L'editoriale

La netta bocciatura popolare lo scorso 25 novembre dell’iniziativa cosiddetta “per l’autodeterminazione” promossa dall’Udc ha fatto tirare un generale sospiro di sollievo. È un segnale forte per i diritti umani, una decisione che evita alla Svizzera di diventare un partner poco credibile sul piano internazionale e di vedersi sbarrato l’accesso al mercato e agli investimenti, sono stati i commenti più ricorrenti. Ma il naufragio della proposta che mirava ad affermare la supremazia del diritto elvetico su quello internazionale è soprattutto una buona notizia per le lavoratrici e i lavoratori di questo paese, che potranno continuare a beneficiare delle tutele iscritte nelle convenzioni internazionali: si pensi alla protezione dai licenziamenti abusivi o alla libertà sindacale, terreni su cui la legislazione svizzera non è ancora sufficientemente sviluppata.


Detto questo, ci pare però azzardato interpretare la bocciatura di questa iniziativa come il segnale di un declino dell’Udc, la quale nelle elezioni del prossimo anno potrebbe addirittura approfittarne: l’argomento del “noi soli contro le élite”, esplicitamente evocato già all’indomani del voto, potrebbe favorire una mobilitazione dell’elettorato conservatore e sovranista che tradizionalmente fa le fortune del partito di Albert Rösti. E poi quel 33% che ha votato sì rappresenta la base dell’Udc e ne conferma la fedeltà. Certo, in questa campagna non è riuscita a sedurre al di là dei propri ranghi e rispetto a precedenti iniziative come quelle “contro l’immigrazione di massa” e “per l’espulsione di criminali stranieri” il consenso è diminuito e in alcune regioni soprattutto rurali è crollato anche di 30 punti percentuali. Ma bisogna tener conto che il tema era molto giuridico: le relazioni tra il diritto svizzero e quello internazionale sono qualcosa di poco percettibile dal cittadino medio e difficilmente si riesce a farlo diventare un motivo di preoccupazione e di mobilitazione.


Al di là della soddisfazione per l’esito di questo voto, non ci si può insomma sentire al riparo dai danni che le politiche dell’Udc arrecano al paese e alla sua immagine internazionale. Anche perché queste politiche fanno ormai parte del Dna anche degli altri partiti borghesi. Basti pensare per esempio al fatto che la Svizzera non parteciperà alla conferenza internazionale di Marrakech sul patto Onu sulla migrazione, che il Consiglio federale ha deciso per ora di non firmare, accodandosi a gente come Trump, Orbán, Salvini e Kurz. Un “capolavoro” di un’Udc tutt’altro che finita.

Pubblicato il 

05.12.18..
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