Diritto alla sicurezza e diritto alla libertà di movimento e alla sfera individuale. Questi due concetti si sono scontrati, in misura lieve, lunedì sera in Consiglio comunale a Lugano. Oggetto del contendere: il Regolamento comunale sulla videosorveglianza valido sul territorio della città, una sorta di legge comunale. L'assenza di una norma cantonale in materia ha spinto diversi comuni ticinesi, intenzionati ad istallare videocamere sul proprio territorio, a promulgare nella gran maggioranza dei casi delle ordinanze municipali. Diversa la via scelta da Mendrisio e Lugano, che hanno elaborato dei Regolamenti, sottoposti all'approvazione dei consigli comunali, con la succesiva possibilità di referendum popolari. Una via definita corretta dal governo nella sua risposta alla terza interrogazione in meno di un anno inoltrata dal gruppo socialista in Gran consiglio sulla necessità o meno di una legge cantonale sulla videosorveglianza. Il Consiglio di Stato infatti, dopo aver sentito il parere dell'esperto giuridico Markus Müller dell'Università di Berna, definisce i Regolamenti comunali come giuridicamente validi in virtù dell'autonomia residua del comune rispetto al cantone. Malgrado il proliferare di telecamere, la videosorveglianza suscita però scarse discussioni nell'opinione pubblica sull'opportunità o meno di questo strumento.

Nelle pubbliche vie e piazze, nelle stazioni, negli stadi, nei parchi, nei cortili delle scuole, ad ogni angolo siamo in ripresa diretta. Secondo uno studio del 2004 dell'Università di Friburgo, in Svizzera ci sarebbero non meno di 40 mila telecamere di sorveglianza. Sembra ormai che la necessità della sensazione di sicurezza abbia di gran lunga superato il diritto alla protezione della sfera individuale. Questa l'impressione vista la quasi totale assenza di un dibattito pubblico sull'opportunità o meno di videosorvegliare tutto e tutti e la scarsa reazione nell'opinione pubblica a tutela della sfera privata. Un'assenza di dibattito che può apparire strana in un paese che nella sua storia recente ha avuto la prova che un cittadino su sei era schedato per "motivi di sicurezza", prevalentemente in ragione delle sue opinioni politiche. All'epoca, la popolazione si era indignata e lo scandalo era scoppiato, scuotendo le coscienze elvetiche. La videosorveglianza però non viene generalmente percepita come un mezzo in grado di schedare o controllare le persone.
Eppure dei casi di videosorveglianza a scopo politico ve ne sono stati di recente anche in Ticino. Nel gennaio del 2001 aveva suscitato un certo clamore la scoperta di due telecamere direzionate sul centro sociale il Molino nel periodo delle proteste contro il World economic forum. Dopo vari tentennamenti, la polizia cantonale aveva ammesso di averle sistemate per filmare il luogo di raccolta dei contestatori al Wef. Interpellato sulla questione, l'allora responsabile cantonale sulla protezione dei dati aveva dichiarato che la videosorveglianza era legale, poiché le telecamere «erano visibili dato che gli autogestiti se ne erano accorti». Ricordiamo che i filmati non si sa che fine abbiano fatto, così come non si sa dove siano le telecamere individuate e "confiscate" dai militanti del Molino. Resta assodato il fatto che erano state riprese delle persone che intendevano partecipare ad una manifestazione autorizzata e che non avevano commesso alcun reato.
Ma le critiche rivolte all'uso delle telecamere si concentrano maggiormente sul pericolo della violazione della privacy. Alcuni cittadini di Lugano infatti avevano denunciato le telecamere a forma di lampione, dove l'occhio della videocamera può girare a 360 gradi, senza che sia possibile capire dove stiano filmando. Sovente queste telecamere, posizionate in vicinanza di incroci stradali, si trovano anche nei pressi di abitazioni private. Teoricamente possano filmare anche all'interno degli appartamenti. Alcuni cittadini, infastiti dalla possibilità di essere videosorvegliati nell'intimità della propria abitazione, avevano fatto opposizione all'istallazione delle telecamere, in alcuni casi ottenendo soddisfazione legale. Proprio per questo, il Municipio di Lugano ha voluto dotare la città di un regolamento che funga da base legale all'istallazione delle videocamere (vedi articolo sotto).
A Lugano attualmente sono 18 le telecamere di questo tipo, dette a scopo di "osservazione", poste soprattutto negli incroci stradali. A Mendrisio ve ne sono 10 destinate a monitorare il traffico, mentre altre 14 situate nei pressi di palazzi pubblici sono di quelle definite a scopo "dissuasivo", ossia per scoraggiare gli eventuali vandali. Attualmente diversi comuni ticinesi stanno valutando se dotarsi di un sistema di videosorveglianza. Il proliferare di iniziative comunali sull'istallazione di telecamere può però porre dei problemi. Ne è un esempio il caso del comune di Lutry, nel Canton Vaud. Nell'estate dello scorso anno, il sindaco del comune aveva deciso di far istallare 17 telecamere nella scuola comunale. Docenti e parte dei genitori, contrari alla videosorveglianza sugli allievi, avevano chiesto l'intervento delle autorità cantonali. Il Consiglio di Stato vodese, altrettanto contrario alla videosorveglianza sul cortile della scuola, si era però dichiarato impotente dal punto di vista giuridico, in ragione del fatto che non vi era nessuna legge cantonale che regolasse l'uso della videosorveglianza. Per rispondere a questa lacuna, il governo vodese, qualche mese dopo, ha posto in consultazione un progetto di legge in tal senso. Attualmente, solo il cantone di Basilea città ha una legge cantonale che regola la videosorveglianza; Ginevra ha posto in consultazione un progetto di legge (per il Ticino si veda articolo sotto).


Il Cantone pensa alla legge

In Ticino, per la terza volta in meno di anno, il gruppo socialista al Gran consiglio ha presentato un'interrogazione chiedendo al governo: «È necessaria una base legale cantonale per istituire impianti di videosorveglianza degli spazi pubblici?». La questione si pone, fanno notare gli interpellanti, dopo che diversi esperti nazionali giuridici in materia si sono espressi sulla necessità di avere una legge cantonale che regoli il proliferare di ordinanze o regolamenti comunali diversi tra loro, creando confusione e disparità legislative da un comune all'altro. Una legge cantonale avrebbe il pregio di fissare la base legale unica per tutti i comuni.
Lunedì sera in Consiglio comunale di Lugano è stata anticipata dal vicesindaco Erasmo Pelli la risposta del Consiglio di stato (Cds) all'interrogazione dei socialisti. Abbiamo chiesto al primo firmatario dell'interrogazione, Manuele Bertoli, una reazione: «Il Cds dichiara, in base alle considerazioni di un esperto costituzionale, che in assenza di una base legale cantonale sono validi i Regolamenti comunali. Il Cds non esclude però l'adozione di una legge cantonale in materia. Dunque, rimangono intatte le nostre osservazioni sull'opportunità di fissare dei limiti specifici e chiari, validi per tutti, attraverso l'adozione di una legge cantonale».
Qual'è la sua opinione personale sulla videosorveglianza? «Personalmente non sono contrario di principio alla videosorveglianza. Credo che possa avere una sua logica a posteriori, per trovare i responsabili di un atto penale. L'altra domanda è se la videosorveglianza abbia un'efficacia preventiva o meno. Senza ancora entrare in merito alla questione della privacy, mi pare che il minimo sia avere una persona che guardi le telecamere». Non le sembra che sia assente il dibattito pubblico sulla necessità di sicurezza e il diritto della privacy? «La mia impressione è che ci sia poca attenzione nelle persone ad essere videosorvegliati secondo il ragionamento "tanto non ho nulla da nascondere". Invece si alzano delle barriere molto alte di rispetto alla privacy per dei temi per cui sarebbe applicabile per analogia lo stesso discorso di "tanto non ho nulla da nascondere". Un esempio è quando si parla di salario».
L'esempio, aggiungiamo noi, può valere anche per il contratto dell'ex direttore di Ticino Turismo, Giuseppe Stinca, il cui contenuto è sottoposto ad un'assoluta riservatezza (malgrado il suo impiego sia stato pagato dai cittadini contribuenti). La stessa imposizione fiscale è diventata in Ticino nel tempo una questione di assoluta segretezza, mentre in precedenza era di dominio pubblico. Come fa notare Bertoli, il principio "non ho nulla da nascondere" è accettato da una buona parte della popolazione nel caso delle videosorveglianza, ma non viene accettato se si parla di contratti di lavoro o di tassazione.


E Lugano dice sì alla telecamere

Lugano, sala del consiglio comunale, lunedì sera ore 22. Inizia la discussione sull'approvazione del Regolamento comunale sulla videosorveglianza. Il Regolamento, praticamente simile a quello di Mendrisio, ha già superato lo scoglio della Commissione petizioni. Approvato da tutti i membri, salvo la riserva del socialista Silvano Montanaro e il voto contrario del collega di partito Silvano Ballinari. Il relatore di maggioranza della commissione petizioni, il liberale Peter Rossi, oltre ad esprimere sue considerazioni sulla necessità della videosorveglianza, lamenta l'assenza di una presa di posizione del Consiglio di Stato sul tema, in particolare con l'emanazione di una legge cantonale.
La discussione entra nel vivo con le proposte di due emendamenti al Regolamento avanzati dal Gruppo socialista, relatore Martino Rossi. Nell'entrata in materia, i socialisti specificano di non essere contrari alla videosorveglianza «la quale purché limitata e mirata, è forse un male necessario, o perlomeno un tentativo opportuno per accrescere la sicurezza dei cittadini. Ma necessita di una chiara base legale». Si chiedono poi se la videosorveglianza abbia o meno una reale efficacia, anche in considerazione degli alti costi e citano due studi che hanno valutato come le telecamere diffuse non abbiano raggiunto lo scopo di ridurre la criminalità né quello di accrescere il sentimento di sicurezza nella popolazione. Comunque i socialisti sostengono il Regolamento, all'eccezione dei due emendamenti. Il primo riguarda il controllo democratico esercitato dal Consiglio comunale sulle decisioni del Municipio d'istallazione delle future telecamere. Il secondo vuole limitare la conservazione della raccolta dati esclusivamente ai reati penali, e non amministrativi o civili come previsto. Gli emendamenti socialisti vengono seccamente bocciati, anche perché il vicesindaco Erasmo Pelli informa di avere casualmente (!) appena ricevuto la risposta del Cds alle interrogazioni socialiste in Gran consiglio, nella quale il governo ritiene lecita l'adozione di un Regolamento comunale in attesa di una valutazione sulla necessità o meno di emanare una legge cantonale sulla videosorveglianza.
Coincidenza della risposta del Cds giunta alle undici di sera al vicesindaco Pelli a parte, il dibattito si chiude con l'approvazione del Regolamento. Tuttavia è possibile ancora il lancio di un referendum per sottomettere il regolamento a votazione popolare, anche se difficilmente si intravedono gruppi in grado di condurre a buon fine la raccolta delle firme. Lugano quindi, oltre alle 18 telecamere negli incroci, a quelle situate negli autosili e a quelle recentemente installate su due bus della Tpl, potrà collocare altre telecamere senza ulteriori dibattiti pubblici.

Pubblicato il 

16.02.07..

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