La mano invisibile

Armiamoci e partiamo, per conquistare o per mantenere posizioni. Ridotto all’osso è lo slogan che anima i partiti nell’avvio della corsa elettoralistica condecorata dalle foto dei maratoneti. Anche chi vuol sentirsi estraneo o indifferente ai richiami partitici non può esimersi dall’interrogarsi. Ci sono delle singolari dicotomie (o divisioni di un concetto, di un modo di vedere le cose, in due parti, contraddittorie) alle quali bisognerebbe poter dare qualche significato.


Nonostante le sconfitte, innegabili, che il pensiero liberale e la democrazia hanno accumulato e stanno accumulando in diverse parti del mondo (e, anche noi, primi della classe, non ne siamo immuni) con l’affermarsi di personaggi, movimenti politici populisti, reazionari, parafascisti, antistatalisti o antielitisti, il liberalismo ritiene di  poter ancora mantenere e accrescere le sue possibilità di incidere sulle scelte politiche, economiche e sociali. Che sono poi quelle che l’hanno connotato e hanno connotato, di conseguenza, noi stessi negli ultimi decenni. Per molti versi è scontato e forse meno contraddittorio di quel che può apparire.

 

Meno logico e alquanto assurdo è però che si eviti l’autoanalisi correttiva, accusando invece altri. Oppure che si ignori o si smarrisca il significato di categorie come liberalismo, populismo, totalitarismo, conservatorismo o quelle in particolar modo di progresso, sviluppo, crescita, benessere per tutti, puntando tutte le armi da una sola parte, su quella socialdemocratica, divenuta nemico numero uno. Anche se di fatto, quella parte, è rimasta avversa alle categorie negative o democraticamente devastanti, perdendoci. Non invece puntando sulla parte che ha profittevolmente interpretato in senso elettoralistico tutti i fenomeni demolitori del liberalismo e della democrazia negli ultimi anni. Si può arrivare a una duplice interpretazione. L’una volgare, ma tremenda come povertà e responsabilità politiche: ci sono solo contabilità e cassetta elettoralistiche, il resto non interessa. L’altra più di sostanza, allarmante: se si vuol continuare sulla via liberista, nonostante quel che ha provocato e sta ancora generando, l’intralcio  è riscontrabile da una sola parte, quella che ha spesso disturbato il manovratore, perché pretende giustizia ridistributiva, più popolo, come realtà, e meno populismo, come metodo e pretesto vincenti che fanno comodo per non cambiare. Anzi, per fare meglio (peggio).


Nonostante si siano create tutte le condizioni per avere una sinistra vincente, la realtà dimostra il contrario. “Ha praterie davanti, la sinistra”, diceva qualche anno fa un noto sociologo tedesco interpretando i tempi, l’economia  e le conseguenze della crisi. Non è invece esistita nessuna ampia prateria aperta a immaginarie scorrerie. Esistono piuttosto sempre più sentieri impervi, molti inesplorati, che potrebbero aprirsi a spazi più ampi, a condizione che non ne vengano abbandonate le coordinate, spesso rimesse in soffitta su istigazione dello stesso liberismo. Richiedono però tempi lunghi e seria maturazione. (Anche il liberismo, poi trionfante, cominciò lontano, con i famosi colloqui di Mont Pèlerin negli anni Cinquanta!). Mentre la sinistra appare sempre più prigioniera del tempo breve, di quello che un altrettanto noto sociologo definiva “provincialismo temporale”. Un luogo frequentato da chi non crede nei pensieri lunghi e gli bastano i tempi della cronaca o i calcoletti elettorali. D’altronde quella che è stata chiamata “casa comune” della sinistra è appunto questione che solo con i pensieri lunghi può essere affrontata.

Pubblicato il 

22.11.18..
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