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Eternit bis

«Stephan Schmidheiny merita la pena massima»

Al processo Eternit bis di Torino l’accusa chiede 7 anni per omicidio colposo aggravato e porta nuove prove a carico del miliardario svizzero. E nel suo paese c'è chi lo omaggia

di

Claudio Carrer

Stephan Schmidheiny va condannato a 7 anni di carcere per omicidio colposo aggravato. È la richiesta formulata dal pubblico ministero di Torino Gianfranco Colace nell’ambito del cosiddetto processo “Eternit bis” che si sta celebrando davanti al tribunale del capoluogo piemontese e che dovrebbe giungere a sentenza nel giro di qualche mese. Un processo, da cui sono tra l’altro emerse nuove prove a carico dell’imputato, che rappresenta soltanto uno dei quattro filoni della maxi-inchiesta per la morte di centinaia di persone, lavoratori e cittadini, legata all’attività industriale con l’amianto svolta in Italia dalla multinazionale svizzera di cui Schmidheiny è stato a capo tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta.

 

A questo procedimento, riguardante il decesso di due persone (un ex lavoratore e un cittadino) avvelenate dalla polvere d’amianto dispersa dallo stabilimento Eternit di Cavagnolo (Torino), se ne aggiungono infatti altri tre: uno a Napoli per i morti legati all’Eternit di Bagnoli, uno a Reggio Emilia per quelli di Rubiera e uno, il più importante, a Vercelli (Alessandria) dove il magnate svizzero è chiamato a rispondere per la strage (già più di 2.300 i morti!) compiuta dalla tristemente nota Eternit di Casale Monferrato. A questo frazionamento in quattro tronconi si è giunti in seguito alla decisione del novembre 2016 del giudice dell’udienza preliminare (gup) di Torino (poi confermata dalla Cassazione) di riqualificare il reato di omicidio volontario ipotizzato dalla Procura nel meno grave omicidio colposo. Decisione che ha prodotto lo “spacchettamento” dell’inchiesta Eternit bis sulla base della competenza territoriale a seconda del luogo di residenza delle vittime. «Tutto questo ha prodotto dei ritardi, perché la trasmissione degli atti alle varie procure ha richiesto del tempo, ma il 2019 dovrebbe essere, almeno ce lo auguriamo, l’anno della svolta per quanto ri guarda la chiusura delle indagini e un rilancio delle fasi dibattimentali», dichiara ad area l’avvocata Laura D’Amico, legale di parte civile rappresentante l’Associazione dei famigliari delle vittime dell’amianto Afeva.


Come è logico che sia, la prima sentenza è attesa da Torino dove il processo di primo grado è ormai in dirittura finale. Il Pm Gianfranco Colace (che già aveva lavorato al fianco di Raffaele Guariniello nel primo grande processo da cui Schmidheiny si è salvato grazie alla prescrizione) ha chiesto una condanna a 7 anni, il massimo della pena prevista dal Codice penale, per “omicidio colposo aggravato da colpa cosciente”. Cosa rappresenti questo reato ce lo spiega l’avvocata D’Amico: «In generale, l’omicidio colposo è compiuto da chiunque uccide qualcun altro per colpa, cioè per imprudenza, negligenza, imperizia o violazione di leggi o regolamenti. Nel caso specifico siamo in presenza di due aggravanti: una perché vi è stata la violazione specifica di norme riguardanti la sicurezza in ambienti di lavoro e un’altra perché il reato è stato commesso con “colpa cosciente”, cioè con la consapevolezza dell’imputato che il suo comportamento (attivo o omissivo) avrebbe potuto produrre quell’esito ma ciononostante non si è fermato. Ha insomma accettato il rischio che l’evento capitasse».


Di qui la richiesta di pena massima che, ha spiegato Colace nella sua requisitoria durata più di tre ore, si motiva con «il disegno lucido che metteva davanti la tutela dell’azienda e in secondo piano la tutela della salute. Nonostante fossero noti i rischi dell’esposizione all’amianto non sono state prese misure per la sicurezza dei lavoratori e della popolazione. Anzi Schmidheiny fece di tutto per nascondere le informazioni all’opinione pubblica», ha ricordato Colace, producendo tra l’altro una nuova fonte di prove che non era emersa nel primo processo. Si tratta di tre documenti scientifici (uno dell’Osce e altri due di provenienza svedese) che Stephan Schmidheiny citò in un convegno del 1976 a Neuss (in Germania), dove radunò tutti i manager del gruppo Eternit per fare il punto sulle conoscenze relative alla pericolosità dell’amianto e per elaborare una strategia atta a nascondere la verità («Questi giorni di convegno sono stati determinanti per i direttori tecnici, i quali sono rimasti scioccati. Non deve succedere la stessa cosa con i lavoratori», affermò Schmidheiny). Ora la Procura di Torino andando a leggere quei documenti nel frattempo reperiti ha scoperto che in essi vi erano elementi sottaciuti e/o travisati da Schmidheiny in sede di relazione. Un mezzo di prova supplementare dunque che sarà portato a conoscenza anche delle altre procure implicate.


In particolare di quella di Vercelli, dove si spera di poter iniziare con l’udienza preliminare (in cui si decide sul rinvio a giudizio) entro la fine del 2019. Qui al centro del processo vi sono i 240 casi stralciati dall’Eternit bis di Torino a cui se ne aggiungono un altro centinaio relativi a persone morte nel frattempo. «Molti casi del vecchio processo cadranno purtroppo in prescrizione, ma per i decessi più recenti intervenuti nel frattempo e per quelli che arriveranno Schmidheiny sarà sicuramente chiamato a rispondere», osserva l’avvocata D’Amico, dicendosi fiduciosa che questa volta si possa giungere a una condanna del miliardario svizzero. «Schmidheiny è stato protagonista di una documentata attività di disinformazione capillare e protratta nel tempo, attraverso la “corruzione” di certi mass media e passando persino attraverso lo spionaggio delle associazioni delle vittime. La colpa cosciente mi pare l’aggravante minima». «La battaglia dunque continua, perché tutto si può dire meno che il “filantropo” Schmidheiny filantropo sia. Visto oltretutto che non dà alcun cenno di voler risarcire il danno. Vergognoso e offensivo due volte!», conclude Laura D’Amico.


In attesa della sentenza di Torino e del processo di Vercelli, sarà infine nel frattempo interessante osservare il processo di Napoli, dove i pubblici ministeri continuano a sostenere l’accusa di omicidio volontario e dove dovrebbe giungere a breve la decisione del gup sulla richiesta di rinvio a giudizio.

 

E in Svizzera c'è chi lo omaggia

«Stephan Schmidheiny è tra i precursori più lungimiranti di uno sviluppo sostenibile solido che assicuri una buona esistenza alle prossime generazioni»; «Con il concetto di “eco-efficienza”... ha aperto la strada per creare armonia tra impresa, economia e sviluppo». Queste le motivazioni di un’onorificenza attribuita lo scorso anno all’ex re dell’amianto da una fondazione denominata “libertà e responsabilità” (Freiheit & Verantwortung in tedesco) che tra i suoi scopi ha quello di «conferire riconoscimenti a persone meritevoli» che «nella vita hanno saputo coniugare» questi due valori. La premiazione, che risale al novembre 2017 ma di cui siamo appena venuti a conoscenza attraverso una pubblicazione ad essa dedicata che ci ha segnalato un lettore, è avvenuta nell’austera cornice dell’aula magna dell’Università di Zurigo, con l’esibizione di un’orchestra da camera e alla presenza di accademici e di numerose personalità della politica e dell’economia. Tutti stretti intorno al loro “eroe” che «con le sue eccezionali imprese ha reso migliore il nostro mondo», afferma il presidente della Fondazione citando la moglie di Schmidheiny Viktoria, sposata nel 2012.


A lodare l’imprenditore Schmidheiny c’è anche l’ex consigliere federale (e da sempre amico di famiglia) Hans-Rudolf Merz, che coglie l’occasione per sferrare un attacco alla giustizia italiana che “ingiustamente” lo processa: di fronte alla problematica dell’amianto, «ha fatto quello che doveva fare sulla base di quanto sapeva», sentenzia l’ex ministro. I processi italiani, rincara la dose l’ex consigliera agli Stati zurighese Vreni Spoerry: «È un’amara ironia del destino che in Italia questa eccezionale personalità, mondialmente riconosciuta come filantropo, sia stata per anni perseguitata, giudicata» e «diffamata».


In mezzo a queste e tante altre affermazioni deliranti, è addirittura lo stesso Schmidheiny ad apparire il più moderato (o meglio il meno estremista): definisce «la logica eliminazione dell’amianto dalle attività dell’Eternit» come uno degli «atti più importanti» della sua carriera professionale, ma guardandosi indietro riconosce, pur senza entrare nei dettagli, che «molto è andato storto». Ma poco importa, lascia intendere: «Nella mia attuale fase di vita, una vita contemplativa, i successi e gli insuccessi non sono più così importanti. La storia della propria vita fonde le singole esperienze in un’unica via, che a volte è stata facile, ma spesso anche impegnativa e dolorosa». In ogni caso, si auto-assolve: «L’onorificenza ricevuta testimonia che il ruolo assegnatomi nel grande “teatro mondiale” l’ho interpretato abbastanza bene», conclude specificando di avere «la coscienza pulita per aver cercato» di operare «secondo scienza e coscienza».
Questione di punti di vista.    

 

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Giovedì 20 Dicembre 2018

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L'editoriale
20.12.2018

di 

Claudio Carrer

Mentre in Italia è imputato in ben quattro processi per reati gravissimi (commessi quando era alla testa della multinazionale elvetica del cemento-amianto Eternit) che hanno causato e stanno tuttora causando la morte di migliaia di persone, in Svizzera Stephan Schmidheiny continua a beneficiare di un’incessante opera di disinformazione e di stravolgimento della realtà orchestrata dai suoi fedelissimi, con la complicità di quasi tutti gli organi d’informazione.
L’onorificenza attribuitagli da una fondazione che si definisce promotrice di «giustizia, libertà e responsabilità» di cui riferiamo nell'articolo correlato è solo l’ultima dimostrazione di come questo paese faccia fatica a riconoscere le evidenti responsabilità di questo imprenditore senza scrupoli e della sua famiglia, che per cent’anni ha fatto affari con l’amianto e, nel nome del profitto, mandato a morte lavoratori e cittadini in ogni angolo del mondo.

Processo Eternit
02.05.2014

di 

Claudio Carrer

Un processo «assurdo» che gli ha procurato momenti di «grande sconforto» ma di cui ora attende l’esito finale «con serenità», convinto di aver fatto «il meglio» che «come imprenditore» potesse fare quando era alla testa dell’Eternit, cioè «uscire al più presto dalla lavorazione dell’amianto». Dopo anni di silenzio e a pochi mesi dalla sentenza definitiva del processo che lo vede imputato in Italia per le migliaia di morti e di malati provocati dalle sue fabbriche e per cui è stato condannato in appello a 18 anni con l’accusa di disastro ambientale doloso permanente, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny torna a parlare. Anzi a straparlare, a raccontare menzogne e falsità storiche.

Processo Eternit
11.09.2013

di 

Claudio Carrer

L’ex padrone di Eternit Stephan Schmidheiny sapeva perfettamente che l’utilizzo dell’amianto nei suoi stabilimenti avrebbe causato una lunga catena di migliaia di morti, sia tra i lavoratori sia tra i cittadini comuni, ma non si è fermato. Ponendo il profitto al primo posto, il magnate svizzero ha anzi organizzato un’«opera di disinformazione» e ha ordinato ai suoi dirigenti di mentire. I giudici della Corte d’appello di Torino, che lo scorso giugno lo hanno condannato a 18 anni di carcere, ne sono convinti «oltre ogni ragionevole dubbio», come scrivono nelle motivazioni della sentenza rese note il 2 settembre scorso.

Processo Eternit
14.03.2013

di 

Claudio Carrer

Il processo d'appello Eternit di Torino va avanti e già prima dell'estate dovrebbe giungere a sentenza. Nelle prime udienze i legali degli imputati le hanno provate tutte per impedire alla giustizia italiana di fare il suo corso, ma le numerose eccezioni da loro sollevate sono state respinte dalla Corte e il dibattito è potuto entrare nel merito della vicenda, nel merito della strage causata dagli stabilimenti italiani della multinazionale svizzero-belga dell'amianto e della condotta criminale dei suoi massimi ex dirigenti succedutisi alla sua guida, il belga Jean Louis De Cartier e il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, entrambi condannati in primo grado a sedici anni di carcere per omissione dolosa delle misure anti-infortunistiche sui luoghi di lavoro e per disastro ambientale doloso permanente.

 

 

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