Italia

L’abbandono di ogni legame con le masse segna la fine di quella che Antonio Gramsci chiamava “condivisione sentimentale” con il popolo ed è all’origine dell’esplosione del populismo che infesta l’Italia.

La messa in mora della natura popolare della sinistra e delle forze politiche che hanno governato l’Italia nel dopoguerra per scegliere il rapporto privilegiato con le élite ha trasformato partiti e classi dirigenti in caste, chiuse all’interno dei propri privilegi; caste diventate sempre indistinguibili tra di loro, cancellando il ruolo trasformatore delle minoranze, criminalizzando o riducendo a ginnastiche inutili le lotte, anche quelle di massa. Con l’acuirsi della frattura tra politica e popolo dentro una crisi economica infinita è diventato maggioritario il sentimento del rancore, una rabbia cieca contro poteri ed élite che non si fa politica, non produce conflitto né alternative. Al contrario, rende obsoleti termini come destra e sinistra, salvo individuare il nemico proprio nella sinistra additata come responsabile di ogni male. Ne escono a pezzi le forze cattoliche che avevano voluto con la sinistra lo Statuto dei lavoratori, quelle che esprimevano il ministro del lavoro Dc Donat Cattin che nel conflitto capitale-lavoro non nascondeva di schierarsi con il secondo.

 

Oggi l’85 per cento di chi si dice cattolico rinnega il sentimento della solidarietà e sta con Salvini contro gli immigrati e contro lo sbarco di 190 poveri cristi dalla nave Diciotti, fottendosene degli appelli di Papa Francesco e della Cei.


Ma a pagare il prezzo più alto della fine della sua natura popolare è la sinistra, nata per difendere i lavoratori e le classi sociali emarginate. Oggi gli eredi del Pci resistono a stento solo nelle cittadelle della borghesia e tra le fasce privilegiate della popolazione, inseguiti con i forconi da chi ne fu la ragione sociale. Il popolo che si sente tradito dalla “vecchia politica” si consegna mani e piedi a chi  è più bravo a strumentalizzarne il risentimento soffiando sul fuoco della paura. Una paura indotta dalla crisi sociale, dalla deregulation, dalla precarietà del lavoro, della vita, della pensione, del futuro. Se le forze già progressiste si trincerano dietro lo spread, la trojka, la legge Fornero e il pareggio di bilancio in Costituzione, i populisti dichiarano guerra alle differenze, ai migranti ma anche alla cultura (il “culturame”), alla democrazia. Del resto, non è stato Salvini, né Di Maio, a prendersela per primo con i “professoroni”. Fu il Pd a volere ministro dell’istruzione una donna mai laureata, oggi cooptata al posto di Marchionne nel Cda della Fondazione Agnelli (Valeria Fedeli, ex dirigente Cgil). Se il “popolo americano” identifica Hillary Clinton con Wall Street e vota Trump, il “popolo italiano” si spella le mani per Salvini, il nuovo uomo forte. “Aiutiamoli a casa loro” rivolto al popolo “nemico” dei migranti era già entrato nel vocabolario renziano.


Se si analizzano le cause della deriva italiana si capisce come possa succedere che – immersi nella melma del lavoro nero (20 miliardi sottratti al fisco), dell’evasione fiscale fatta regola con i condoni (altri 150 miliardi rubati alla collettività), dell’economia criminale che ha il controllo dalla Calabria alla Lombardia – si utilizzino i droni per fermare i senegalesi che vendono teli e braccialetti sulle spiagge venete. O che in Friuli venga mobilitata la forestale per bloccare qualche decina di migranti che a fatica hanno attraversato i Balcani in cerca di futuro. Addirittura si ventila l’idea di schierare allo stesso scopo la Protezione civile. “È finita la pacchia”. E non si capirebbero gli applausi e i selfie con Salvini ai funerali delle 43 vittime di Genova uccise da incuria, corruzione pubblica e smania privata di profitti. Piace il linguaggio populista, piace lo sbeffeggiamento del Quirinale e la guerra (Berlusconi docet) alla magistratura: «Mi vengano a prendere (Salvini è indagato per abuso d’atti d’ufficio, arresto illegale e sequestro di persona in relazione alla nave Diciotti, ndr), li aspetto con una bottiglia di grappa al mirtillo della Val Rendena». E l’acchiappafantasmi Di Maio, che dall’opposizione aveva urlato al ministro degli interni Alfano di «dimettersi entro 5 minuti» in quanto indagato, oggi dice «Salvini resti al suo posto», al massimo sia più educato con la magistratura.

La presa d’ostaggi
190 uomini, donne e bambini salvati da una nave militare italiana tenuti in ostaggio per ottenere consenso facile in un paese obnubilato dal rancore e spremuto come un limone e per ricattare un’Europa egoista e sorda che asfalta con le sue politiche liberiste le autostrade del populismo. Agitando la paura dell’“invasione”, tagliando i fondi al comune calabrese di Riace che ha trasformato i migranti in una risorsa. Non conta la realtà ma la sua percezione, non fa testo il termometro ma il freddo che ti senti nelle ossa.
In assenza di una credibile opposizione – il Pd è ricercato speciale e il parafulmini Martina si prende fischi ovunque si presenti – Salvini fa il pieno di consenso, spolpa un Berlusconi al tramonto e sorpassa i pentastellati interessati solo al potere: tra i grillini i favorevoli al respingimento dei naufraghi salgono dal 25 al 50 per cento e quel che resta della componente di sinistra a guida Fico sfuma ai margini del movimento. Salvini tiene a cuccia il premier finto Conte e Di Maio, tira la corda sapendo che se anche si spezzasse provocando la crisi di governo la nuova Lega farebbe il pieno nelle urne. Facendo la finta vittima (dell’Ue, dei giudici) strappa gli applausi delle vittime vere (del crollo del ponte Morandi come del jobs act).

C’è chi dice no
Ma per la prima volta dopo troppo tempo un segno dall’opposizione sociale è arrivata da Milano, isola democratica circondata dalle acque melmose del populismo: in migliaia hanno manifestato contro l’incontro (“politico e non di governo”, si difende il M5s) tra Salvini e l’ungherese Orban, quello che rifiuta anche un solo immigrato ma si prepara alle elezioni europee abbracciato al leader leghista.

Pubblicato il 

30.08.18..
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