L'editoriale

L’iniziativa “No Billag” è talmente assurda, anti-svizzera, anti-storica, anti-democratica e autolesionista, che i suoi fautori, in vista della votazione del 4 marzo prossimo, devono ricorrere alla menzogna sistematica e ad argomentazioni ridicole per difenderne i contenuti. Contenuti che sono peraltro molto chiari e che non lasciano spazio a interpretazioni: No Billag prevede, oltre all’abolizione del canone radiotelevisivo, il divieto di qualsiasi forma di finanziamento pubblico di emittenti pubbliche e private a partire dal 1° gennaio 2019, che si tradurrebbe nella chiusura immediata della Ssr e di moltissime radio e tv private. Uno scenario semplicemente catastrofico, che renderebbe la Svizzera un paese povero, sia per i danni economici (in gioco vi sono 13.000 posti di lavoro e le sorti di centinaia di aziende private che collaborano con la Ssr), sia per i danni culturali e sociali che ne deriverebbero.


L’attuale offerta radiotelevisiva garantita dalla Ssr nelle quattro lingue nazionali e dalle emittenti private a livello locale può apparire come un lusso per un paese di 8 milioni di abitanti. Non è però così, perché la Svizzera è piccola ma complessa e la coesione nazionale, il rispetto delle minoranze, delle differenti culture e delle regioni periferiche meritano un’attenzione particolare, che solo un servizio pubblico forte può garantire.


Chiudere la Ssr vorrebbe poi dire buttare a mare una ricchezza che all’estero tutti ci invidiano. Una ricchezza data dalla vastità e dalla pluralità dell’offerta radiotelevisiva, ma soprattutto dalla qualità: si pensi per esempio al settore dell’informazione, capace di raccontare, con equilibrio e competenza, i fatti del mondo, dell’Europa, della Svizzera fino a quelli della realtà più vicina all’utente; si provi a fare un confronto tra il telegiornale della Rsi e i tiggì delle emittenti italiane (quelle nazionali), perlopiù ridotti a un collage di noiosa e sterile polemica politica e di cronaca nera che riduce il dolore a gossip o spettacolo; si pensi alle migliaia di ore che la Ssr dedica allo sport internazionale e a quello svizzero; si pensi al contributo dato dalla Ssr al cinema elvetico e alla cultura; si pensi al ruolo d’integrazione per l’intera comunità italiana in Svizzera che hanno giocato e che continuano a giocare la radio e la tv in lingua italiana.

 


Chiudendo la Ssr, come chiede l’iniziativa “No Billag”, a tutto questo dovremmo dire addio, perché si passerebbe dall’era del servizio pubblico a quella del “servizio al pubblico” in mano alle grandi emittenti straniere, interessate essenzialmente ai loro affari e al mercato pubblicitario e non certo ai bisogni delle regioni periferiche e delle minoranze. E che mai offrirebbero nemmeno dei servizi d’informazione sulla realtà nazionale anche lontanamente paragonabili a quelli di cui disponiamo oggi.


Come italofoni, dovremmo probabilmente abituarci a telegiornali e trasmissioni con sottotitoli. Per un assaggio di quello che potrebbe essere, basta sintonizzarsi sul canale sportivo a pagamento di Upc (tra i più interessati alla distruzione del servizio pubblico per potersi imporre sul mercato elvetico con la pay-tv) che da questa stagione si è accaparrata, a suon di milioni (34,5), i diritti televisivi delle partite del campionato svizzero di hockey: oltre al fatto che la qualità dei commenti (almeno quelli in italiano) dista anni luce dallo standard Rsi, nelle pause tra un tempo e un altro a noi italofoni non vengono offerte le analisi e le interviste (proposte invece sul canale in tedesco) ma un’immagine fissa e un po’ di musica.


Con “No Billag” sarebbe questo il livello del servizio radiotelevisivo in Svizzera, che oltretutto ci costerebbe sicuramente di più (come è regola con la pay-tv) del franco al giorno che pagheremo per tenerci un servizio pubblico di prim’ordine come quello offerto dalla Ssr e dalle emittenti private locali.

Pubblicato il 

24.01.18..
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