Quante volte l’Unione europea è stata data per morta! Dal presidente Usa Donald Trump, dall’ultranazionlista francese Marine Le Pen, da Beppe Grillo in Italia, dal capo dell’Udc Christoph Blocher. Ma ora ci si rende conto che con l’Ue si dovranno fare i conti anche in futuro: sul piano economico e sociale i paesi europei sono infatti cresciuti insieme, il che rappresenta un indubbio collante.


Chi vuole migliorare le condizioni di vita dei 500 milioni di abitanti del vecchio continente (ma anche del proprio paese), deve dunque cercare di influenzare la politica dell’Ue. Solo interpreti di una straordinaria follia come la prima ministra britannica Theresa May o da noi l’Asni (l’Azione per una Svizzera neutrale e indipendente, considerata il “braccio armato” dell’Udc) credono che nel loro paese le cose andrebbero meglio senza l’Ue.
I futuri sviluppi dell’Unione non sono chiari. Dopo il 2010 essa ha affrontato in modo fondamentalmente sbagliato la profonda crisi economica ed ha fallito sul fronte dell’emergenza rifugiati mancando totalmente di solidarietà. Una debolezza questa che ha dato fiato agli estremisti di destra e ha paralizzato ulteriormente la politica europea. Dopo le elezioni in Francia è però possibile che l’Ue torni a compiere dei passi in avanti. Ci si deve però chiedere in quale direzione.


La Commissione europea ha iniziato una discussione sul futuro. Avanti con la politica della deregolamentazione e della concorrenza di tutti contro tutti? Una politica economica comune con un bilancio unico? Un pacchetto di misure per promuovere i diritti sociali, un “pilastro sociale” europeo? Su questo l’organo esecutivo dell’Unione ha da poco elaborato delle proposte che suonano bene ma che non sono vincolanti, ad eccezione di quella che prevede un congedo paternità di almeno 10 giorni e di un congedo maternità di almeno 16 settimane. Questo punto per alcuni paesi (e anche per la Svizzera) comporterebbe un progresso. Ma un elenco di principi non è ancora un “pilastro dei diritti sociali”. Erich Folgar, presidente dei sindacati austriaci, è critico: «Di principi non vincolanti ne abbiamo già abbastanza nell’Ue». La battaglia dunque continua. Non per o contro l’Unione europea, ma sui suoi orientamenti.

Pubblicato il 

24.05.17..
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