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Socialità e Giustizia

Vanessa Bignasca: «Volevamo dar voce alla loro sofferenza»

La storica ticinese spiega il ruolo della Commissione nel documentare questo triste capitolo di storia

di

Veronica Galster

Tra la primavera e l’estate di quest’anno, la Commissione peritale indipendente (Cpi) Internamenti amministrativi ha pubblicato i risultati della sua analisi scientifica, una ricerca durata tre anni e voluta dal Consiglio federale per esaminare e documentare questo triste capitolo della storia svizzera (vedi articolo correlato). Dal lavoro di ricerca della Cpi è risultata una serie di dieci pubblicazioni: un volume con ritratti di vittime, uno dedicato alla diffusione del lavoro della Cpi, sei volumi sul lavoro di ricerca, uno con le fonti e, proprio a inizio settembre, un rapporto di sintesi destinato al Consiglio federale. Abbiamo discusso di questo grande lavoro con Vanessa Bignasca, storica, che ha partecipato alla ricerca della Cpi.

Vanessa Bignasca, qual è il mandato che ha ricevuto la Cpi e che tipo di lavoro ha svolto?
Il mandato ha la sua base legale in una legge del 2014 emanata dal Consiglio federale e riguardante la riabilitazione delle persone internate sulla base di una decisione amministrativa. Nel 2016 è nata poi la Legge federale sulle misure coercitive a scopo assistenziale e i collocamenti extrafamiliari prima del 1981, che ha sostituito quella del 2014 e nella quale è iscritto anche il mandato della Cpi, il cui scopo è stato quello di indagare la storia di questi internamenti amministrativi in Svizzera.
Con la sua ricerca la Cpi contribuisce alla riabilitazione delle persone internate rendendo pubblica la storia degli internamenti amministrativi e la discriminazione insita in queste misure. Riabilitazione che inizia con uno studio fattuale di quanto successo per poi proseguire con una discussione pubblica dei risultati, questo accordando grande importanza alla parola delle vittime, che sono state incontrate più volte dai ricercatori che ne hanno raccolto i feedback e le hanno intervistate.


Come si è arrivati a far sì che il Governo prendesse atto di quanto successo in passato e a questa legge del 2016?
Il dibattito politico è sicuramente stato favorito dalla mobilitazione delle persone che hanno subito queste misure, le quali hanno avuto il coraggio di raccontare quanto vissuto e rivendicare il riconoscimento dell’ingiustizia subita e la loro riabilitazione. Tra queste persone non c’è solo chi ha subito internamenti amministrativi (che si riferiscono agli adulti), ma anche coloro che sono stati collocati durante la propria infanzia, quindi oggetto di un collocamento extrafamiliare. Con un iter piuttosto lungo queste persone sono riuscite ad ottenere le scuse ufficiali dal Consiglio federale, poi hanno lanciato un’iniziativa per la riparazione, che con un controprogetto ha portato appunto alla Legge del 2016, la quale prevede anche un contributo finanziario alle vittime, per un massimo di 25.000 franchi.


Da chi era composta la Cpi?
Negli anni hanno contribuito alle ricerche quasi una quarantina di collaboratori tra storici, sociologi e persone con una formazione nell’ambito del diritto. La Commissione era diretta da un presidente, con due vicepresidenti e dei membri di Commissione tra i quali c’erano storici, rappresentanti della psichiatria, professori universitari e specialisti del diritto. Era quindi una Commissione multidisciplinare. Per quanto riguarda le analisi, eravamo suddivisi in diversi gruppi di ricerca e ogni gruppo si è occupato di aspetti diversi del tema.


Il gruppo al quale ha partecipato aveva il compito di indagare la vita quotidiana negli istituti d’internamento. Come avete svolto le ricerche?
Dapprima abbiamo valutato le tipologie di istituti che esistevano e quali erano i fondi d’archivio che sapevamo essere disponibili, poi abbiamo scelto cinque istituti che fossero rappresentativi: da un lato delle diverse regioni linguistiche della Svizzera, poi delle diverse tipologie d’istituto (istituti penitenziari, istituti attinenti alla psichiatria, e istituti che si occupavano di adolescenti e giovani adulti), facendo anche attenzione all’aspetto di genere includendo sia le strutture che si occupavano di uomini sia quelle che si occupavano di donne. Questo per vedere anche se ci fossero delle differenze nel regime di vita applicato agli uni e alle altre.


Il cuore del nostro lavoro si è concentrato sul penitenziario di Bellechasse, che era un istituto multifunzionale, con diversi reparti suddivisi in altrettanti stabili che si occupavano di diverse tipologie di persone che provenivano da tutta la Svizzera. Questo istituto aveva una vastissima azienda agricola, dove lavoravano le persone internate. Inoltre esisteva un fondo d’archivio molto completo e già riordinato e disponibile presso l’archivio di Stato del Canton Friborgo. In questo fondo d’archivio erano presenti anche svariate migliaia di dossier personali con diverse tipologie di documenti, ad esempio le decisioni di internamento, gli ordini di polizia che prevedevano il trasferimento della persona, ma anche lettere che queste persone avevano scritto o ricevuto, ma che erano state trattenute dalla direzione perché c’era un rigido sistema di censura all’interno di questi istituti. Grazie a questo tipo di documenti, che in misura variabile abbiamo trovato anche per altri istituti, abbiamo costruito la nostra ricerca.


Diceva che avete prestato attenzione alle differenze di genere, sono emerse differenze di trattamento tra uomini e donne?
Sì, già dai motivi d’internamento si potevano constatare delle differenze: gli uomini venivano internati sostanzialmente quando non erano in grado di garantire il proprio sostentamento o il sostentamento della famiglia o per motivi di alcolismo, quindi quando si discostavano da quel ruolo sociale che avrebbero dovuto assumere nella società. Seguendo la stessa logica, che si fonda sui valori e la morale borghese dell’epoca in Svizzera, le donne venivano internate principalmente per motivi legati alla loro sessualità, se questa non era confinata all’interno dell’ideale del matrimonio eterosessuale. In aggiunta a ciò però, le donne spesso pagavano anche per le “devianze” dei mariti. Questa era una regola che abbiamo riscontrato in tutta la Svizzera. Con il passare degli anni però i motivi sono un po’ cambiati e soprattutto negli anni 60 e 70 erano sanzionati principalmente i giovani che volevano sperimentare nuovi modelli di vita e che volevano una società meno rigida.
Anche all’interno degli istituti si rifletteva in qualche modo la differenza di genere: gli uomini erano sostanzialmente impiegati in lavori agricoli o lavori artigianali funzionali ai bisogni dell’istituto, mentre le donne si occupavano di lavori legati all’economia domestica (cucire, stirare, pulire, cucinare). Inoltre, la vita delle donne in questi istituti era generalmente più dura in quanto c’erano meno strutture per loro e capitava spesso che fossero internate insieme alle condannate penali: ad esempio una ragazza madre, quindi “colpevole” semplicemente di aver avuto una gravidanza fuori dal matrimonio, poteva essere internata in una cella con una donna che magari aveva ucciso qualcuno. Va aggiunto che questo genere di provvedimenti riguardava unicamente le persone delle fasce più sfavorite della società.


Quali sono state le maggiori difficoltà che avete incontrato?
Il tempo a disposizione e la grande mole di documenti da analizzare hanno costituito una delle nostre maggiori difficoltà. Da subito abbiamo quindi cercato di calibrare le domande di ricerca per consultare in modo mirato i documenti. Nel nostro caso specifico, ci siamo concentrati su dei casi di studio particolari, per poi vedere se fosse possibile fare una generalizzazione: abbiamo ad esempio scritto un capitolo su un caso di presunto abuso sessuale avvenuto in un reparto per giovani adulti, dove abbiamo analizzato tutta la gestione della questione da parte della direzione e delle autorità. Grazie a questa vicenda siamo riusciti a capire com’erano le dinamiche di potere all’interno di un istituto quando venivano denunciati degli abusi o dei soprusi. C’erano dei meccanismi tipici degli istituti chiusi, dove il direttore non solo deteneva il potere sulla gestione interna, ma anche quello di filtrare le informazioni verso l’esterno, ciò che favoriva solitamente un insabbiamento di questi episodi. Abbiamo potuto vedere qual era il peso dato alla parola del guardiano piuttosto che a quella delle persone internate, spesso discreditate. Queste sono dinamiche che possono essere estese ad altre strutture, anche agli istituti per bambini.


L’argomento delle violenze in istituto, fisiche e psichiche, mi permette di ricollegarmi a un’altra delle difficoltà maggiori di questa ricerca, ovvero il confronto giornaliero con la sofferenza di queste persone che hanno subito questi episodi e che vivevano in condizioni materiali molto difficili all’interno degli istituti, a cui abbiamo cercato di dare voce all’interno delle nostre ricerche.        

Pubblicato

Giovedì 12 Settembre 2019

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Pubblicata

Giovedì 7 Novembre 2019

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Socialità & Giustizia
12.09.2019

di 

Veronica Galster

Lunedì 2 settembre la Commissione peritale indipendente Internamenti amministrativi (Cpi) ha presentato l’ultimo di dieci volumi: una sintesi dei risultati delle sue ricerche e le raccomandazioni al Consiglio federale, concludendo così un lavoro durato oltre quattro anni. La Cpi ha inoltre sottolineato l’importanza di continuare il processo di riabilitazione delle persone internate con ulteriori contributi finanziari e la creazione di una struttura d’incontro.

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