Diciotto dicembre 2001: un giorno prima dell’inizio della rivolta che ha preso il nome di “Argentinazo”, e che fece scoppiare il caso Argentina, la fabbrica tessile Brukman, nel centro di Buenos Aires, viene abbandonata dai padroni – la famiglia di origine tedesca Brukman – che, letteralmente coperti di debiti, si danno alla fuga. Le operaie non si lasciano prendere dallo sconforto. Abituate ai sacrifici dalle condizioni di lavoro ottocentesche alle quali si sono forzatamente dovute adattare per anni, in autogestione riprendono la produzione. Ha inizio così il percorso di lotta e di gestione operaia che ha reso note queste lavoratrici in tutto il mondo. Nell’aprile e nel novembre 2002 ci furono due tentativi di sgombero da parte dell’autorità che accusava le operaie di usurpazione, tentativi respinti grazie alla tempestiva, determinata e massiccia mobilitazione di praticamente tutti i movimenti di base della città. Lo sgombero riesce invece la notte tra il 17 ed il 18 aprile 2003. Nonostante per giorni migliaia di persone si fossero riunite davanti alla fabbrica, la repressione fu selvaggia, con la polizia che sparò anche proiettili di piombo. Ester Valdéz, 54 anni, madre di 4 figli, da sempre operaia alla Brukman, ha presentato di recente l’esperienza della sua fabbrica e del movimento di autogestione operaia argentino al Csoa il Molino. Nell’intervista spiega come è proseguita la storia. Cosa è successo dopo lo sgombero? La notte stessa abbiamo montato una grande tenda a pochi metri dalle transenne della polizia. Da allora abbiamo vissuto, a turno, nel tendone. Abbiamo deciso di formare una cooperativa, dandoci cosi una forma legale tramite la quale abbiamo potuto continuare a rivendicare l’espropriazione della fabbrica all’amministrazione della città, che era il principale creditore. Abbiamo vissuto in questi mesi grazie alla solidarietà del movimento e alla cassa di sciopero delle fabbriche occupate. Abbiamo manifestato tante volte alla Legislatura; abbiamo aperto un centro culturale di fronte allo stabilimento; abbiamo confezionato vestiti e coperte per gli alluvionati di Santa Fe, con resti di stoffa portati dai vicini, dimostrando coi fatti cosa intendiamo quando parliamo di “fabbrica del popolo”. Insomma, tra alti e bassi, abbiamo continuato la nostra lotta per l’autogestione, che a metà ottobre ha dato il suo primo risultato positivo, con la dichiarazione di fallimento della Brukman, condizione imprescindibile per l’espropriazione. Il 30 ottobre viene decisa l’espropriazione e la fabbrica viene consegnata alla nostra cooperativa. È stata una gioia immensa, che non scorderò mai. Siamo tornate alla tenda incuranti della pioggia scrosciante, abbiamo brindato abbracciandoci e cantando.. Quando riprenderà la produzione? Ora come ora siamo ancora nel tendone, in attesa della consegna delle chiavi. Appena potremo entrare bisognerà verificare la condizione dei macchinari. Già nei tentativi di sgombero precedenti, seppur respinti, la polizia quando era dentro alla fabbrica riuscì a distruggere alcune macchine. Faremo un accurato controllo e riprenderemo a produrre appena possibile. Viviamo del nostro lavoro, è importante per noi ricominciare quanto prima. Quali prospettive per il futuro? Due sono le novità positive: ora siamo depositarie di un marchio legale e abbiamo la sicurezza di poter restare nello stabilimento. Con un marchio legale potremo fatturare regolarmente e questo ci permetterà di poter lavorare con molti più clienti e di esportare. Molte richieste in questo senso ci sono già arrivate da tutto il mondo. Il non dover più lottare per il posto, ci darà il tempo di poter meglio pianificare la nostra attività e i progetti potranno essere pensati anche a medio e lungo termine. Siamo però coscienti che la lotta non è finita. Molti altri operai continuano a vivere e lavorare in condizioni umilianti. Moltissimi non hanno lavoro. La nostra fabbrica potrebbe dare lavoro a 600 persone, attualmente siamo una sessantina. Uno dei nostri obiettivi è di riuscire ad integrare i piqueteros, i disoccupati autorganizzati, che da sempre sostengono attivamente la nostra lotta. Inoltre sappiamo benissimo di essere un cattivo esempio per i padroni: abbiamo dimostrato che una fabbrica non lavora senza operai e che migliora senza padrone. Cercheranno di metterci i bastoni tra le ruote...

Pubblicato il 

12.12.03..

Edizione cartacea

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