intervenuti per far fronte a quella che oggi viene definita una situazione di manifesto bisogno. Art. 80 Legge organica comunale: Il municipio amministra il comune. La carica è obbligatoria. Art. 85 Legge organica comunale: Sindaco, municipali e supplenti possono dimissionare dalla carica per giustificati motivi, in particolare: l’aver coperto la carica l’intero quadriennio immediatamente precedente; l’età di 65 anni; un’infermità che la rende eccessivamente gravosa o altro motivo grave. – Violati dalla maggioranza del Municipio di Canobbio che ha minacciato di dimissionare in mancanza di un motivo grave ai sensi della legge. Violati dal Consiglio di Stato, che è entrato nel merito delle richieste del Municipio di Canobbio formulate sotto la minaccia di provvedimenti ricattatori ed illegali: ciò crea un precedente per tutti gli altri Comuni che dal Cantone non ottengono quanto ritengono sia loro dovuto. Principio dell’affidamento: i cittadini possono confidare sul fatto che l’autorità non revochi di punto in bianco una sua prassi sulla quale i cittadini stessi contano per svolgere le loro attività, ma che conceda semmai un congruo termine per il ripristino dell’ordine e della legalità – Violato dal Consiglio di Stato che ha imposto un termine di pochissimi giorni per disdire tutte le attività programmate al Maglio, che rappresentavano l’unica fonte di entrate del Centro sociale e per le quali erano già stati sottoscritti tutti i contratti: a titolo di confronto lo stesso Consiglio di Stato ha concesso al Silos Ferrari, illegalmente attivo nella zona delle Bolle di Magadino, un termine fino al 2006 per cessare l’attività. Art. 506 Codice di procedura civile: Nei casi di cessata locazione o affitto, per qualsiasi motivo, o di comodato, non avvenendo la riconsegna della cosa locata affittata o data in comodato, il locatore può domandare direttamente lo sfratto al pretore con istanza motivata. – Violato dal Consiglio di Stato che ha proceduto allo sgombero del Maglio senza prima intimare lo sfratto agli inquilini e senza poi chiedere, nel caso di non adempimento, il decreto di sfratto al pretore competente: e solo il pretore avrebbe potuto autorizzare l’esecuzione effettiva dello sfratto, se del caso con il ricorso alla forza pubblica. Clausola generale di polizia: lo Stato può agire anche senza sufficiente base legale per tutelare beni di polizia quali la sicurezza e l’ordine pubblico, a condizione che siano date l’urgenza dell’intervento, l'importanza dei beni da proteggere e la proporzionalità. – Violato perché, se si vuole ammettere che la sicurezza e l’ordine pubblici erano in pericolo per il temuto arrivo di presunti "rinforzi" dai centri sociali italiani, bastava l’evacuazione dal Maglio delle persone con diffida per un certo periodo di tempo: la muratura e lo sfratto degli effetti privati non erano necessari. Principio di proporzionalità: principio secondo cui gli atti dello Stato devono essere adeguati agli scopi perseguiti. I mezzi impiegati dallo Stato devono essere necessari per raggiungere lo scopo e le limitazioni imposte al cittadino devono stare in un rapporto ragionevole con lo scopo stesso. – Violato con la decisione di sgombero, per nulla necessario per ridare la quiete agli abitanti di Canobbio: l’insonorizzazione dei capannoni sarebbe stata sufficiente e non sarebbe costata di più dell’intervento di sgombero con muratura e (forse) demolizione del Maglio. Violato con i pedinamenti cui sono sottoposti i molinari in questi giorni: la scarsa gravità del reato ipotizzato (violazione della proprietà con un’eventuale nuova occupazione) non giustifica questa pesante ingerenza nella loro sfera privata. Conclusione: l’argomento dell’illegalità non regge alla prova dei fatti perché chi vi si appella ha a sua volta violato la legge a più riprese. E il Consiglio di Stato, in cui siedono esclusivamente avvocati, lo sa benissimo. Questo argomento è dunque un pretesto per giustificare un’operazione esclusivamente politica. La sua inconsistenza dimostra d’altro canto la debolezza e l’improvvisazione con cui il Consiglio di Stato ha gestito e sta gestendo il caso. Ecuadoriani, gli autogestiti lasciati soli di Sabina Zanini “Solidarietà con la comunità ecuadoriana”. Era uno degli striscioni appesi dagli autogestiti sulle pareti del Municipio di Lugano durante la manifestazione di sabto scorso. Una solidarietà che non è fatta solo di slogan scritti o urlati. Non erano pochi infatti gli ecuadoriani ospitati presso il Maglio e che, al pari degli altri occupanti, sono stati allontanati nella notte dello sgombero. Erano spaventati, alcuni hanno tentato di darsi alla macchia. Si trattava soprattutto di famiglie. Gli autonomi davano loro un tetto e da mangiare. Per il resto, li abbiamo visti tutti, cantare davanti i supermercati o vendere i prodotti del loro artigianato in mercati più o meno improvvisati. Lo ammette lo stesso consigliere di Stato Luigi Pedrazzini: «si tratta di famiglie, di povera gente. Non si tratta di stranieri che alimentano delinquenza e in genere non sono neppure particolarmente invisi alla popolazione». Una realtà di cui eravamo a conoscenza da tempo. Una settimana fa, lo scandalo: gli ecuadoriani ospiti dei Molini vivono in condizioni miserevoli, stanno accampati in tende. Così su tanti giornali. «Peccato che eravamo gli unici ad occupparcene», afferma Ludovica, «addirittura stavamo riattando una casetta dove avremmo potuto ospitare una trentina di persone». L’inverno è alle porte e in coscienza è difficile far finta di nulla sapendo che «ci sono famigliole con bambini di tre mesi che dormono in automobile». Ma non sono state denunciate queste situazioni? «Abbiamo cercato invano un aiuto esterno e le autorità erano al corrente da anni di questi casi», risponde Ludovica. E aggiunge: «spesso sono state le autorità stesse ad indirizzare a noi persone bisognose perché loro non sapevano che farsene». Gli interventi di polizia poi erano poco più che “cosmetici”. «Gli ecuadoriani li potevano vedere tutti i giorni in strada a suonare: ogni tanto ne fermavano qualcuno, secondo criteri puramente arbitrari». Quindi cosa succede? «Vengono accompagnati alla frontiera ma poi tornano sempre», spiega Ludovica, «la trafila è sempre la stessa: li fermano, gli prendono le impronte digitali, gli danno un foglio di via e dopo qualche tempo tornano e siamo daccapo». Per parte loro gli ecuadoriani sono ben consci di cosa li attende quando arrivano: «repressione, condizioni di vita precarie,...». Ai Molini i ragazzi cercano di spiegare a queste famiglie che non hanno spazio sufficiente per ospitare tutti dignitosamente. «Cosa possiamo fare se sono loro a decidere di accamparsi nei pressi del Maglio perché si sentono più sicuri?» Di sicuro non sono stati incoraggiati a venire quelli per i quali non era possibile trovare una sistemazione confortevole. Chiediamo a Ludovica se non hanno mai chiesto aiuto a qualche altro istituto assistenziale. «Ci siamo rivolti persino al vescovo che ci ha indirizzati agli ordini religiosi che svolgono compiti assistenziali ma neppure questi ultimi vogliono farsene carico: nessuno dispone delle strutture adeguate». E chi si cura dei bambini? «Noi abbiamo organizzato un asilo autogestito dove insegnamo loro a combattere contro il lavoro minorile». L’odissea sconsolante di queste persone inizia nel loro paese di provenienza. Ai Molini qualcuno si è chiesto quale sia la molla che spinge delle famiglie a scappare per trasferirsi in un posto dove gli agi sono assai pochi. Ludovica ci racconta che alcuni compagni si sono recati in Ecuador per toccare con mano la situazione locale e per conoscere la comunità indigena. «Ci piacerebbe organizzare una cooperativa di lavoro laggiù se riusciamo a stanziare i fondi necessari...». Questo il sogno dei protagonisti dello “scandalo”. Pedrazzini: "Il problema dell'autogestione esiste" di Sabina Zanini Il Municipio di Canobbio proprio non vuole ospitare il centro autogestito sul proprio territorio. D’altra parte la sistemazione era provvisoria. Ogni promessa è un debito. Parola del Governo. Il centro è stato sgomberato. Il problema rimane: i giovani autonomi continuano a rivendicare uno spazio. In principio era Lugano a doversene incaricare. Dopo lo sgombero, vedendo tornare la palla nel proprio campo, il sindaco di Lugano, Giorgio Giudici, avanza di nuovo l’ipotesi di scegliere il Maglio di Canobbio come sede per gli autogestiti. Comunque sia il centro sociale rimane un problema che l’autorità politica non ha ancora risolto. Ne abbiamo parlato con il consigliere di Stato Luigi Pedrazzini, direttore del Dipartimento delle istituzioni. Non c’è stata una contraddizione nella decisione del Governo di sgomberare il Maglio? In fondo lo stabile è stato assegnato dalle autorità cantonali agli autonomi e si sapeva che vi avrebbero organizzato attività rumorose… È vero che era stato messo a disposizione dall’autorità cantonale ma si era detto che non poteva trattarsi di una soluzione definitiva. Gli stessi autogestiti sono sempre stati coscienti della situazione di provvisorietà. I problemi di legalità, di ordine pubblico e di rapporti con la popolazione residente sono sempre stati segnalati. Credo che si possa dire che il Consiglio di Stato ha fatto tutto il possibile per tenere la porta aperta. Quando in agosto abbiamo intimato di sospendere le attività pubbliche non l’avevamo fatto per arrivare ad una chiusura bensì per regolamentare la presenza. Volevamo che interrompessero per un momento le loro attività per evitare di tirare la corda con la popolazione. Secondo me c’era uno spazio per trovare una soluzione senza minare la sostanza delle attività del Maglio. Avremmo inoltre dovuto apportare delle modifiche alla struttura dello stabile. E gli autogestiti si dovevano impegnare a rispettare alcune norme legali: un permesso ufficiale per la mescita di bevande, verificare gli impianti di sicurezza, le misure in caso di incendio, ecc. Cose che non erano in ordine e che mettevano in pericolo l’incolumità delle persone che frequentavano il centro. Questa porta non l’ha chiusa il Governo ma il Maglio infischiandosene dei nostri divieti. Gli autonomi avevano chiesto che alla conferenza stampa indetta dal Governo dopo l’evacuazione del centro sociale potesse presenziare anche un loro rappresentante. Perché avete rifiutato la richiesta? Era una conferenza stampa organizzata dall’autorità cantonale per spiegare la propria posizione. Gli autogestiti non hanno nessuna difficoltà a trovare spazio sui media per sostenere il proprio punto di vista. Se fossero stati presenti pure loro tutto si sarebbe risolto in un continuo scambio di opinioni e non era quello lo scopo. La popolazione di Canobbio reclamava soprattutto per i rumori molesti. Il Cantone ha fatto delle verifiche per procedere all’insonorizzazione dei locali ma poi non è se ne è fatto nulla… Gli avvenimenti sono precipitati. L’autorità cantonale aveva proceduto ad un accertamento tramite i suoi servizi nel corso della tarda primavera. Poi sono stati previsti degli appuntamenti per il tramite del Cancelliere per stabilire come intervenire. Ma la premessa per intervenire era che si sospendessero le attività di richiamo pubblico per consentire di fare il punto della situazione e calmare gli animi esasperati della popolazione di Canobbio. Rispetto a situazioni simili di locali rumorosi segnalati dalla popolazione non c’è stato un intervento sproporzionato nel caso del Maglio? Tenuto conto di tutti i precedenti, direi proprio di no. D’altro canto non c’è stata alcuna disponibilità ad accettare determinati controlli o che certe attività fossero subordinate ad autorizzazione. Capita che ci siano delle fonti di disturbo simili però, in genere, ci sono dei limiti di orario. Ma nel caso del Maglio c’erano altri problemi in più. Penso soprattutto alla sicurezza. Il Consiglio di Stato non era più disposto ad assumersi dei rischi di utilizzazione di una struttura che non era idonea per feste con un grande richiamo di pubblico. Se fosse successo qualcosa la responsabilità sarebbe stata del proprietario dell’immobile. Del Cantone, dunque. In conferenza stampa avete dichiarato che riavvierete le trattative con il Comune di Lugano per trovare una sistemazione per gli autonomi. Il Coniglio di Stato unitamente alla decisione di sgomberare prevede anche una dichiarazione di disponibilità da parte dello stesso a ricucire, nel limite del possibile, un dialogo. Riconosciamo che il problema dell’autogetione esiste. Non possiamo cancellarlo. Tuttavia non possiamo neppure trascurare i Comuni e i Municipi. Il Cantone non può imporre una sede a discapito dell’autorità comunale. D’altra parte nel caso specifico lo sgombero è stato eseguito su pressione del Municipio di Canobbio. Questo non crea un precedente? Ovunque si decida di spostare il centro autogestito rischiamo che si riproduca la stessa situazione… Evidentemente. Tuttavia su determinati problemi non si può prescindere dalla volontà della popolazione interessata. Non posso imporre una fonte continua di disturbo. Devo trovare delle soluzioni nella località. Soluzioni che abbiamo cercato in buona fede. Nella ricerca di soluzioni possibili vi siete appoggiati alle esperienze fatte in altri centri urbani molti anni fa? Credo che il discorso oggi debba essere avviato soprattutto con la città di Lugano. Il fenomeno dell’autogetione mi sembra piuttosto collegato alle aree urbane che a quelle rurali. I Comuni limitrofi come Canobbio sono ormai diventati dei quartieri “dormitorio” della città. È ancora più difficile rendere conciliabile l’attività autogestita con la natura di questi Comuni. La palla torna nel campo della città. Il Cantone vedrà cosa può fare per mediare. Ma se gli autonomi s’immaginano di organizzare nel centro di Lugano delle attività di richiamo pubblico fino alle cinque del mattino non sarà possibile. Bisogna essere realisti. Tanto minacciò Canobbio che vinse La scorsa estate la minaccia del municipio di Canobbio: ci dimettiamo in corpore se non si trova una soluzione per il rumoroso centro autogestito. Scocca la fatidica ora e il Municipio non dà seguito al proprio proposito. Qualche settimana dopo il centro della discordia viene sgomberato. Un “problema” che non è comunque risolto con uno sgombero. «Stranamente a Lugano per tutte le attività omologate non c’è problema a trovare gli spazi mentre le attività alternative vengono ostacolate», ci dice Luca Gatti, l’unico municipale di Canobbio che si era distanziato dalle minacce di dimissioni. In tutte le città è previsto uno spazio autogestito: «Evidentemente bisogna trovare delle regole ma non è impossibile». «Ho l’impressione che per il sindaco di Lugano il problema non esista, al massimo ci mandava qualcuno per discuterne ma alla prova dei fatti non si è mai risolto nulla, neppure quando c’era un spiraglio possibilista». Parlando al municipale, eletto sulla lista “Insieme a sinistra”, chiediamo se uno spazio per una mediazione sarebbe stato possibile anche col comune di Canobbio. «Sì, sarebbe stato possibile ma è chiaro che se sia da una parte che dall’altra ognuno si arrocca sulle proprie posizioni addio compromesso», commenta Gatti. C’è un altro problema, «il Cantone aveva comunque promesso al comune di Canobbio che la sede era temporanea». Sono stati tanti i reclami da parte della popolazione «un certo numero di abitanti era disturbato dalle attività di forte richiamo, questo è evidente». In qualche misura deve aver giocato anche l’“apprezzamento”, ci dice Gatti. Nel senso che si è più tolleranti con chi apprezziamo. bina

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25.10.02..

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